IL CONCERTO

 

(Le concert)

 

Un film di Radu Mihaleanu

Francia/Italia/Romania/Belgio, 2009 – Commedia amara – Durata: 116‘

Con Aleksei Guskov, Mélanie Laurent, Dmitri Nazarov, Valeriy Barinov, François Berléand, Miou-Miou

 

Parigi val bene un concerto

 

Un'orchestra suona al Bolshoi... I violini liberano nell'aria le loro note acute, i violoncelli diffondono suoni più gravi, mentre i fiati inseriscono i loro toni brillanti... Un direttore libra le mani nell'aria, dirigendo gli strumenti, ma non è così. Lo squillo del suo cellulare lo tradisce: è Andreï Filipov (Aleksei Guskov), l'uomo delle pulizie. Questa è la folgorante scena d'inizio de Il concerto, nuovo film di Radu Mihaileanu. Poco dopo scopriamo che Andreï trent'anni prima è stato veramente un famoso direttore d'orchestra, ma l'opposizione a Breznev, che voleva cacciare i musicisti ebrei, gli costò il posto e la fama. Ma questo è solo uno dei colpi di scena di un lungo racconto di cui non sveleremo gli estremi sviluppi. Possiamo solo aggiungere che il maestro Filipov riuscirà ad intercettare una richiesta pervenuta al Bolshoi dal teatro Châtelet di Parigi, decidendo così di rimettere insieme la sua vecchia orchestra, una specie di grossa Armata Brancaleone dotata di strumenti, per cercare di riallacciare i fili del destino che si erano spezzati tanti anni prima, coinvolgendo anche la violinista francese Anne-Marie Jacquet (Mélanie Laurent), cui, come scopriremo, sembra legarlo un lontano segreto...

Il risultato è a dir poco spumeggiante, pervaso da un umorismo sotterraneo continuo, con un divertito e divertente gioco linguistico tra francese e russo, malgrado notevoli sferzate drammatiche che affiorano qua e là. Merito anche degli attori, tutti mirabili, pure se alla fine il pianto liberatorio della Laurent, al suo primo ruolo da “vera donna”, come ha dichiarato il regista, non si scorderà facilmente Molti temi si uniscono, dal(l'ex-) Comunismo (insieme ai suoi danni) al sogno e alla voglia di riscatto, dalla Famiglia alla irruente potenza della Musica. Musica che, insieme al concerto ed all'orchestra è infatti astuta metafora per i rapporti famigliari e alla larga per il sogno infranto del Comunismo. Non trascurabile in questo senso anche il rapporto tra il singolo e la collettività, visto all'interno di un'orchestra al suo meglio e nella cornice di un regime come quello dell'ex Unione Sovietica. Alcune scelte sono troppo facili e semplicistiche, come i passaporti "estemporanei", la rapidità macchiettistica con cui tutti i musicisti, una volta in Francia, si trovano subito un altro lavoro e l'altrettanta velocità con cui, in seguito ad un breve ma intenso sms, tornano in teatro per suonare. Ma il virtuosismo registico di Mihaileanu, che raggiunge il suo magistrale zenit nell'ultima sequenza del concerto, fa dimenticare ogni imperfezione. E in quel finale, mentre la musica di Čajkovskij impazza, scorre con una modernità e una sintesi impressionanti il passato, ma anche il futuro, dei protagonisti.

Voto: * * * * .

Paolo Dallimonti

A metà dei‘70 durante il governo di Brezhnev, Andrei Filipov, direttore dell’orchestra del Bolchoï, difese alcuni musicisti anche se di origine ebraica. Questo lo fece cadere in disgrazia agli occhi del regime comportandone l’allontanamento e la pubblica umiliazione. Dopo trent’anni nei quali ha lavorato presso il teatro in qualità di custode, gli viene offerta una nuova occasione: Andrei intercetta accidentalmente una richiesta del teatro Châtelet per un concerto a Parigi, preso dal desiderio di riscatto decide di sostituire la vera orchestra del Bolchoï con i componenti della sua vecchia orchestra.

