The new world - il nuovo mondo
di Terrence Malick
con Colin
Farrel e Christian Bale
Terrence Malick: il ritorno
del re (del cinema)
Tavola rotonda sul film, a cura degli
esaltati redattori di Centraldocinema!
ESTASI
DI UNA VISIONE
L’incipit del film è folgorante: il riflesso sull’acqua di un mondo
incontaminato, mentre le parole dolci e femminili della protagonista introducono
il tema portante dell’opera, quello della ricerca spirituale di un Sé, di una
pace interiore estrinseca al reale e alla Storia. Il nuovo film di Terrence
Malick non solo conferma la perfezione stilistico-poetica cui è giunto con La
sottile linea rossa, ma sottolinea ulteriormente la necessità di un cinema
diverso, unico nel suo genere, manieristico forse ma ricercato, particolare,
finalizzato a sé e per sé.
La storia di Pocahontas che incontra l’esploratore John Smith e se ne innamora
follemente, diventa simbolo di un incontro culturale di enormi proporzioni
(peraltro già accennato in La sottile linea rossa nel rapporto che Witt
instaura con gli autoctoni del luogo prima e dopo la battaglia).
L’incontro/scontro diviene dialettica dicotomica di due mondi, di cui uno è
destinato a morire. E sarà appunto quel new world a scomparire e con lui la
purezza e la spiritualità che lo contraddistingue. Paradossalmente Malick
riesce laddove Scorsese aveva parzialmente fallito con Gangs of New York,
ovvero ritrae perfettamente la morte
di un mondo e la nascita (basata quindi
sulla morte, quindi di per sé viziata) di una nazione destinata a cambiare le
coordinate mondiali della Storia umana. Questo mondo trova incarnazione nella
figura di Pocahontas, ingenua e perfetta creatura di un universo puro ed
incontaminato, teso verso la ricerca del Sé più profondo. Una figura destinata
a mutare, a soffrire e infine a morire. La parabola esistenziale di Pocahontas
fa da parallelo a quella del mondo a cui appartiene. Per tutta la durata del
film c’è un costante richiamo al riflesso (dalle acque limpide di fiumi
inesplorati allo specchio su cui è riflessa la morte della protagonista), che
tende appunto ad esaltare le immagini di un mondo ormai scomparso, pallido
ricordo, astratta illusione.
Il film di Malick trasuda una spiritualità di immense proporzioni, fondendo al
tempo stesso poesia e filosofia, affrontando contemporaneamente temi di valore
universale. Alterna momenti magici, infiniti, in cui la voce fuori campo esalta
una madre e un padre astratti ed elementi di riferimento, mentre le immagini
divengono quadri di profonda bellezza, romantici e naturalistici insieme. Ma The
new world, quarta fatica di un regista che in trent’anni di carriera ha
concesso poco in termini di quantità ma molto sotto il profilo della qualità,
non è perfetto come è stato La sottile linea rossa. La sceneggiatura in
alcuni momenti tende più verso la prosa piuttosto che la poesia (una costante
nel precedente lavoro del regista), prediligendo il narrato. James Horner
evidentemente non è Hans Zimmer, e, sebbene con la sua colonna sonora tocchi
alti momenti (come l’arrivo delle navi o il finale), cade in sequenze in cui
inserisce pezzi al pianoforte che ricordano la musica classica ottocentesca. Ma
sono difetti minimi, perdonabili ad un autore coerente e unico nel suo
genere.
Le immagini di Malick sono di rara bellezza, ritraggono una natura incontaminata
splendida e perduta. Sono quadri in successione. Il finale è qualcosa di
perfetto, di indescrivibile nel montaggio, nella portata di significato, nella
profondità, nella delicatezza, nell’emozione infinita che suscita. Solo nel
finale la giovane protagonista troverà i suoi giorni del cielo.
Malick è tornato con nuovo capolavoro, ricordandoci il valore dell’immagine e
del cinema. Il fatto che lo faccia così raramente nel tempo sottolinea
ulteriormente l’importanza di ciò che trasmette. Noi non possiamo che
cogliere queste perle di rara intensità.
VOTO: 9
½
Andrea Fontana
TM,
TERRENCEMALICK, TRADEMARK DI TRASCENDENZA
Ci sono registi che fanno film ogni anno, ci sono registi che fanno film quando
gli viene chiesto, ci sono registi che fanno film perché forse non potrebbero
fare altro, ci sono registi che fanno film come si stessero spazzolando i denti,
tre volte (o più) al dì.
