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THE RING 2 (RINGU 2)
Regia: Hideo Nakata
dal romanzo di Koji Suzuki
con Miki Nakatani, Gitomi Sato, Kenjiro Ishimaru
Giappone, 1999
Torna la storia
della videocassetta assassina nel secondo capitolo della saga ispirata ad un
celebre romanzo di Suzuki, lo “Stephen King” d’oriente, e comincia proprio
là dove era terminato il primo capitolo, ma con un leggero scarto temporale
atto ad introdurre efficacemente la suspance: la protagonista del primo
capitolo, Reiko aveva scoperto il meccanismo per sconfiggere Sadako e stava
accorrendo dal figlio per salvarlo; non sappiamo se ci sia riuscita perché
Reiko è misteriosamente scomparsa. Con il passare dei minuti il film, ahimè,
tende a replicare il meccanismo ben oliato dell’uomo comune che si improvvisa
detective, ampiamente (ab)usato nel cinema di genere. Si forma una nuova coppia
di protagonisti - questa volta è lui ad essere giornalista – che cerca di
capire come abbia fatto Sadako a rimanere viva per quasi trent’anni in fondo
al pozzo, e la pellicola tenta di dare una spiegazione al meccanismo che conduce
alla morte dopo la visione della videocassetta. Purtroppo, allo spettatore è già
stato spiegato chi sia Sadako ed il motivo della sua vendetta, ed il film appare
come un giallo di cui si
conosce sin dall’inizio l’assassino. Tutto il peso
della riuscita dell’opera sta dunque nella regia di Hideo Nakata. Tornato
dietro la macchina da presa, il buon Nakata ce la mette proprio tutta e sfodera
sequenze di grande suggestione, gioca con le visioni evocate dalla mente dei
personaggi mandando in cortocircuito la dicotomia realtà-finzione, e realizza
almeno due-tre sequenze che mettono davvero paura: la migliore è quella in cui
la madre di Sadako si volta e scopre la presenza dietro di sé della
protagonista. Si tratta di uno straordinario brano di meta-cinema: il fantasma
che nel film era apparso solo a mezzo video si materializza nella “realtà”
della pellicola e, voltandosi, scopre la protagonista e contemporaneamente
scopre noi, spettatori ignari, che ci troviamo a nostra volta di fronte ad un
video di finzione che rivendica la sua appartenenza alla realtà. Splendido poi
il finale tutto immerso nell’acqua, liquido amniotico e quintessenza della
purezza che diviene metafora della cancellazione dei pensieri malvagi. Il
maggior punto debole è la colonna sonora, banale e mai suggestiva, come
analogamente era accaduto per il primo capitolo, e trattandosi di un horror la
carenza pesa assai nell’economia della sua riuscita. Resta ad ogni modo un
film da vedere, meno coinvolgente del precedente da un punto di vista narrativo,
ma probabilmente superiore dal punto di vista dell’aspetto visivo. Attendiamo
con ansia il remake americano di Nakata, nella speranza che allettato dal cachet
economico il regista non perda per strada il suo indubbio talento.
Mauro Tagliabue
Speciale
the Ring: risposte a tutte le vostre domande
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