Come in “Train de Vie” (1999) il regista rumeno Mihalieanu, ma ormai cittadino Francese, riesce a compiere il miracolo di narrare una storia greve e toccante, in tal caso l’antisemitismo contro gli ebrei e la storia di una nazione ancora “devastata dal  crollo del muro”, il tutto con una mano leggera e un tocco di splendida ironia. Un tocco capace di far sembrare comiche e ilari, anche le situazioni più tragiche. Storie di gente emarginata dal regime e che ha dovuto riadattarsi a una vita piena di stenti, a partire da Andrei, un sublime Aleksei Guskov, proseguendo con il suo amico Sasha e terminando con tutti i membri della “Fu” orchestra del grande Bolchoï. Un film da vedere e se volete anche da rivedere. Con punte di ironia alternate, e concluse, con uno Tchaikovsky che risulta perfetto per concludere la pellicola. Per creare un climax ascendente e incessante. Un climax capace di smuovere animi e lacrime, carico di commozione e di ironia che permette al film di iniziare con un’irresistibile comicità:  dall’ex membro del partito comunista sovietico, Ivan Gavrilov,; nostalgico quanto ridicolo, sino alla ricomposizione della vecchia orchestra, un procedimento che potrebbe ricordare i Blues Brothers (1980) di John Landis. Per poi terminare con commozione ma anche con un grande carico di speranza. Per via del  rapporto fra la grande violinista Anne-Marie Jacquet e tutti i  membri dell’orchestra. Nel complesso assolutamente da non perdere.
 
Ciro Andreotti

Andrei Filipov, direttore senza più un’orchestra, ha dovuto abbandonare la bacchetta per lo straccio della polvere. Al regime di Breznev non è piaciuta la sua disubbidienza – trent’anni prima si è rifiutato di sbarazzarsi dei colleghi ebrei – e il regime ha memoria lunga. Ma adesso che Andrei tira tardi per lustrare la scrivania del direttore del Bolshoi – un burattino nelle mani del regime – il destino sembra offrirgli un risarcimento: un fax galeotto aprirà la strada per Parigi, per il concerto, per il riscatto.

Mihaileanu sa mescolare divertimento e commozione con precisione alchemica. Il grande pubblico l’ha imparato 10 anni fa, vedendo il suo meraviglioso “Train de vie”. E come nel memorabile viaggio verso la frontiera russa, anche ne “Il concerto” gli eroi di Mihaileanu sono degli impostori: il ribaltamento dei ruoli e l’inganno rappresentano infatti l’unica via per chi, condannato dalla storia, vuole sfruttare il guizzo dell’ingegno che porta alla salvezza.
Le due ore del film si muovono leggere tra tematiche grevi e – sotto qualsiasi altro sguardo – disperate. Complice la musica che prende i due popoli più travagliati e dispersi – ebrei e gitani – e li riunisce, ne smuove i destini.
La scrittura è splendidamente corale: Mihaileanu affolla la scena di personaggi, tutti li muove e li analizza, partendo nell’analisi proprio dalle loro vite reinventate di vittime del regime.
Tutto alla luce naif di una regia che – tra Kusturica e i Blues Brothers – conduce il suo meccanismo perfetto fino al riscatto morale e artistico che prende la via forzata del palcoscenico del Theatre du Chatelet di Parigi, dove dodici minuti di perfetta esecuzione del concerto per violino e orchestra di Cajkovskij riconciliano con un destino ingiustamente troncato 30anni prima.
Anche questa volta si chiude con un brivido lungo la schiena, anche se quello provato sulla postilla di quella “storia vera... o quasi” del treno per vivere resta di intensità insuperata.

 

Da vedere: Con l’amica/o del cuore, la domenica pomeriggio
Posizione: Prime file al centro
Abbinamento consigliato: M&M’s di riso soffiato e Pepsi Cola

Enrico Valli