Munich
di Steven Spielberg
di Tony Kushner ed Eric Roth, con Eric Bana, Michael Lonsdale, Ayelet Zorer e
Geoffrey Rush.
Durata: 164 minuti
Spielberg continua il percorso sulla contingenza post-11
settembre già intrapreso con La guerra dei mondi, trattando un fatto poco noto,
ovvero quello della vendetta israeliana ai fatti di Monaco del ’72. Ex membri
del Mossad sono incaricati di uccidere gli 11 (un numero casuale?) organizzatori
dell’attentato che costò la vita agli atleti israeliani durante le Olimpiadi.
Il film ha come protagonista principale Avner (Eric Bana), capo del gruppo, che
con il passare del tempo è logorato dai sensi di colpa. Tecnicamente l’ultima
fatica spielberghiana è perfetta. La fotografia dell’abituale Kaminski tende
ad una colorazione pastello, che richiama le pellicole degli anni Settanta. Per
no parlare delle scenografie e dei costumi, decisamente accurati. Forse un po’
troppo lungo e ripetitivo nella parte centrale, Munich
attualizza tematiche assolutamente contemporanee, laddove Le
crociate di Ridley Scott falliva miseramente nel proporre il conflitto
arabo-israeliano come elemento storico di perenne dinamicità, capace di
ritrovarsi nei fatti delle crociate. Con le dovute distanze e libertà
espressive, Spielbreg propone la sua idea politica della questione, mantenendo
un certo pacifismo di sottofondo e cercando di illustrare come ogni evento sia
in qualche modo relazionato a fatti passati. La politica dello spionaggio, delle
agenzie segrete trova in Munich la sua
perfetta collocazione, specie quando dimostra quanto queste siano intricate e
spesso ambivalenti. Il film è stato accusato sotto due profili: il primo
riguarda il consueto antisemitismo, che è tanto vacuo quanto quello perpetrato
al Passion di Gibson, poiché è
palesemente dimostrato quanto la politica attuata da Israele fosse pratica
comune di
tutti i governi del mondo. Il secondo riguarda la presa di posizione
del regista sulla scelta o meno di attuare questo tipo di azioni
anti-terroristiche, con la conseguenza per Spielberg di essere stato accusato di
eccessivo pacifismo. Personalmente non credo che la questione sia rilevante,
perché l’autore (e qui si vede la mano dello sceneggiatore Eric Roth,
collaboratore di Michael Mann in Insider
e Alì) mette in scena due pensieri
opposti, quello di Avner, che si rende conto di quanto sia inutile una tale
presa di posizione, perché immorale e perché inutile sotto il profilo dei
risultati (ogni leader ucciso era sostituito con un altro ancora peggiore), e
quello del suo superiore (Geoffrey Rush), convinto dell’utilità e della
necessità di tale politica. La dialettica quindi rimane tale, un confronto fra
idee. A Spielberg interessa di più la dimensione privata, quella in cui Avner
sprofonda, trascinato dai suoi incubi, dai sensi di colpa, dalla consapevolezza
di aver perso quel poco di umanità che lo contraddistingueva. Eppure il regista
prende le parti, si schiera in qualche modo, sebbene in maniera tacita e velata.
Dopo aver mostrato i giochi di potere che si nascondono dietro la politica,
conclude il film con un’inquadratura eloquente. Una New York grigia, sul cui
sfondo si intravedono le Torri Gemelle. Come dire: tutto questo prima o poi avrà
delle conseguenze… VOTO: 8
Andrea Fontana
andrea_fontana81@yahoo.it
Quest'ultima pellicola di Spielberg conferma la
grande cura con cui il regista confeziona i suoi film. Una fotografia
attentissima e pregevole, e le accurate ricostruzioni dei diversi ambienti in
cui la trama si svolge rendono perfettamente l'atmosfera che si poteva respirare
trent'anni fa (faccio riferimento in particolare all'Italia, in cui l'unica
imprecisione mi sono sembrate essere le targhe delle automobili!) dando
profondita' alle vicende presentate senza tuttavia scadere nel manierismo o
nell'iper-realismo su cui il regista aveva indugiato da qualche anno a questa
parte.
