La rabbia giovane
di Terrence Malick

L’UOMO DI EPICURO CADDE SULLA (CATTIVA) TERRA: RIFLESSIONI INTORNO A “LA RABBIA GIOVANE” DI TERRENCE MALICK 

...Me and her went for a ride,sir,and ten

innocent people died

From the town of Lincoln,Nebraska with

A sawed off .410 on my lap

Through the badlands of Wyoming

I killed everything on my path...

(Bruce Springsteen)

Quando il film uscì,siamo nell’anno solare 1973, fu scambiato e sbrigativamente catalogato come uno dei tanti epigoni  del nuovo sottogenere del naturalismo d’azione d’ambientazione campestre o “on the road”, che all’epoca affollavano le produzioni piccole,medie e più o meno indipendenti nell’ancora corto alveo di quella che nei libri di storia del cinema sarà ricordata con il nome di New Hollywood.
Erano film in cui il nuovo ribellismo giovanile di confusa matrice contro-culturale della New Left si mescolava al retaggio libertario e ossessivamente nomade,itinerante dei vecchi gangster movie stile Anthony Mann ( T-men contro i fuorilegge,1947 e Schiavo della furia, 1948) e sopratutto Joseph H. Lewis (La sanguinaria,1949 e L’urlo dell’inseguito,1953).
Opere in cui il classicismo dell’azione violenta e drammatica che caratterizza il classico schema dell’inseguimento poliziesco veniva spesso sabotato e pervertito,attraversando lo steccato della linearità narrativa fino a giungere in territori diegetici prossimi all’ellisse o alla circolarità,secondo i cascami e rimandi,più o meno ben digeriti ed assimilati, delle Nouvelle(s) Vague(s) e in generale di certo (anti)climax sperimentale in voga nelle avanguardie europee e non.

Riguardo all’ ondata di nuove immagini della nuova (o per certi versi vecchia) America,seguendo le tracce ormai sbiadite o datate di questo pur fecondo fermento,non è difficile individuarne o elencarne,a partire dal grandioso e inimitabile archetipo di Gangster Story di Arthur Penn datato 1967, gli esempi più significativi: certo tutti conoscono ed idolatrano la matrice mitica e per certi versi estranea al filone di Easy Rider (1969) ma spesso si dimenticano episodi come Electra Glide (girato nel1973 e interpretato dal futuro Baretta,nonchè futuro imputato d’omicidio di primo grado,Robert Blake) del carneade William James Guercio, Vanishing Point-Punto zero (1971) del discontinuo Richard C. Sarafian (di recente citato con mano sorprendentemente felice dagli Audioslave nel video di Show me how to live),così come per certi versi sono affini anche opere quali Lo Spaventapasseri di Jerry Schatzberg del 1973, La sparatoria (1967)e Strada a doppia corsia (1971) di Monte Hellman, Getaway! di Sam Peckimpah del 1972,L’ultima corvèe (1973) di Hal Ashby,mentre un ultimo canto del cigno di questo modo di intendere e rivisitare cinema d’avventura ed istanze socio-ambientali possono essere considerati i tardivi contributi diUna calibro 20 per lo specialista (1974) di Michael Cimino e L’uomo nel mirino (1977) di Clint Eastwood.
Mi concedo questa estenuante ma spero anche esaustiva premessa con il fine preciso di riprendere concettualmente l’analisi del film in questione,procedendo sul versante critico opposto rispetto a quello da cui si è soliti partire,e cioè specificando fin da subito cosa il film per assurdo non è, ne può essere (se non in parte),quali parentele fittizie non possa abbracciare e segnalando,al contrario, come un totem abbandonato e frustrato nella sabbia del deserto,quale sentiero tortuoso e ammaliante abbia tracciato dietro di se il suo singolare,geniale,inevitabilmente solitario autore ed architetto (nel senso illuminista del termine).
Alla vigilia dell’uscita del suo primo film di Terrence Malick si poteva parlare come di un trentenne texano,nativo di Waco,una cittadina sul fiume Brazos,figlio di un dirigente di una compagnia petrolifera,laureato in filosofia ad Harvard con una tesi su Heidegger, forte di una breve esperienza come giornalista nelle colonne del “” (per il quale seguirà in Bolivia il processo a Regis Debray giornalista francese,amico e sostenitore di Che Guevara) e di un successivo,folgorante quanto furtivo,interesse per il mondo del cinema che lo porterà dapprima ad iscriversi ad un corso dell’American Film Institute (dove farà amicizia con Paul Schrader con il quale condividerà anche tormenti,passioni e studi inerenti la filosofia),quindi a girare un corto intitolato Lanton Mills interpretato da Warren Oates e Harry Dean Stanton (non a caso attori sia di Peckimpah che di Hellman) ed infine fare lo sceneggiatore di professione scrivendo copioni per l’esordio alla regia di Jack Nicholson (Drive,he said,1971) per la coppia Siegel-Eastwood (Ispettore Callaghan:il caso Scorpio è tuo!,1971) e Stuart Rosemberg (Per una manciata di soldi,1972).

