LA CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO
Regia: Pupi Avati
Soggetto : Pupi Avati - Antonio Avati
Sceneggiatura: Pupi Avati - Antonio Avati - Gianni Cavina - Maurizio Costanzo
Con: Lino Capolicchio - Francesca Marciano - Gianni Cavina - Bob Tonelli - Vanna Busoni
Musica : Amedeo Tommasi
Italia 1976 - colore - 110' minuti
Video e DVD : Twenty Century Fox
 

Uscito nel 1976, "LA CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO", non rappresenta soltanto un "Cult" ma un "caso" vero e proprio all'interno del cinema horror - thriller italiano.
Se Dario Argento disfrena le sue nevrosi - fantastiche creando un'atmosfera da incubo in una metropoli come Roma o Torino, in cui una mente pazzoide è pronta a colpire tutto e tutti, Pupi Avati contrappone un paesaggio solare e rassicurante, in cui la solarità stessa, diventa un "accessorio" di primaria importanza per il film stesso, dove il fruscio degli alberi verdissimi, il gorgogliare dell'acqua dei fiumi e le desolate case coloniche diventano parte integrante, di un affresco al limite del blasfemo; dell'indicibile.
Pupi Avati costruisce sagacemente una vicenda in cui tutto sembra più sussurrato, che detto - si veda la sequenza in cui l'autista ubriacone del paese ( interpretato magnificamente da un "perdente" Gianni Cavina ) viene buttato fuori dall'osteria e in preda alla rabbia grida : "...lo sapete che se io voglio...lo sapete che se io parlo..."
Quello che ne viene fuori è un ambiguità che serpeggia per tutta la vicenda, e che porta lo spettatore stesso ad una sorte di impotenza di fronte ad egli accadimenti che non accadono, a storie che passate di bocca in bocca si tingono di particolari sempre più inquietanti e al limite del credibile trasformando i personaggi stessi in una sorta di virtuali-personaggi, in cui nessuno è - come - sembra , e a sua volta nessuno - è - chi sembra ( vedasi il finale ).
L'incertezza, l'atmosfera metafisica-trasognante trasformano la vicenda in qualcosa che non ha del reale, ma allo stesso tempo diviene qualcosa di assolutamente quotidiano – si vedano le sequenze in cui Lino Capolicchio “esplora” la campagna emiliana dove magicamente sembrano apparire luoghi “fuori dal tempo” – case che recano sulle finestre enormi bocche “ghiganti” o ville fatiscenti in cui strani personaggi intonano blasfeme filastrocche brasiliane…..lasciando nello spettatore quel sapore e quella sensazione che tutto sia in funzione di qualche arcano e indecifrabile rito sacrificale…..
Pupi Avati diventa una sorta di Lovecraft “emiliano”, instaurando un vero sentimento dell’orrore , un’inquietudine che colpisce
lo spettatore proiettandolo in un mondo dove  la paura diventa qualcosa di tangibile e pronta a risucchiare con le sue incoffessabili verità – UNA VERITA’ – che non può trovare una via d’uscita….
Mirco Sassoli

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