Visto l’evento rappresentato dall’uscita del nuovo film di Terrence Malcik, The New World, quarto film in trent’anni di carriera registica, la redazione di centraldocinema ha deciso di imbastire una tavola rotonda sul film e sull’opera del regista in generale. Hanno partecipato il direttore del sito Vito Casale, e i collaboratori/redattori Andrea Fontana, Roberto Donati e Andrea W. Castellanza. Il dibattito ha dato vita a opinioni diverse e spesso contrastanti, quindi interessanti. Essendo Malick un autore indefinibile per natura ci siamo permessi di spaziare in maniera assoluta sull’argomento (con improvvisati commenti sul ruolo musicale nel cinema), per fornire al lettore e allo spettatore più punti di vista possibili. Questo è il risultato finale.

ANDREA FONTANA: Trovo The new World qualcosa di inevitabilmente necessario per il cinema di oggi. La piattezza non tanto concettuale quanto formale dell'opera cinematografica contemporanea mi spinge a considerare Malick e il suo nuovo lavoro qualcosa di necessario. Il regista poco si occupa dei contenuti, comunque profondi e presenti, ma punta ad una realizzazione stilistica assolutamente personale e unica, ricalcando la coerenza poetica di Cronenberg. 
Non solo ne apprezzo dunque la soluzione complessiva, ma le intenzioni, strettamente private e veramente artistiche. Il fatto che Malick non parli delle sue opere rende tutto ciò ancora più accentuato.
 

ANDREA W. CASTELLANZA: Lungi da me l'opinione che un film debba essere solo entertainment e risate sguaiate, ma se i 4/5 del pubblico dorme e si sveglia per applaudire i titoli di coda come una liberazione c'è qualcosa che non va.
Sara' la mia deformazione registica, ma il cinema ha un linguaggio: se lo si stravolge va benissimo, si è anche (talvolta) grandi artisti, ma si crea qualcosa di "diverso", Malick è un genio del crossover, ma The New World rimane uno dei film più noiosi che io ricordi (parla uno a cui hanno appioppato in vita almeno 3 proiezioni integrali del Potemkin, e pure a scuola alla mattina presto). Essendo però un film "contemporaneo", la vocazione stilistico-scolastica, mi risulta un po' dura da digerire.
I 17 minuti tagliati in America (dove solo le favole vogliono che il pubblico sia penosamente carente dal punto di vista culturale...altro che eccezziunale veramente...) mi suggeriscono qualcosa...
E' una questione di approccio: rimango convinto poi che chi parla di location, costumi  e scenografie eclatanti, non abbia capito nulla: visto che è evidente la volontà di "sottrarre", di essere estremamente conciso e quasi "naturalistico", di mostrare un'america "superlocalizzata" attorno ad un'ansa del fiume, ad un fortino solitario, a costumi minimali.
So che mi attirero' molte antipatie (ma è il gusto della provocazione...) ma ho il sospetto (non parlo di voi, sia chiaro...) che spesso si misurino i titoloni dei critici solo leggendo il nome del regista e la misura dei timecode dell'opera. Se Malick decide di fare schermo nero per 5 ore (l'hanno gia' fatto), non è che e' grande e bello per forza... 

VITO CASALE: Bello e pungente l'intervento di Andrea.

Premetto che amo Malick, e ho amato questo film, soprattutto per le atmosfere "spirituali" e "romantiche" alla Herzog.
Per il modo di trattare la natura come fosse un personaggio, dandogli spazio fisico e cronologico eccessivo, tanto da causare reazioni quasi disgustate del pubblico pagante; per l'uso della musica estenuato e a tratti veramente estenuante, con un'ossessività quasi wagneriana (non a caso l'incipit da L'oro del reno e i collegamenti al mondo visivo e non solo di Herzog).
Il film è lungo, è vero, forse troppo, i tagli sono probabilmente opportuni se l'obiettivo è la commercializzazione.

Da un punto di vista cinefilo/artistico, mi viene da dire che invece è completo e perfetto come durata, e il paragone con le opere monster di Wagner mi sembra abbastanza azzeccato. Sembra di fatto un film con elementi anni '70 trapiantato nel 2006, un "oggetto" unico senza dubbio.