La scelta e l'interpretazione degli attori sono anch'esse molto azzeccate e
convincenti. Degna di nota e' la performance di Eric Bana, bravissimo come
protagonista in un ruolo drammatico.
Basata su fatti accaduti ma poco noti, Munich ripropone il tema dello scontro
tra i sentimenti della sfera privata e la "necessita' di stato", tra
ideali personali e la bruta violenza che scandisce e confonde le giornate di uno
007 che si trova ad essere niente piu' che un assassino, in una lotta che non
conosce quartiere, pieta' ne' fine, che confonde aggrediti ed aggressori, e che
proprio per questi motivi viene alla fine descritta e percepita come inutile e
inarrestabile barbarie. Proprio quest'ultimo appello (se vogliamo, poco
originale ma difficilmente contestabile, senza inerpicarsi in apologie
pindariche e diventare impopolari) viene sottolineato dalle inquadrature piu'suggestive,
palese riferimento alla contemporaneita' (la ricostruzione delle torri gemelle,
ad esempio). I lunghi dialoghi che il protagonista intrattiene con i diversi
personaggi, alleati, nemici, o semplici ingranaggi o artefici del micidiale
meccanismo durante il suo percorso di morte sono tutti significativi e
funzionali alla trama ("perche' anch'io ho una famiglia da mantenere",
ma "qui non troverai casa"). Cosiccome sono quasi inesistenti scene o
sequenze superflue (giusto forse un paio, ma non ve le dico!).
L'espressione e le parole della prima vittima (terrorista) prima di morire si
possono idealmente attribuire sulla figura del protagonista verso la fine del
film, conferendo una circolarita' alla pellicola ben calibrata e suggestiva.
Il prodotto finale e' un film di quasi tre ore che riesce a mantenere vivo
l'interesse senza fare ricorso a scene eccessivamente splatter o ad altri
espedientucci di mestiere.
Proprio per la profondita' con cui il tema viene trattato apparesenz'altro
riduttiva, se non forzata, l'etichettatura di Munich come opera "pro o
contro". Le polemiche e i plausi che hanno accompagnato la sua uscita negli
Stati Uniti si fondano solo su uno dei suoi piani di lettura politica, peraltro
calibrata e ragionata anche nell'elaborazione del messaggio, ma che, se da un
lato dipinge la forza usata per difesa come un tradimento dei principi del
popolo ebreo, dall'altra non fornisce (ne' - forse - potrebbe fornire) una
soluzione, se non nel trionfo appunto delle passioni e ragioni della "sfera
privata" (nota a margine: ritrovata peraltro dal protagonista solo negli
Stati Uniti).
Film attualissimo e che ben si colloca, con tutti i suoi drammatici
interrogativi, nella cronaca di questi giorni.
Mattia Bonsignori
USA
Il
film si articola su due piani diversi, che si intersecano continuamente ed
indissolubilmente: da un lato la necessità di un cambiamento, di vendicarsi, di
sfuggire alle proprie paure anticipandole con l’azione, e dall’altro il
bisogno di una stasi positiva, riflessiva, in cui piantare le radici e trovare
una propria identità. Punto di contatto fondamentale fra i due è la vendetta
stessa, nella sua accezione più primitiva, violenta e catartica: la morte
dell’altro come affermazione dì se, l’eliminazione del diverso per esaltare
il proprio essere autonomi da un punto di vista identitario, politico e
culturale. Non è un caso che il protagonista scelto per lavare l’onta
dell’attentato sia un personaggio inizialmente lontano dalla macchina del
potere e delle sue sovrastrutture ideologiche: è proprio nel suo animo
innocente e privo di un vero indottrinamento che si instilla il seme del dubbio,
e germoglia di conseguenza la pianta dell’amara consapevolezza. Sintomatico è
il fatto che per far parte del progetto vendicativo che nelle previsioni dei
suoi superiori dovrebbe rappresentare l’occasione di dimostrare la forza di
Israele e di affermare la validità della propria causa, il protagonista debba
firmare un accordo in cui dichiara ufficialmente di non esistere, deponendo a
tempo indeterminato la propria identità per un presunto bene superiore.
