Elephant
di Gus Van Sant
In concorso alla 56^ edizione del festival
di Cannes, "Elphant" di Gus Van Sant, in deroga a
tutte le regole del festival, si è aggiudicato la Palma d’Oro
ed il Premio per la Miglior Regia. La giuria di Cannes,
presieduta dal regista francese Patrice Chéreau, ha voluto
premiare l’impegno e la sensibilità di Van Sant che, con
questa pellicola, ha commosso tutti, americani e non.
Infatti, "Elephant" parla dell’America, o meglio
di uno dei tanti problemi che da qualche anno affliggono
questa controversa nazione e cioè la violenza nelle scuole.
Ma la pellicola di Van Sant tratta questo tema in modo nuovo
e per nulla retorico. Attraverso il racconto di una giornata
tipo all’interno di un liceo americano, Van Sant entra
nelle vite dei ragazzi, nella loro quotidianità fatta di
lezioni, partite di football, primi amori e problemi
esistenziali per descrivere l’assurdo dramma della
violenza. Elias, John, Jordan, Carrie, Nicole, Alex ed Eric
sono ragazzi come tanti altri, ma qualcosa di totalmente
devastante rende le vite di alcuni di loro tanto
insostenibili da indurli a commettere il più terribile dei
crimini. Van Sant prende spunto dai molti episodi di stragi
nelle scuole che si sono verificati in America negli ultimi
anni, tra cui quello del ’99 di Columbine, magistralmente
documentato nel lavoro di Michael Moore "Bowling for
Columbine", per denunciare il pericolo al pubblico, non
con grida o posizioni moraliste, ma solo osservando la cruda
realtà. Che da sola basta a raccontare l’orrore e l’urgenza
di fare qualcosa. Per questo il regista segue letteralmente
i suoi personaggi, spesso inquadrandoli da dietro, come un
detective invisibile che cerca di indagare sulle ragioni
inspiegabili di tanta violenza, ma facendo entrare lo
spettatore nella realtà di quelle vite semplici, eppure
tanto ingarbugliate. La macchina da presa si concentra sui
ragazzi, senza giudizi o colpi di scena, ma solo descrivendo
crudemente ciò che capita. E non ci sono soluzioni, come
non c’è finale perché quello di Van Sant è un discorso
aperto che sta al popolo americano, o meglio a tutti noi,
continuare. Noi siamo nel film. Grazie ai lunghi silenzi e
ai piano-sequenza che caratterizzano la pellicola,
camminiamo, giochiamo, studiamo e viviamo con i
protagonisti. E questo è il messaggio più forte e più
incisivo di "Elephant" perché, anche se non
possiamo cambiare quella storia, di certo possiamo fare
molto perché non ce ne siamo delle altre.
Francesca Manfroni
Gus Van Sant continua la sua strada di
sperimentazione del mezzo cinematografico e affronta la
tristemente nota strage alla Columbine School in Colorado
del 1999 mostrando, con freddezza da chirurgo, i fatti nella
loro essenzialita': un giorno qualsiasi, una scuola brulicante
di studenti (sempre in giro e mai in classe), chiacchiere di
routine, tanti visi sovrapponibili, ognuno con una storia
differente da raccontare o forse sempre la stessa storia in
abiti diversi. La oliata quotidianita' viene squarciata da
due giovani che, dietro l'aria qualunque, serbano un rancore
profondo verso i compagni di scuola dalla presa in giro
facile e i professori che non sono stati capaci di
ascoltarli. Il lungometraggio segue il destino beffardo di
alcuni abitanti della cittadella scolastica (parlare di
liceo sarebbe riduttivo) nell'arco della mattinata fatidica,
si incolla alle loro schiene e li pedina con insistenza,
sfocando i contorni di un "fuori" difficile da
comprendere e motivare, fino al massacro finale. Il film e'
tutto qui, ma dietro la semplicita' di copertina c'e' un
percorso registico molto sofisticato: un formato inconsueto
(1:33 al posto del canonico 1:85), lunghi e complicati piani
sequenza, molteplici punti di vista che ripropongono (senza
aggiungere molto, peraltro) l'attimo che separa la quiete
apparente dell'ordinario dall'orrore dello straordinario.
L'idea di esplicitare i fatti partendo dall'interno
dell'azione e' forte ed efficace, ma non appena il film esce
dalla cronaca per soffermarsi su quello che i giornali hanno
potuto soltanto ipotizzare, la banalita' del male inciampa
nella banalita' dello sguardo. Cio' che viene mostrato dei
futuri assassini pare infatti materia per un becero talk
show da "prime time" televisivo: in una sola
mattina i due restano affascinati da un documentario sul
nazismo, si dedicano a violentissimi videogiochi, si
lanciano in un approccio omosessuale, mentre la famiglia e',
ovviamente, uno sfondo indistinto, distratto o assente. Il
tutto inframmezzato da dialoghi pronunciati con l'apatia di
un "mi passi il the cara!". E la forzatura
continua nella messa in scena del massacro. La violenza
resta quasi sempre fuori campo, ma il gelo e l'indifferenza
degli assassini, come anche degli altri ragazzi (lenti,
flemmatici e per nulla terrorizzati) suona semplicemente
falso. L'agghiacciante vacuita' di una generazione priva di
punti di riferimento e àncore affettive, si traduce cosi',
attraverso un taglio asciutto e minimale, in un
bell'esercizio di stile dal poco valore aggiunto. Il
turbamento che ne deriva e', anch'esso, solo di superficie e
non scalfisce. Pronto, una volta fuori dalla sala
cinematografica, ad essere spazzato via da un vento
autunnale in grado di scompaginare immagini e pensieri. Il
centrifugato di nitrato che ne rimane e' solo un lieve
piacere, tutto di testa.
Luca Baroncini
(de www.spietati.it)
Recensione da
rassegna Cannes a Milano
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