Ciò, detto, capisco la posizione di Andrea, nel senso che il film può risultare mediamente noioso per molti spettatori. Ho visto il film in multisala. La gente era in sala o per caso, o perchè aveva visto trailer da cui sembrava essere un film d'azione con battaglie e altro (così ho sentito dire in sala), o perchè il cast in effetti è "stellare" o magari proprio per vedere Malick.
La parte iniziale poteva anche andare, dopo un po' sono iniziati i mugugni e i sospiri, perchè l'azione non decolla mai, e perchè di fatto succede poco, molto poco. Fantastico il tipo di fianco a me che ha iniziato a imitare la gestualità di "Rebecca" irridendola.
Evidentemente qualcosa non funziona nella fruizione media del film. I meccanismi sono troppo "altro" rispetto a quelli usuali.
Il problema però è a monte nel progetto: grande regista, grandi star, trama assolutamente fuori dai canoni. Insomma tutti sapevano cosa poteva succedere, però l'hanno fatto accadere.
Mi viene un paragone azzardato con Barry Lyndon, attore noto, grande regista, film assolutamente complesso e noiosetto se vogliamo per il pubblico, però acclamato come film di un geniale regista. Sarei curioso di andarmi a leggere i riscontri dell'epoca.
All'epoca le multisala in Italia non esistevano...
Forse questi misteriosi e ormai rarissimi meccanismi che fanno partorire complessi film d'autore con logiche hollywodiane e non indipendenti, probabilmente sono ora molto più rari di una volta, e per questo ci sembrano dissonanti rispetto alla media.
 

ROBERTO DONATI: Sono andato anche io a vederlo (e due volte: e vi assicuro, la seconda volta non c'è noia, ma neanche la prima: c'è in realtà un ritmo ipnagogico, che ti culla e ti trascina in quel mondo, ti fa respirare come mai (e in questo Malick nessuno lo batte) l'aria dell'epoca, lo stupore del nuovo mondo, l'aria mefitica degli appestati) in una multisala. Le reazioni clamorose non ci sono state, c'è stata semmai l'atarassia. Mancanza di emozioni, di sentimenti. E poi, ovviamente, le critiche ("che film di merda" una fa, con me e due amici entusiasti accanto, e allora sentendosi presa di petto, via col rincarare la dose, sottilmente rivolta a noi "uno schifo!"), ma a film finito o quasi, meno male.
Bene, quindi dovrei ragionare così: in una sala di 20 persone è piaciuto a tre = c'è qualcosa che non va, in Malick e nel film. Col cazzo! Mi prendo, e rivendico, tutta la supponenza intellettuale del caso: forse c'è qualcosa che non va nel pubblico medio(cre). Del resto, se a uno piace non può venire il dubbio contrario agli altri a cui non è piaciuto ("ma forse sono io che non ho capito.."). No, invece, siamo noi, che "capiamo", a doverci sminuire, a dover abbassarsi al loro livello perchè, colti e consapevoli, possiamo farlo, mentre loro, di contro, non possono mai arrivare al nostro livello. Mi pare chiaro, e non c'è presunzione qui. E' un dato di fatto, inoppugnabile.
Noioso perchè in due ore e mezza di film ci sono poche battute, tanto silenzio, tanta poesia? Domanderei a chi critica queste cose, abituato alla merda ma perlomeno visivamente furibonda per l'occhio umano (SAW 2 piace di più all'occhio medio, ma ha la regia e il montaggio più vergognosi della storia del cinema! dovrei pensare di dover cambiare io giudizio? ma stiamo scherzando!) che esistenza avventurosa, entusiasmante , che fiumi di parole (e che parole!) si diranno questi fidanzatini trentenni o meno che vanno a vedere The New World pensando che sia una romanticheria pocahontesca con un fico (per lei) e una fica (per lui) ...
Beh, sinceramente, francamente: poveri loro! povera la loro vita! Il problema assurdo è che il mondo che sembra giusto, reale è questo, e quindi siamo noi a doverci preoccupare di trovare scusanti o, quasi timidamente, a dire "sai, a me è piaciuto...."
"Sai, a me è piaciuto..."  tutto qui, TUTTO QUI di fronte a un capolavoro che, quando Malick morirà o fra dieci anni non prima, sarà riconosciuto tale. Un film verso cui, personalmente, trovo inutile, servile, patetica la figura del critico e della critica; un film che, insomma, non può e non deve dare adito a giudizi.
Malick sceglie la narrazione interiore poetica, i barbagli neri, i silenzi? Bene, preoccupati tu, ché se lui li ha scelti vuol dire che è giusto così. Sta a te capire o meno, ma è un affare tuo...

