JARHEAD
Jarhead non è un film contro la guerra e non pone
interrogativi o giudizi sulle ragioni di un conflitto ancora attuale. Dopo “
American Beauty” ed “ Era mio padre”, Sam Mendes porta sullo schermo il
romanzo autobiografico di Anthony Swofford sul periodo da questi trascorso nei
marines.
Più che l ’argomentare “politico”
, in realtà soltanto sfiorato con i continui riferimenti al petrolio, ciò che
interessava maggiormente al regista era ritrarre un’altra generazione
sconfitta da una guerra che in realtà non ha mai combattuto. Soldati per caso o
per necessità, i marines protagonisti del film, dopo un addestramento degno di
“Full metal Jacket” partono con bellicose aspettative per l’ Iraq che ha
appena invaso il Kuwait.
Siamo al centro dell’operazione “ Desert Storm ” , guerra combattuta e
vinta dal solo reparto aereo dell’ esercito americano che vide la fanteria
fare da spettatrice.
Swofford, il protagonista, è un tiratore scelto. Arruolato perché il padre era
un reduce del Vietnam, combatterà soltanto contro la noia del deserto e le
proprie ansie. Firmerà liberatorie per ingerire farmaci che l’ avrebbe
protetto dalle armi chimiche soltanto perchè la CNN non avrebbe mai parlato di
marines uccisi dal gas
nervino. Eseguirà gli ordini più assurdi e privi di
senso, non sparerà mai contro un nemico che resterà sempre invisibile ai suoi
occhi.
Jarhead non è un film perfetto ma, per quanto girato a basso costo,
è di imponente impatto visivo e sonoro. Ogni attore è proprio agio nel
ruolo che interpreta, dai giovani Jake Gyllenhall e Peter Sarsgaard ai già
premi oscar Jamie Foxx e Chris Cooper. Non saranno dimenticate facilmente le
sequenze dei marines in marcia con
lo sfondo dei pozzi petroliferi in fiamme e quella della strage nel deserto con
tanto di cadaveri iracheni carbonizzati. La colonna sonora è da antologia. I
Pubblic Enemy e i Naugthy By Nature sono i gruppi più suonati dai soldati nei
loro raves nel deserto, Don’t Worry be Happy di Bob Mc Ferrin sottolinea lo
stato emotivo del protagonista appena giunto al campo di addestramento, Get It
On di Marc Bolan e i T Rex scandisce il ritmo adrenalinico dell’ inutile
attesa per la battaglia.
I nostri eroi torneranno a casa dopo un anno e mezzo. Il loro amato paese avrà
investito ingenti risorse economiche ed umane nella prima guerra trasmessa in
diretta tv. Qualcuno di loro ritroverà la famiglia, altri perderanno la
fidanzata, altri ancora moriranno lontani dalla guerra. “ Siamo ancora nel
deserto” dirà Swofford sui titoli di coda nella consapevolezza di restare per
sempre un Jarhead, la testa di un barattolo vuoto che può essere riempita
d’ogni cosa, eseguire qualunque ordine per tornare nuovamente vuota.
E’ molto carica la prima parte dello script, scorre con toni sommessi la
seconda. Non è da escludere che si tratti di una scelta ritmica e narrativa ben
precisa . Probabilmente, Mendes voleva renderci pienamente partecipi della noia
e del senso di frustrazione che attanaglia il protagonista ed i suoi commilitoni
dopo una fase di preparazione che lasciava preludere a ben altro. Probabilmente
sull’argomento si era già detto troppo in passato, si pensi a film come
“Comma 22” e “ Mash”. Non c’è senso di cameratismo, non ci sono eroi,
un altro mito americano che crolla dopo i cow boy di Brokeback Mountain.
Jarhead, pur non risparmiando colpi durissimi all’amministrazione Bush sembra
prediligere la storia personale del protagonista, privo di un idea politica,
espressione del “vuoto” della generazione americana nata negli anni 70.