Ci sono anche registi che fanno film come se non ci fosse domani, e per fortuna
che ci sono pure (e soprattutto?) loro: Terrence Malick, texano, è uno di
questi, se non il paradigma assoluto della formula generalista appena descritta.
Escludiamo le sceneggiature e i cortometraggi a cui è arduo risalire; dal 1973
a oggi, 2006, TM ha fatto solo quattro film, a coppie verrebbe da dire, e per
tanti motivi. I primi due – La rabbia
giovane (1973), I giorni del cielo
(1978) – sono brevi nella durata (sui 90’, minuto più minuto meno),
indipendenti nella realizzazione, autoriali nelle intenzioni e negli esiti.
Entrambi narrano vicende retrodatate, immerse nel giallo della profonda
provincia americana, individuali.
Poi vent’anni di silenzio, di buio cinematografico: un barbaglio nero, una
dissolvenza esistenziale, un’ellissi creativa, così care a Malick e al suo
cinema di personaggi, di luoghi, di oralità (la voce fuori campo, altro trademark
malickiano) raccontate per immagini.
Rispunta, Malick, nel 1998, ed è La
sottile linea rossa: il suo cinema è sempre quello - la ricerca di un senso
mistico laddove le esperienze umane sembrano non averlo come poetica,
l’arrocco oggettivo per affondare lo sguardo scevro da moralismi e da giudizi
come forma -, ma qualcosa è cambiato. C’è pluralità (filosofica) di punti
di vista, c’è coralità, c’è immersione ed emersione in un microcosmo che
diventa epitome di un mondo e dei suoi sentimenti; il senso panico delle cose,
così immanente nel cinema di Malick, diventa indagine assolutamente spirituale
della natura come primordiale Eden perduto, a cui affidarsi tramite la memoria,
il sogno, le sensibilità percettive. Il verde della speranza, e dell’eternità
della vita, domina. Altri sette anni, quindi un breve lasso di tempo, e un nuovo
film, con ulteriori assonanze da segnalare: non più l’America profonda ma
l’America come Mito, come solennità da osservare in maniera etno-antropolgica;
di nuovo un gusto per la durata magniloquente da kolossal; di nuovo una
rarefazione sempre più crescente del narrato, per evidenziare – secondo la
psicanalisi cognitivo-comportamentale, verrebbe da pensare – non i fatti, ma i
pensieri, e le emozioni soprattutto, che hanno scatenato quei fatti.
Affidarsi a Malick, con cieca fiducia, diventa dunque un obbligo morale oltreché
un piacere ardimentoso: il suo occhio curioso, ma mai invadente, ci culla e ci
plana alla scoperta di un mondo inesplorato, ci rivela che il vero mondo nuovo
è quello che tutti noi abbiamo dentro al cuore - amore puro, amore dantesco -,
e, restando allo specifico della visione, giunge a un finale che strappa il
cuore dal petto e tenta, riuscendovi a patto di non essere insensibili, di
rianimarcelo, di farci di nuovo brillare, e a forza (la forza del suo stile, e
della sua poesia), una speranza; la
speranza.
Roberto Donati
E’ con più di qualche timidezza ed
imbarazzo che ci si accinge ad analizzare questo film di Terrence Malick, da
parte di chi, come il sottoscritto, ha la ventura di occuparsi di cinema e
immagine per professione: troppo alto è il rischio di scontrarsi, in caso di
critica feroce, con l’intellettualismo visivo
di certuni, pronti ad accettare ciecamente, nel terrore di sembrare insipienti e
poco ricettivi, le opere di un mostro
sacro come Malick: ma non è con l’intoccabilità e la deferenza che si
dimostra onestà intelletuale. The
New World non è e non può essere un film da recensire ed analizzare coi mezzi
consueti, parlando di componenti cinematografiche più o meno riuscite come
sceneggiatura, fotografia, montaggio o regia. Non è proprio possibile
etichettare il film con un voto finale, tanto è palese l’intenzione del
regista di proporre una riflessione sul linguaggio cinematografico, anzi di
destrutturarlo e, forse, distruggerlo. Il ritmo del film (se ritmo esiste) segue
schemi improponibili in un’opera cinematografica, il montaggio propone
soluzioni raramente viste e, forse, tollerabili, la recitazione è gelida ed il
pathos è delegato agli estenuanti voice over dei protagonisti. E qui mi fermo,
perchè non vi è motivo di proseguire nell’analisi di un film che non è un
film, che appare in alcuni frammenti un documentario, un’opera di videoarte,
una prova di forza con la volontà masochista dello spettatore. Malick
travalica, anzi ignora volutamente, tutti gli schemi e i paradigmi
dell’estetica cinematografica: passioni rarefatte, emozioni raffreddate,
immagini estenuanti; si ha l’impressione di un film fatto più per le tesi di
laurea di studenti di accademia del cinema che per un pubblico di sala (che,
effettivamente, rumoreggia tra gli sbadigli dall’inizio alla fine). Viene da
chiedersi se è cinema quello in cui lo spettatore applaude sui titoli di coda
non per le emozioni provate, ma per il sollievo della fine del calvario. Un
dubbio, questo, che farà drizzare i capelli in testa ai critici più
intellettuali, ma che comunque mi pare avere dignità di esistenza se, come dice
Scorsese, un cineasta deve essere un “manager delle emozioni del pubblico”.