V.C. : Va rivisto, sono d'accordo. Appena arriva il dvd lo recupero subito! o meglio al cinema 2.

R.D. : Va rivisto sì, e al cinema. Correte! Io torno una terza volta, mi sa. La luce naturale, ma non solo a mio avviso: la passeggiata fra Rebecca e John Smith in Inghilterra, al ritmo di una cavatina simil-mozartiana...
Ma non farei paragoni, e mi limiterei a bearmi di tali meraviglie, che capitano di rado, troppo di rado! Ma che Malick continui a fare film così, perdio, l'arte per l'arte! Sia lode a lui e a chi come lui.

V. C.: L'uso della musica è decisamente paragonabile a quello di Kubrick, nella scelta di pezzi classici (Wagner in apertura, Mozart come leitmotiv nel puro senso wagneriano del termine, sto cercando il brano mi pare sia del concerto k467 op.21). In Barry Lyndon era un brano sempre classico di Schubert (trio op.100, secondo tempo) a commentare il duetto d'amore tra Barry e la futura Lady Lyndon, in una delle più romanticamente estenuanti scene della storia del cinema!
Tutte scelte musicali austro-tedesche, da qui anche un facile accostamento "musicale" a Herzog (es. Kaspar Hauser).
Lunga vita a Malick!

R. D.: Estenuanti in senso positivo, vero? VERO?? :-)
La scena più bella che i miei stanchi occhi abbiano mai visto. E sì, c'entra pure Herzog e Aguirre in effetti...
Non ti facevo così ferrato in musica classica, mi perdoni? ;-)
Dev'essere bellissimo padroneggiarla così...

V. C.: Ovviamente in senso positivo!
Tra i miei hobby in effetti c'è anche l'ascolto di musica classica, dal '500 a oggi, a volte in effetti è utile! Sul rapporto tra musica classica e cinema si potrebbero dire cose all'infinito, l'aspetto interessante è l'uso che ne viene fatto, spesso del tutto spiazzante (Arancia Meccanica, ma anche The new world, con un romantico pianoforte in una scena violenta, anche questo direi molto kubrickiano come approccio. Avete presente che uso viene fatto della nona di Beethoven? Mi verrebbe anche da dire "alla Deodato"!!! ho visto di recente La casa in fondo al parco, insomma, niente di che, meglio Cannibal Holocaust. Musica però sempre allegra su scena violenta "Cindy"). Comunque una parte della musica del film di Malick è stata scritta ad hoc, un po' come ha fatto Kubrik in Arancia Meccanica con Walter Carlos, o in Eyes wide shut, dove parte della musica è classica/jazz (Sostakovic-Jazz suite), e parte è scritta ad hoc da un tizio che si chiama Jocelyn Pook, sarà famosissimo probabilmente, ma non l'avevo mai sentito prima!

ANDREA W. CASTELLANZA: Mi inchino davanti a tanta cultura musicale e a tanta perizia cinefila... Grande Vito.
Non mi passa per l'anticamera del cervello di dire che Malick ha fatto un film brutto, semplicemente la mia (modesta e trascurabile) visione di cinema AUTORIALE (lasciamo perdere Eccezziunale Veramente...) è un tantino diversa. Non è che Coppola, Scorsese, Almodovar tanto per fare tre nomi diversissimi tra loro non siano autori degni di questo nome (chi dice il contrario deve vedersela con me...e sono moooolto cattivo :-)) ma fanno un cinema che è il CINEMA. Evitando esperienze traumatiche al pubblico SOVRANO (e qui vorrei colpire al cuore l'amico Roberto...) Caro Roberto: è bestemmia pura dire "No, invece, siamo noi, che "capiamo", a doverci sminuire, a dover abbassarsi al loro livello perchè, colti e consapevoli, possiamo farlo, mentre loro, di contro, non possono mai arrivare al nostro livello. Mi pare chiaro, e non c'è presunzione qui. E' un dato di fatto, inoppugnabile." Che noi "capiamo" gia' e' tutto da dimostrare, che sia un fatto INOPPUGNABILE mi pare per lo meno provocatorio....Un po' di umiltà non fa male...
Un mio amico che non capiva mai una cippa continuava a ripetere "Se tu ti spieghi bene io non posso non capire..." Sicuramente Malick non voleva spiegarsi...bene. 
E per grazia di Dio lasciamo stare le rivalutazioni critiche, visto i Critici in avanzato stato di decomposizione che ci ritroviamo e la tragica povertà (soprattutto in Italia) con cui i critici spingono (si fa per dire) i nuovi autori...
Riflessione finale: Nella mia vita ho bazzicato valanghe di festival di corti, medi e lunghi di nuovi aspiranti filmmaker e l'immagine della malinconia e' il volto di un regista che vuole essere autore, nascosto tra la seconda e la terza fila, che ascolta il bisbiglio del pubblico che pare non aver capito... Tienine conto, Roberto: un po' di rispetto, il pubblico pagante, dovrà pure meritarlo, altrimenti non esisterebbe il cinema. 
Come sono ecumenico...