E’ singolare comunque la scelta di Mendes di dissacrare importanti War Movie
come “Il cacciatore” ed “
Apocalipse Now ”. Il primo si
trasforma addirittura in un porno fatto in casa, il secondo viene citato con la
famosa scena degli elicotteri e soprattutto per la colonna sonora. Jack
Gyllenhall ascoltando una canzone dei Doors diffondersi nel deserto dirà : “
ma questa è la canzone della guerra in Vietnam, non c’è una canzone per la
nostra guerra ? “
Francesco Sapone
Come
la maggior parte dei Marine bravi e buoni, odiavo il Corpo. Odiavo essere un
Marine perché più di ogni altra cosa al mondo volevo essere fico, famoso,
sexy, arrapato, ubriaco, fottuto, strafatto, solo, famoso, fico, conosciuto,
capito, amato, perdonato, arrapato, ubriaco, strafatto, fico, sexy. E invece ero
soprattutto un Marine – un ‘jarhead’.
Jarhead
Nell’estate
del 1990, il ventenne Anthony Swofford, soldato di terza generazione, viene
mandato nel deserto dell’Arabia Saudita per combattere la prima Guerra del
Golfo. I suoi ricordi di quel periodo e di quei luoghi hanno dato vita, nel
2003, al best-seller Jarhead (termine
gergale per indicare i Marine), un libro scritto con la passione,
l’immediatezza, la sincerità e l’umorismo di cui solo un testimone diretto
avrebbe potuto mostrarsi capace.
Il romanzo di Swofford,
per nove settimane nella classifica dei libri più venduti stilata dal New
York Times, è stato salutato dalla prestigiosa testata come “una sorta di
classico, un appassionante memoriale della Guerra del Golfo combattuta nel 1991,
annoverabile tra i migliori libri che siano mai stati scritti sulla vita
militare, un passaggio difficile per milioni di giovani qui tratteggiato con
rara maestria”.
Michiko Kakutani del Times ha
osservato che Jarhead è “una voce
irriverente ma meditativa, che coglie il machismo tutto muscoli della cultura
dei Marine, ma anche la solitudine esistenziale del combattente. Swofford
descrive l’arte esatta e micidiale praticata dal cecchino [...], il ritmo
della noia e il terrore dell’attacco nemico, gli altissimi costi fisici e
psicologici della guerra e i legami affettivi che uniscono i soldati”.
La storia che ci viene raccontata direttamente dalla bocca di un ragazzo,
all’epoca appena ventenne, tratteggia un’immagine della guerra molto diversa
da quella riportata sui giornali o alla televisione. Descrive pozzi petroliferi
che sputano fiamme nella notte come comete precipitate sulla terra, soldati
rissosi, arrapati e impolverati, eccitati e terrorizzati all’idea che dalla
collina accanto possa partire da un momento all’altro l’attacco nemico,
giovani catapultati all’improvviso in un territorio implacabile, reclute che
cercano di distrarsi improvvisando una partita di pallone con le maschere
antigas, che aspettano con ansia lettere e materiale porno, che organizzano
scommesse su combattimenti tra scorpioni e bevono fino a consumarsi per
festeggiare il Natale lontano dalle famiglie. Anche in questo contesto
infernale, tuttavia, si sviluppano legami di solida amicizia, coraggiosa lealtà
e cameratismo a tutta prova – una fratellanza tra “jarhead” che si sono
giurati fedeltà eterna.
Il
premio Oscar DOUGLAS WICK (Il gladiatore)
e LUCY FISHER (Memoirs of a Geisha,
prossimamente nelle sale), produttori della Red Wagon Entertainment, si sono
affrettati ad acquistare i diritti del libro di Swofford e hanno incaricato lo
sceneggiatore nonché ex-marine WILLIAM BROYLES, JR. (candidato all’Oscar per Apollo
13) di realizzarne un adattamento per il cinema. Hanno poi scelto di
affidare la regia del progetto al premio Oscar SAM MENDES – che aveva già
scavato sotto la tranquilla superficie della provincia statunitense in American
Beauty ed esaminato l’intreccio tra legami familiare e violenza criminale
in Era mio padre – ritenendolo
l’unico in grado di portare Jarhead
sul grande schermo.
Mendes e i realizzatori hanno quindi dato vita a JARHEAD,
un film di guerra dal taglio completamente innovativo che racconta la realtà
del conflitto attraverso gli occhi di un Marine – una sorta di “giovane
Holden” mandato a combattere nel Golfo.
JAKE
GYLLENHAAL (Brokeback Mountain, i