Americani
Regia di James Foley
USA – 1992
Un
cast straordinario, unico e irripetibile, con Jack Lemmon che regala
un’interpretazione inarrivabile per intensità e verismo, Al Pacino
gigioneggia ma è grande, Ed Harris strepitoso ed Alec Baldwin che in soli 15
minuti mette il sigillo, la firma, su
tutta una carriera.
James Foley confeziona alla grande un prodotto che si vende da solo per la
presenza di questi mostri assoluti,
ma grande merito va allo sceneggiatore David Mamet, autore di dialoghi
incredibilmente veri e crudeli, comici e amari; tantopiù che i dialoghi sono il
vero motore dell’opera, priva di esterni e somigliante più a teatro che al
cinema, sempre ambientata in stanze d’ufficio o al bar di sotto in una Chicago
piovosa e spietata, disincantata, dove i venditori di immobili sono i condannati
a fare la cosa più dura del mondo: vendere.
Quando il film uscì sotto al titolo della locandina c’era la scritta – dedicato
a tutti quelli che devono lavorare per
vivere – ed uno dei grandi pregi è proprio questo: mostrarci cosa
significa “farsi il culo, porta a porta, tu non sai un cazzo perché te ne
stai qui chiuso in ufficio, col computer…,
ma cosa sei tu, una fottuta segretaria?” E siccome la gente si è
attrezzata e non si fa fregare le si inventano tutte, si raccontano un mare di
balle, si tradiscono gli amici, la legge, l’unica regola della vita diventa
“farli firmare sulla linea tratteggiata.” Non c’è spazio per la solita
descrizione del manager tutto Armani e BMW, qui la vita è dura e pur di vendere
8 lotti a Mister Link si tenta di plagiare un povero disgraziato mettendolo
contro la moglie e se stesso.
“Sei una brava persona?” – urla Baldwin – “non me ne frega un cazzo!
Un buon padre? A fanculo a casa tua a giocare coi ragazzini! Io potrei uscire
stasera coi tuoi contatti e fare 15.000$, stasera…”
Americani è un film incredibile, che quasi non c’entra nulla con gli anni
’90 legandosi semmai con una certa filmografia anni ’70 che fa rievocare
soprattutto il Sidney Lumet di “Tutti gli uomini del presidente” per
aderenza sociale e - perché
no – romanticismo.
Americani è un dramma lirico, corale, smorzato da torpiloqui meravigliosi
soprattutto di Lemmon e Pacino, e arricchito da quel quarto d’ora
iniziale di Baldwin senza il quale niente sarebbe stato più lo stesso: “Sei
tu Levine? E ti consideri un
venditore figlio di puttana? Vorrei augurarvi buona fortuna ma sareste capaci di
buttare via anche quella…, quanto a te spero che Mitch e Marrey ti facciano un
bel favore e ti sbattano fuori.., perché un fallito sarà sempre un fallito”.
Raramente i personaggi – e dunque gli attori – si legano così tanto
partecipando al ritmo e al cuore pulsante di una pellicola come in questo caso:
“Volete andarvene? Andate pure perché la buona notizia è che siete
licenziati, la brutta è che avete una settimana di tempo per riconquistare il
posto. Prestate attenzione ora?”
La vita è dura, durissima, e vendere è un mestiere per lestofanti, arguti,
intelligenti, gente che fa l’ubriaco con l’ubriaco e il dottore col dottore.
In questa umana commedia che è la vita bisogna “buscar la vida”,
guadagnarsi il pane, pedalare, farcela, e ben presto perdiamo i nostri begli
ideali adolescenziali per far spazio all’unica cosa che realmente conta: il
denaro, i soldi, il dollaro. “Vi sentite offesi, umiliati? E non vi sentite
umiliati quando non chiudete i contratti? Andate e chiudete. Incazzatevi, figli
di puttana!”
Mamet non biasima le proprie creature, sembra anzi quasi comprenderle e
carezzarle con dolcezza. E quella carezza somiglia tanto al perdono
misericordioso e dovuto che si merita solo chi lavora per vivere. “Chi ti ha
dato il permesso di stare in mezzo agli uomini? Stronzo testa di cazzo! Ti danno
uno stipendio per aiutarci a chiudere i contratti, non per mettercelo nel culo..
Oh, se non fossi la nullità che sei sapresti l’unica regola della vita: non
aprire bocca finchè non si sa di che cosa si parla. Sei un ragazzino”.
Claudio Bacchi
Vai
a Visioni...d'altri tempi: il cinema del passato