A. F.: Quello che più mi colpisce è il disinteresse di Malick per la reazione del pubblico. Parlando con Piero Pruzzo si diceva che un artista quando crea dà in mano al pubblico la sua opera, che ovviamente deve giudicare. Ma non deve essere l’artista stesso a giudicarla, né deve fornire spiegazioni. Malick fa cinema per sé stesso, anche in questo è coerente, non scende a patti con nessuno se non con sé stesso, anche se la politica alla fine prevale su tutto, anche su Malick. E non riguarda i suoi film, perché sono definitivi! Questa idea PRECISA di cinema e del proprio cinema ha qualcosa di invidiabile e sicuramente di apprezzabile. Al di là della reazione del pubblico, che purtroppo non è famoso per apprezzare i grandi film, ma ha una concezione del cinema come puro intrattenimento, fuga dalla banale quotidianità. 

R.D.: Beh, secondo me è il ruolo di ogni Vero Artista... 
Poi, forse, oltrechè per sè stesso, farà anche film per il "suo" pubblico, quello che ha imparato a conoscere nel tempo e che sa che gli sarà fedele, o che cmq potrebbe esserlo.
Il pubblico (medio o non medio), se vuole, è in grado di capire ed è messo in grado di poter capire, in fondo. Non siamo dalle parti degli sperimentalisti di Stan Brakhage (o chi per lui), che non avevano neanche distribuzione infatti.
Qui siamo sempre in ambito cinematograficamente narrativo. Se poi Malick è un Joyce rispetto a uno Stephen King, è un altro paio di maniche...

ANDREA W. CASTELLANZA: Bravo Andrea Fontana: molto lucido, non avrei potuto dire di meglio...
Torniamo quindi ad un interrogativo atavico e, permettetemi, quasi platonico (nel senso di "di Platone"): e' artista uno che si autodefinisce e autoconsacra artista fregandosene di chi dovrebbe apprezzare la sua arte (nel caso del cinema il pubblico) , si e' artista in se', anche se nessuno apprezza (qui estremizzo, uscendo un po' dal problema Malick...) la propria arte? Oppure il più grande artista è colui che riesce a portare alla sua arte le persone più disparate e numerose, che lo amano e attendono ogni sua creazione, che è capace di farle crescere senza ucciderle di noia?
Io sono di quelli che pensa che l'arte senza pubblico non esiste: i quadri senza visitatori, la musica senza ascoltatori, il cinema senza spettatori. E attenzione: mica bisogna essere apprezzati subito: centinaia dei più grandi artisti della storia sono stati apprezzati in un tempo diverso da quello della creazione, ma, si puo' dire, si ricorda difficilmente un artista sbeffeggiato o sconosciuto nel suo tempo che sia stato felice e soddisfatto di questo....
Tornando a Malick: siamo al genio dell'autoreferenziazione. Una posizione che io personalmente non apprezzo perche' trovo elitaria e, in fin dei conti, sterile... 
E poi basta col dire che il pubblico e' scemo e guarda solo cose divertenti e leggere. E' chiaro che il cinema e' anche entertainment, ma questa sfiducia in coloro per i quali il cinema e' creato, porta ad un autismo creativo che non fa altro che portare la gente in massa a vedere solo e soltanto Vacanze di Natale una volta l'anno.

R.D.: Beh, ma quando mai Malick (restando al nocciolo della bellissima discussione) si è autoconsacrato autore? Quando mai l'hai sentito?
Lui è uno dei pochi (se non il solo) che fa i film che vuole, come vuole, perchè vuole, a chi vuole; non appare nè rilascia interviste (ce ne fossero di umili così...altro che autoreferenzialità), quindi non si blasona autore. Fa, segue il suo lavoro, e scompare, lasciando agli altri (più o meno posteri) il giudizio o l'apprezzamento.
Più di così un Autore che deve fare? La questione è spinosa e mi tocca al cuore, letteralmente.

