I tre giorni del condor
Regia:
Sydney Pollack
Anno:
1975
Beh,
e come iniziare a proposito di uno – forse il migliore –
dei più grandi film di spionaggio mai realizzati! Iniziando
da Redford, ovviamente, e anche dalla grande regia e
fotografia.
Fu
un film in cui Redford si calò perfettamente, quasi come se
quel Joe Turner fosse stato un po’ lui in un’altra vita:
simpatico, gentile, scrupoloso, idealista…, e poi
estremamente romantico. L’ultimo dei romantici. A detta di
molte donne l’icona dell’unico uomo in grado di
proteggere e rasserenare la propria donna senza perdere in
fascino e sensualità, e la povera sciatrice scelta a caso (Faye
Dunway) si accorgerà molto presto di tutte queste qualità
dando vita ad una breve relazione che non è un orpello ma
anzi dona al film una dimensione più umana.
Turner/Redford è un ingenuo, uno che ambisce a qualcosa di
più ma che di fatto deve leggere libri per carpirne chissà
quali segreti. Di fronte al massacro della propria squadra
rimane scioccato e indifeso, in fuga come un animale ferito
e senza il tempo per poter piangere i propri affetti. Forse
però gli eventi rappresentano anche quella possibilità
sempre negata di dimostrare le proprie qualità, e infatti,
isolato, braccato, armato soltanto di ottime conoscenze
tecnologiche e di un coraggio dettato più dalla
disperazione che dal raziocinio, man mano prende ad
organizzare una controffensiva. Le sue scelte, le incursioni
notturne nell’ospedale dov’è Whigs, sono istintive,
improvvise, ma si rivelano perfettamente giuste e
infallibili, tanto che Juber (Max Von Sydon)
– un metodico Killer ora al soldo della CIA – ne
rimane infastidito ma poi sempre più ammirato.
Il cast è grandioso e la fotografia, leggermente rossastra
e autunnale, dona al film una patina di mistero e
verosimiglianza. Tutto è al suo posto e il motore centrale,
la sceneggiatura, non ha intoppi di alcun tipo. Prende per
mano lo spettatore fermandosi ogni tanto a prender fiato per
poi ripartire con fughe di notizie e altri inseguimenti.
Alla fine delle due ore i conti torneranno e tutto sarà
logico, lineare, come fosse accaduto realmente.
Non
fosse per le apparecchiature telefoniche di New-York, che
Turner manomette incrociando la voce di Juber con un
senatore, oggi ovviamente datate, questo film non cede un
centimetro dopo circa 30 anni dall’uscita nelle sale e il
recente Spy Game, sempre (ahimè capita a tutti) di Redford,
non riesce nemmeno lontanamente ad avvicinarvisi.
Funziona
anche perché rispetta in pieno le regole del genere: 1. le
cose accadono ma sino alla fine non deve intuirsi il
mandante principale. 2. Deve esserci un eroe, e sin dai
primi minuti siamo già tutti con Turner. Appaiono i titoli
iniziali e mentre Joe si reca in ufficio in motorino noi
siamo già con lui. E’ un buono, un onesto, a tratti
sprovveduto, ma alla prima occasione si butterà nella
mischia per cercare di scoprire cosa sta accadendo, anche a
rischio della vita.
La
filosofia di base è attualissima: esistono interessi
altissimi intoccabili. Chi mette il naso in certe questioni,
che sia il petrolio, il plutonio, o altro, prima o poi
muore.
E’
una mattina presto di gennaio, Joe guarda Higgins e si
allontana con le mani in tasca. Ha paura, sente freddo. Non
sa se il Washington Post pubblicherà il dossier e non sa
nemmeno dove potrà nascondersi. Lancia uno sguardo in alto
verso la sede del Post poi, quasi al rallentatore, si volta
di 45° guardando in camera con espressione amletica e al
contempo fiera. Anatomia della storia di una formica contro
un carroarmato, attualissima e raccontata in modo
impareggiabile.
Claudio
Bacchi
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