TERRENCE MALICK: IL RITORNO DEL RE (DEL CINEMA)

Terrence Malick è una figura atipica all’interno dell’universo hollywoodiano. Sfugge continuamente a interviste e fotografie, geloso della sua privacy in maniera quasi ossessiva. Molti pongono l’accento su questo suo essere, ma la cosa che più ci interessa è che Malick sia un ottimo regista, fra i migliori oggi viventi. Non posso negre di essermi innamorato definitivamente del cinema guardando un capolavoro assoluto quale La sottile linea rossa. Cercherò di non viziare quindi l’analisi dell’opera malickiana con opinioni dettate da sentimentalismi personali, anche se il cinema e quindi la critica è composta prepotentemente di soggettività e assenza di obiettività.
Malick nasce il 30 novembre 1945 a Waco, Texas.

Fa un’infinità di lavori prima di approdare al cinema, dall’operaio al traduttore di testi filosofici (ama Heidegger), insegna filosofia, scrive e produce film, fino all’esordio cinematografico segnato da La rabbia giovane, datato 1973, con un Martin Sheen che emula dichiaratamente James Dean e una giovanissima Sissy Spacek. Il primo film del regista texano si fa subito notare nel panorama del cinema statunitense per una potenza visiva insolita e per un approccio alla materia decisamente particolare. La rabbia giovane si inserisce di fatto nella filmografia degli anni Settanta, lanciato da Easy rider di Dennis Hopper, Cinque pezzi facili di Bob Rafelson, Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah, ovvero di un cinema disseminato di individui tesi verso una ribellione costante, che si scontri frontalmente con il proprio essere e la propria condizione, quindi contro la società comunemente intesa e accettata. Questo discorso vale anche per Kit (Sheen), ma in maniera diversa. La violenza che permea il film è connotata da un senso di amoralità assoluto, le azioni dei personaggi sono prive di giudizi da parte dell’autore, non c’è in alcun modo una presa di posizione. Questo perché Malick inizia il suo percorso meta-cinematografico seguendo un processo escatologico determinato, quello di analizzare l’essenza umana per gradi: animale (La rabbia giovane), umana (I giorni del cielo) e universale/divina (La sottile linea rossa). Sotto questo profilo assume maggiore rilevanza il ruolo giocato dalla natura, che si relazione all’uomo ed alla sua pura essenza. Il titolo originale del film è, non a caso, Badlands, terre cattive, con un riferimento preciso all’essenza che la natura ha all’interno del film.  

L’opera prima di Malick coinvolge e sconvolge, mentre il pubblico e la critica rimane in attesa di una conferma da parte del regista. Conferma che arriverà puntuale con il lavoro successivo, I giorni del cielo, datato 1978 (cinque anni dopo La rabbia giovane). Malick è già pienamente consapevole del mezzo e delle sue intenzioni, tanto che elabora, insieme al direttore della fotografia Nestor Almendros, una visione particolare del luogo in cui si sarebbe dovuta svolgere l’azione. Il risultato, per lo più dal punto di vista visivo, è stupefacente. I campi di grano immersi nella luce infuocata del tramonto inebriano l’occhio di una bellezza rara e volontariamente ricercata. Malick nel raccontare la storia di due amanti e della sorella di lei, sembra porre maggiore attenzione all’estetica scenografica più che alla storia stessa. I personaggi ricercano una pace di cui sono consapevoli dell’esistenza, pace che si incarna momentaneamente nel periodo in cui vivono e lavorano per il ricco proprietario terriero (Sam Shepard), i giorni del cielo del titolo. Ma è un attimo prima di sprofondare nell’abisso e nella disperazione della morte e della deriva. Le immagini del film sono un quadro dopo l’altro e sicuramente riscattano l’impressione di superficialità narrativa e concettuale derivante dalla sceneggiatura. Malick conferma il ruolo della voce off narrante, che si dice sia stata aggiunta successivamente poiché il montato risultava incomprensibile.
I giorni del cielo
vinse l’Oscar per la migliore fotografia e lanciò il regista texano nell’olimpo dei grandi. È in quel momento, nel pieno del successo, che Malick prende una decisione incredibile, spinto anche da produttori e conoscenti che gli chiedevano un nuovo film. Egli si eclissa, va a vivere in Francia, continua ad occuparsi di filosofia e scompare letteralmente per vent’anni.  
Si dice che il suo progetto più ambizioso in quel periodo fosse Q, un film sulla nascita del mondo, in cui un Minotauro sognava appunto l’evoluzione dell’universo e dell’uomo.
Nel 1998 esce nelle sale La sottile linea rossa, tratto liberamente dall’omonimo romanzo di James Jones, sulla battaglia di Guadalcanal nel 1942, in piena Guerra Mondiale. Il tutto è raccontato attraverso le voci interiori dei personaggi, che sono simbolo di un pensiero universale e divino, teso verso l’infinito, come d’altronde il cinema di Malick.
Non esagero quando dico che La sottile linea rossa è un capolavoro del cinema contemporaneo. Oltre ad aver vinto l’Orso d’oro a Berlino e ad essere stato nominato a sette oscar, incluso miglior film e miglior regia, il film è un raro esempio di cinema d’autore, in cui il peso delle intenzioni filosofico-spirituali non teme il confronto con il pubblico. Pur essendo stato tacciato di maniera, specie nella sua maniacale ricerca della perfezione dell’immagine, Malick ci regala un lavoro che rientra a pieno titolo nella definizione di capolavoro assoluto. Non solo per la sceneggiatura, che alterna sapientemente e in costante equilibrio, filosofia, poesia e solidità narrativa, accompagnata da un approfondimento psicologico dei personaggi davvero notevole, ma anche per le immagini eteree e metafisiche, oniriche eppure reali. Per non parlare dell’apporto tecnico: le maestose scenografie dell’abituale collaboratore Jack Fisk, la fotografia naturalista di John Toll, le musiche-capolavoro del grande Hans Zimmer, il reparto attoriale, composto di “mostri” quali John Travolta, Gorge Clooney, Nock Nolte, Sean Penn, Jim Cavielez, Adrien Brody, John Cusak, Woody Harrelson, John C. Reilly, John SAvage, Ben Chaplin, Elias Koetas, Jared Leto, tutti disposti a lavorare con paga sindacale, pur di essere presenti nel film che segna il ritorno di Malick.  

Ora, dopo sette anni, il regista texano torna con un nuovo lavoro: The new world, con Colin Farrel e Christian Bale, storia vera di Pocahontas e del suo incontro con gli uomini di “un altro mondo”. Il cinema ha bisogno di gente come Malick, della sua ossessione per il riservo della propria persona, per la sua ricerca della perfezione, sottomessa ad una dimensione strettamente soggettiva, la sua. Il cinema di oggi, così perso in sterili mode e finti (o, peggio, ostentati) intellettualismi richiede con forza, pretende una figura come Malick, incarnazione dell’idea di autorialità, convinto dell’aspetto infinito del cinema e dell’immagine, della sua capacità di trasmettere emozioni allo spettatore e alla Storia.
Andrea Fontana

The new world

La rabbia giovane