Accettando l’incarico propostogli, Avner intraprende un percorso di
iniziazione doloroso, scandito da frammenti di pallottole e schegge di plastico,
lungo il quale ogni esplosione rappresenta il crollo di una certezza, di un
illusione. Ad ogni passaggio la natura carnefice e a-finalistica della sua
missione gli diviene sempre più nota, fino a che non scopre che la sua stessa
vita è in pericolo. La violenza gli appare pertanto nella sua accezione più
vera e più assurda come un circolo chiuso in cui non si possono individuare né
un inizio né una fine, in cui il carnefice di oggi è la vittima di domani, e
la ragione è solo un contentino per la propria traballante coscienza.
L’azione aveva cancellato i dubbi, e con loro un candore che solo la voce di
un neonato è in grado di richiamare alla memoria: si rende necessaria pertanto
una resa dei conti, un faccia a faccia con se stessi. Avner porta a compimento
la propria missione ma per lui non ci sono medaglie, neppure una piastra di
metallo per celare un dubbio
devastante di fronte a ciò che si è fatto ed in cui si è creduto ciecamente.
Cerca certezze dai suoi referenti politici, nel tentativo estremo di
giustificare a se stesso le proprie azioni e spegnere l’urlo di una coscienza
che era stato coperto dal rumore delle esplosioni di palazzi e di vite.
L’unica via è però l’auto-assoluzione: nessuna prova per quanto grande, può
tacitare il rimorso di un assassino. Il pane non viene spezzato, non si consuma
il compromesso fra le logiche di stato e necessità dell’individuo: quest’
ultimo, come già in Duel, salva se stesso sacrificando la parte più
consistente della propria identità. Dopo aver causato tanta morte, Avner
riscopre la vita che ha generato, una bambina. L’ amore probabilmente non è
la soluzione definitiva, ma di sicuro è una buona ragione per cui fermarsi e
riflettere.
Spielberg si addentra con Munich in una ampia riflessione che prende le mosse
dall’ attentato del 1972 per estendersi necessariamente all’ attuale
panorama politico mondiale. Il film ha il pregio di non puntare su una facile
retorica della commozione, dando però in alcuni casi l’impressione di restare
un po’ troppo in superficie, preferendo la citazione biblica alla ricerca di
un significato più denso. Pesa probabilmente una miscela non perfetta fra la
componente action e quella più
spiccatamente riflessiva e intimistica, che nel loro continuo alternarsi non
riescono a toccare le profondità sperate. Non perfetto anche il doppiaggio di
Eric Bana, che non restituisce giustizia ad una intensa interpretazione.
Francesco Priano
Munich è un film
inaspettato: nel senso che non è un film da Spilberg, sempre attento ai
contenuti facili bensì è un film che implica una visione concentrata, si
sforza di mostrarci il dolore, la rabbia e l’immensa tragicità di due popoli
in guerra che non possono, per anni ancora, ottenere una pace. La vicenda
ripercorre i fatti dopo la strage delle Olimpiadi di Monaco de ’72. I
palestinesi uccidendo 9 atleti israeliani hanno attirato l’attenzione del
mondo sulla loro causa. Golda Meir, Primo ministro di Israele, decide pertanto
di dare una risposta violenta a quel gesto e ordina ad un anonimo agente del
Mossad di perdere la propria identità, vita e famiglia e di buttarsi in una
caccia senza fiato per trovare e uccidere gli undici attentatori. Il film è
intricato ma la narrazzione scorre con semplicità e chiarezza. Le scene di
violenza sono precise e dettagliate mentre lo sforzo degli attori nel mostrare
la loro perenne vita di guerra, con sfumature sentimentali e religiose annesse,
è ben convincente. Alla fine troviamo un eroe diviso fra il senso dello stato e
gli omicidi commessi, in un, forse un pò forzato,irrisolto e irrisolvibile
pentimento.