L’impressione è che Malick abbia scelto di provocare in grande stile
proprio utilizzando la storia, popolarissima in America, di Pocahontas: per fare
un parallelo sarebbe come cercare di abbattere i paradigmi della lingua e
letteratura italiana attraverso la
manipolazione de “I Promessi Sposi”.
In conclusione l’unica avvertenza ai potenziali spettatori è questa:
preparatevi, comperando il biglietto di The New World, ad una difficile
esperienza durante il film e soprattutto dopo, quando, agli sbadigli sguaiati
della maggioranza, dovrete opporre qualche ragionamento di illuminismo
cinematografico per giustificare la spesa sostenuta al botteghino. Buon
dibattito!
VOTO: S.V.
Andrea W. Castellanza
Castellanza@actionzone.it
Per chi non si dimentica che il cinema è fatto di emozioni
ed autentiche suggestioni, quelle che talvolta non trovano spazio e possibilità
sulla letteratura e nelle altre arti, ecco che il film (ed il cinema) di Malick
ci rammentano con vigore come la settima arte possa dare emozioni sconosciute
alle altre discipline (e ovviamente anche le altre arti hanno le loro peculiarità).
The New World ci fa sentire gli umori e gli odori del nuovo mondo; noi sentiamo
quello che sentono Smith e gli altri compagni di brigata, abbiamo lo stesso
timore e grande trepidazione al contatto con i primi indigeni indiani, pensiamo
davvero di vedere loro nello stesso modo e con gli stessi sentimenti dei primi
coloni, e riusciamo anche a sentire le sensazioni e i pensieri della tribù del
luogo. Abbiamo freddo e fame come gli inglesi, vediamo e sentiamo la stessa
umida e lussureggiante natura; pensiamo davvero di vedere e scrutare i pensieri
di Pocahontas come se fosse lei in persona e questo fosse davvero un viaggio a
ritroso nel tempo.
Il film ha il ritmo adeguato per farci entrare nel nuovo mondo, come se le
sequenze siano giustamente romanzate, ma profondamente aderenti al vero; ci fa
assaporare momenti in cui la natura è agitata dal vento, vediamo
l’incresparsi dell’acqua cristallina e pensiamo davvero di vedere con gli
occhi di chi per primo ha visitato quelle terre e come si presentavano agli
inizi del 1600.
The new world: il nuovo mondo dei coloni, di chi cerca nuovi orizzonti, di chi
va a caccia di fortuna, di chi ha la terra che gli scotta sotto i piedi e cede
alle lusinghe del mare e dei suoi misteriosi orizzonti.
La storia del ribelle Smith si intreccia con l’amore per la nobile indiana, ma
gli eventi e le scelte personali li divideranno. La giovane donna indigena
conoscerà superficialmente quello che per lei è il nuovo mondo:
l’Inghilterra.
Il mare, sempre il mare come crocevia di cultura, incontri epocali e denaro: chi
va incontro al mare va incontro al mondo. Chi domina il mare, domina il mondo.
Dio protegga le nostre rotte, sia di benevola bolina come clemente nella
tempesta tropicale, sperando che la cambusa e la stiva siano accoglienti….e
chi non sputa almeno dieci piedi controvento non merita un rancio abbondante!
Gino Pitaro
newfilm@interfree.it
“
Buio dalla luce, conflitto dall’amore : sono il frutto di una sola mente, i
tratti di un solo volto ? Oh anima mia, fai che io sia in te adesso; guarda
attraverso i miei occhi, guarda le cose che hai creato. Tutto risplende “.