E siamo così di nuovo al 1973, anno nel quale,per meriti acquisiti sul campo e facilitato da condizioni storico-produttive innovative ed indubbiamente favorevoli ai nuovi talenti, a Terrence Malick viene  offerta la possibilità di esordire alla regia  a partire da una storia scritta di suo stesso pugno basandosi su un fatto di cronaca,il caso Starkweather-Fugate, e avendo a disposizione,in qualità di protagonisti,due future e giovanissime star quali Sissy Spacek e Martin Sheen e come villain,l’ormai mitico e pluricitato Warren Oates vera e propria ambivalente icona di certo cinema d’azione e d’autore in quegli anni.

E  tracce d’ azione e d’ autore non mancano,a suo modo,neanche nel film di Malick che racconta la storia di Holly e Kit,una ragazza ed un ragazzo,due giovani che si incontrano per caso dopo che lei,appena adolescente,ha ucciso il padre con un gesto di ribellione inconsulta e quasi inconsapevole  descrivendone la discesa inesorabile,apatica,inconcepibile e quasi rassegnata in una spirale di delitti che divengono presto omicidi seriali consumati e lasciati alle loro spalle nel corso di una fuga attraverso le badlands, i territori talora falsamente edenici e rassicuranti,talora selvaggi,rocciosi ed aspramente simbolici del Sud Dakota e del Montana.
Tuttavia,le eventuali analogie con il filone precedentemente citato e descritto,si fermano a questo punto della sinossi ed è evidente,fin dalle prime inquadrature, che a Malick interessa tutt’altro.
La totale mancanza di retorica e di quel ritmo narrativo che in quegli anni andava sperimentando tempi psicologici e continuità narrativa modulandosi sulle vibrazioni affannose della nuova musica rock (modernista e d’autore) è una scelta che consente al regista di operare continui scarti di tono,muovendosi attraverso rarefatte cortine fiabesche (la voce dolcemente atonale di Holly-Spacek che racconta l’intera storia ripercorrendo stralci e frasi inchiostrate disordinatamente nelle pagine del suo diario),squarci di un surrealismo sottotono e diremmo quasi “catatonico” e una straordinaria,elegantissima propensione per la figura retorica dell’ellissi,specie in riferimento alle scene di violenza eseguite e (non) mostrate con un misto di indifferenza e sbigottimento che riflette l’adeguarsi dei personaggi ad una parabola già scritta,mandata a memoria e ripetuta alla lettera,con calma glaciale e senza odio.

È una scelta etica e filosofica,quella di Malick,prima ancora che un approccio stilistico consumato e consapevole, è una visione dell’uomo come un essere fragile,vuoto e turbato da proiezioni mentali estranee ed incontrollabili che lo condannano a distruggere nell’impossibilità di essere e di creare,ad uccidere nella facile,colpevole falsità di ciò che crede sia amare,una visione che rimarrà impressa come un marchio indelebile negli altri suoi due film girati fino ad ora,nell’arco di più di trent’anni, I giorni del cielo e La sottile linea rossa.
La visione che Malick ha degli esseri umani non è soltanto epicurea e pessimistica quanto sostanzialmente riduttiva e marginale nei confronti di qualsiasi ruolo,funzione o aspirazione essi possano animare su questa terra: i protagonisti di La rabbia giovane non sono altro che marionette mosse da un determinismo oscuro e assolutamente agnostico, sono minuscole presenze al cospetto del vero attore principe del dramma descritto da Malick che è il mondo naturale,il selvaggio rimosso geologico,biologico e vegetale pre-agricolo e pre-industriale che caratterizza le riserve di paesaggio americano attraversate da Holly e Kit.