Fulvio Caporale
Con
Munich, Spielberg chiude idealmente il ciclo di film con i quale ha raccontato
diversi aspetti dell’America. Prova a Prendermi, The Terminal, La Guerra dei
Mondi hanno rappresentato nella loro diversità
aspettative, ansie, paure ed illusioni
della grande democrazia (?) a stelle e strisce.
Munich è
ispirato dal romanzo “Veneange” di George Jonas. Narra le vicende di un
commando di agenti segreti israeliani con il compito di uccidere undici
palestinesi, presunti mandanti e ideatori del massacro alle olimpiadi di Monaco
del 1972.
Undici atleti ebrei trucidati, undici capi carismatici palestinesi da eliminare,
questo era l’ordine di Golda Mayer “ stanca di essere tollerante ”.
Il regista apre e chiude il film con due sequenze in cui è centrale la presenza
degli States. In apertura, degli atleti americani aiutano casualmente e con
molta leggerezza tipicamente “yankee” il commando di “Settembre nero” ad
introdursi nel villaggio olimpico. Nella scena finale, con lo sfondo del palzzo
dell’ ONU e delle Twin Tower, il protagonista del film capirà che la vendetta
non serve a nulla ed il sangue continuerà a scorrere. Appare chiaro, anche in
virtù delle citazioni riservate alla CIA, che Spielberg voglia attribuire
all’America un ruolo ben preciso nella cattiva gestione della questione medio
orientale. Un ruolo di spettatrice quasi inerme in principio, di arbitro
artefice e padrona alla fine
In effetti, la storia recente, così come il film, non hanno mai chiarito se le
persone della lista della Mayer fossero davvero coinvolte nei fatti di Monaco.
Resta alto il sospetto che l’”operazione ira di Dio” sia servita alla
eliminazione delle menti dell’OLP o comunque di figure intellettuali
palestinesi non gradite a Gerusalemme.
Spielberg realizza un film intenso e coinvolgente scegliendo la formula della
spy story e quindi del film di genere. Un prodotto di grande impatto. Fotografia
eccellente di Janusz kaminsky, ricostruzione storiche perfette e attori in
ottima forma. Soddisferà sia gli amanti delle storie spionistiche sia quelli
che, non fermandosi in superficie, ne coglieranno l’essenza.
Munich è
sostanzialmente un film scomodo perché tratta un tema scomodo. Non si limita a
decantare l’inutilità della vendetta in una storia dove tutti sono
contemporaneamente vittime e carnefici, non cerca le ragioni dell’odio,
esprime il suo disappunto rispetto a come la questione medio orientale è ed è
stata trattata da parte di tutta la comunità internazionale, ebrei e arabi
compresi.
Trattando un argomento comunque doloroso, Spielberg è ebreo, non è casuale la
scelta di non aver optato per un grande lancio pubblicitario della pellicola.
Partendo dal passato recente, si affronta un tema attuale ed e irrisolto verso
il quale il regista ha voluto dimostrare un certo rispetto.
E’ il dramma
umano degli agenti vendicatori del
Mossad che sembra aver attratto maggiormente l’attenzione del cineasta.
L’innocenza perduta di Avner Kauffman, Eric bana, è il nucleo centrale del
film. La ragione di stato, nella prima parte è predominate nelle scelte del
protagonista e della sua squadra, nella seconda è soccombente rispetto alle
ferite che ha aperto la scia di sangue che si lasciano dietro. Avner capirà che
nella missione ha perso per sempre una parte di sé stesso, che non ci sarà
nessuna riconciliazione e che ogni capo ucciso è stato sostituito da un altro
più spietato. Una spirale di violenza e di orrore senza fine, una macchia di
sangue che continuerà ad espandersi nella indifferenza generale. Nessuna
certezza, nessuna fede niente da difendere. A sua volta braccato, Avner troverà
una apparente tranquillità proprio negli Stati Uniti (un caso?) ma il pane non
verrà spezzato con il suo popolo e le sue notti saranno per sempre popolate da
terribili incubi di guerra.
Francesco Sapone
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