Sono andato a vedere quest’ultimo film di Terrence Malick con ben in mente le
parole e le immagini de “ La sottile linea rossa “ ( film peraltro tratto da
un’opera dello scrittore James Jones ), cercando di capire dove poteva
arrivare il regista nella sua ricerca ( ma, sottintendendo un graal chiamiamola
pure "cerca"). Non credo sia, questo “ The new world “, un film perfetto, però
devo ammettere la coerenza di Malick nel tentativo di oltrepassare la
postmodernità, e parliamo anche di una categoria del cinema attuale, e la
compressione spaziotemporale che ad essa si accompagna.
E se ne " la sottile linea rossa " questo superamento era soltanto il portato della psiche di ciascuno dei marines nei momenti di vuoto strappati fra un'istante di guerra e l'altro ( quando i tempi rallentavano e la realtà
diveniva pensiero ) in questo film avviene nell’incontro fra Smith e gli
indiani. Che, fuori dal tempo umano del divenire, esistono nel campo del puro
spirito, eterni in un tempo eterno. Mi ricordano quindi, a tratti, gli angeli
del “ Cielo sopra Berlino “. Smith, novello Adamo, ha accesso a questo
sopramondo grazie alla principessa indiana di cui tutti abbiamo ammirato la
bellezza, ma sprecherà, corrotto portatore di una modernità collocata in un
tempo e in uno spazio precisi ( da qui le sue domande a lei “ dove vivremo,
nel bosco, su un albero.. ), in pratica in un processo decisionale umano, questa
possibilità di aderire all’increato, alla purità, al divino. Smith è
l’occidente conquistatore, che viaggia soltanto geograficamente, che si muove
con sforzo e molta sofferenza nello spazio ( non era ancora tempo di viaggi
organizzati e strutturati come catene di montaggio come nell’attuale turismo
), gli indiani invece nel tempo e nello spazio sembrano galleggiare senza
sforzo. Ma ad un uomo una donna apre questa dimensione arcana ( l’indiana del
film, la sposa di cui l’innamorato soldato rievoca il corpo
e l’eros ne “ La sottile linea rossa ) e qui ci si chiede se, viste
le attuali virago, Malick non voglia illuderci tutti ( noi maschietti intendo )
con un donativo che si presentifica, che sembra trasferire un altro mondo con le
sue creature nel nostro, schizofrenico e decostruito. In questo senso lo
ritengo, come il precedente in maniera più scoperta, un film religioso:
l’indiana come una Maria cristiana che conduce l’uomo al divino, che egli
paradossalmente rifiuta, non potendo rinunciare alla propria superba identità.
E qui la stanchezza mi impone di chiudere questa breve pseudo - critica
cinematografica.
Carlo Dentali
The new world, ultimo film
di Malik, è un racconto epico sulla conquista del Nord America. Tre navi
inglesi approdano sulle coste lussureggianti di un’ America incontaminata ed
incontrano la selvaggia prateria dominata dalle tribù indiane. Uno dei loro
capi si innamora di una principessa indiana, il cui stile di vita non riesce del
tutto a strapparlo dal desiderio di esplorare e conquistare i territori
americani sotto la bandiera inglese. La trama del film è piacevolmente
scontata: il tormetato amore fra i due viene interrotto dall’egoismo di lui e
dallo scontro fra il popolo indiano e i coloni inglesi. Ma il dono più
interessante nel vedere questo film lo si riceve attraverso le immagini,
superiori per forza evocativa a qualsiasi altro film storico che abbia tentato
di catturare il panteismo della natura. La forza di queste immagini è così
coinvolgente che per un affascinante processo inconscio ne vieni in qualche modo
inglobato fino a dimenticare il confine fra visione e percezione.
Il lavoro di Malick, che conoscevo solo attraverso il film “La sottile linea
rossa”, incarna un sentimento intenso e struggente sulla pervasività della
natura nel tragico svolgersi della storia dell’uomo, in cui il
violento determinismo della passione smuove profondamente il rapporto fra
la natura e il suo ospite:l’ uomo.
Fulvio Caporale
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=56594
Malick in Usa ritira il film per tagliarlo di 17 minuti, per venire incontro ai gusti del pubblico medio, vista la lunghezza.
In Europa stiamo vedendo la versione integrale.
Terrence Malick: il ritorno
del re (del cinema)
Tavola rotonda sul film, a cura degli
esaltati redattori di Centraldocinema!
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