Questa disfunzionalità si avverte già nella differenza fra il titolo originale e la criminale,post-sessantottina traduzione italiana (che tenta forse di fare il verso a Pasolini,Bertolucci e Bellocchio?Ai posteri l’ardua demenza...): nel secondo caso,infatti,si fa riferimento a sentimenti e aggettivi umani come “rabbia” e “giovane” appunto,mentre nel secondo caso l’asse semantico della riflessione è decisamente spostato dalla parte della natura e del contesto ambientale in quanto terra feroce,traditrice,cattiva appunto Badlands.
Se la natura è dunque il soggetto eletto ed ispiratore del film (e del cinema) di Malick bisogna prima di tutto sottolineare come il regista-autore provveda radicalmente a spogliarlo di ogni orpello naturalistico rassicurante,di ogni clichè visivo o luministico volto ad esaltarne la pacifica lussureggiante bellezza di luogo deputato al rifugio e alla palingenesi morale,prendendo così di mira un fiume carsico in cui scorre quella parte di pensiero americano che partendo da una malintesa lettura di Rousseau e snodandosi attraverso le anse delle opere di Thoreau e Twain non solo giunge fino alle rappresentazioni di Grant Wood e di Norman Rockwell ma lambisce anche certe aspirazioni velleitarie e accomodanti della controcultura e di certa filosofia Hippy (fortunatamente per i suoi adepti la New Age all’epoca muoveva solo i primi passi...),ovvero la concezione della provincia solitaria e della vita rurale come di un “paradiso perduto (o sonnolento) che rifiuterebbe la violenza” (Coursodon Tavernier).

Una operazione simmetrica e speculare è compiuta da Malick anche nei confronti della coppia di protagonisti e se Holly sembra una delle Piccole Donne della Alcott,cresciuta a privazioni e polvere da sparo,piuttosto che a spremute d’arancia e fantasie ricamate di merletti,che ha smarrito definitivamente il sentiero di casa March,Kit denuncia ostentate somiglianze fisiche e movenze accentuate nell’imitazione di quell’icona del romanticismo giovanile e cinematografico “senza una causa” che è James Dean.
In un colpo solo dunque Malick si libera degli ingombranti lacci di un’ottimistica visione filosofica e contemporaneamente recide le pastoie di una tradizione cinematografica classica,neo-classica e post-classica (fosse pure il post-classicismo modernista della New Hollywood),collocandosi spiritualmente oltre che fisicamente fuori dalla logica del cinema tradizionale pur sorvolandolo e passandolo in rassegna,aspirando ad una solitudine meditativa di stampo (scusatemi se mi ripeto) e epicureo, tracciando le premesse per un cammino lento e alternativo nella riformulazione del concetto ontologico primordiale dell’essere umano e nella decifrazione del senso ultimo delle sue azioni.

Questa riflessione proseguirà dopo La rabbia giovane con I giorni del cielo girato cinque anni più tardi,nel 1978, e con il recente La sottile linea rossa datato 1998,come dire un’altra epoca,un altro cinema impantanato nel pieno del suo attuale “sdoganamento” di nuove realtà digitali e virtuali,un cinema in cui Malick,dal suo splendido isolamento (a metà strada tra un Salinger e un Pynchon),confortato da un splendida puntualità progettuale, continua ad essere un maestro privo di discepoli e a regalarci esperienze itineranti lungo l’unico tracciato epistemologico realmente percorribile in questo terzo millennio,quello all’interno dell’uomo e del suo spettro di valori trascendenti che alcuni chiamano animo,altri anima.
Simone Coacci

Terrence Malick: il ritorno del re (del cinema)