V.C.: Sto vedendo il documentario su Malick che hanno fatto a Fuoriorario.
In effetti, parlando di Badlands e i giorni del cielo, si dice chiaramente che lui non aveva niente a che fare con il sistema produttivo di hollywood, o con il sistema produttivo cinematografico in generale.
Facevano un piano di riprese giornaliero, ma lui lo sballava sempre, perchè magari dove dormivano c'era una bella luce o una bella luna, e allora lui richiamava tutta la troupe (che magari era già partita) per girare li!
Un sera ha visto una bella luna, ha chiamato Sheen, ed è andato a girare la scena fuori dall'hotel dove dormivano!
E' un genio fuori dalle regole e dai meccanismi produttivi, ed è molto amato dagli attori.
Senza arrivare agli estremi alla Herzog o alla Von Stroheim, comunque lui sembra il classico artista demiurgo che crea un suo mondo, fregandosene abbastanza di tutto ciò che lo circonda.
Mitico!
La scelta è molto coraggiosa.
Se hai genio, alla fine alla lunga ti viene riconosciuto. Altrimenti rischi di finire nel limbo dei tanti artisti mancati.
Non mi sembra il suo caso!

R.D.: Ho visto quel documentario (che mi è piaciuto in maniera alterna e di cui conosco gli autori, ho tentato di coinvolgerli sulla tavola rotonda e lo speciale Malick ma niente da fare, sono impegnati) a Venezia 2002, e la conferma è esattamente quella che dici tu.
Un genio fuori dalle regole e, come tale, anche secondo mio avviso, perchè dovrebbe essere lui a uniformarsi alle regole? Lui ne sta fuori, ma alla fine detta legge: forse non più il talento, ma il genio viene ripagato. E lui genio lo è, uno dei pochi a potersi fregiare di questo (e senza che se ne vanti, il che lo rende ancora più straordinario nel senso letterale di fuori dall'ordinario).
Come lui, con questo rigore e questa intransigenza, mi vengono in mente pochi nomi: Kubrick, Wes Anderson, Ciprì e Maresco, un po' meno Sergio Leone. Per citarne solo alcuni più o meno recenti.

ANDREA W. CASTELLANZA: Chiarisco meglio:
autoreferenzialita' non e' per me immodestia, e' solo desiderio di fare e fruire l'arte per se stessi e nessun altro. Non e' che non parlando con la stampa si e' per forza umili: Kubrick stava zitto e tutti lo descrivono piuttosto megalomane...
Comunque,e con questo concludo il mio modesto contributo nella tavola rotonda, tanto di cappello a Malick che riesce a creare casi e dibattiti e a fare destrutturazione cinematografica senza farsi neppure vedere (anche se poi la fantasmatica assenza gli fa gioco piu' di 1000 interviste pari a suoi colleghi).
The New World non mi ha convinto, ma prometto a voi Malickiani di ferro che lo rivedro' con spirito equanime. Complimenti comunque per le citazioni dotte e la cultura cinefila (spassose se non diventano snobismo).

A.F.: Di certo Malick non è un autore adatto a tutti. Questo è evidente. Bisogna inoltre ammettere che la sponsorizzazione che c'è stata prima non ha aiutato. Come per The Village di Shyamalan è stata data al pubblico un'idea di The New World deviata e poco aderente a quello che in realtà è. Il resto l'ha fatto la presenza di Farrell. Io concluderei dicendo che sebbene Malick sia un regista particolare, che probabilmente fa film per l'amore di farli e non per farli giudicare, rimane un grande autore in senso stretto, fuori dall'ordinario e, ripeto, necessario. The New World è un film inferiore a La Sottile Linea Rossa, a mio parere, ma conferma le doti visive malickiane. Anche perchè diciamoci la verità: The New World non è difficile concettualmente parlando, lo è semmai dal punto di vista dell'approccio spettatoriale. lento, austero, poetico e profondo. Quindi raro e unico. A me basta per considerarlo un capolavoro.
Io ringrazio tutti per gli interventi in questa interessantissima tavola rotonda e chiedo scusa ad Andrea W. Castellanza per il fatto che, alla fine, è rimasto da solo contro tutti!
Spero che la tavola possa essere d'aiuto a tutti i lettori per farsi un'idea multiprospettica dell'opera di Malick e in particolare del suo nuovo film.
Alla prossima!