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MAST
India, 1999.
Regia:
Ram Gopal Varma.
Soggetto:
Ramesh
Khatkar.
Sceneggiatura: Ramesh Khatkar, Vinod Ranganathan. Fotografia:
Piyush Shah.
Scene: Sameer Chanda. Costumi:
Manish Malhotra. Montaggio:
Chandan Arora, Ashok Honda. Musica:
Sandeep Chowta.
Testi:
Nitin Raikwar. Coreografia: Farah Khan, Howard Rosemeyer.
Interpreti:
Urmila Matondkar (Mallika), Aftab Shivdasani (Kittu), Dilip
Tahil (Mr. Mathur, padre di Kittu), Antara Mali (Nisha),
Neeraj Vohra (Usman Bhai), Sheetal Suvarna (Niki, sorella di
Kittu), Govind Namdev (Toluram, zio di Mallika), Smita
Jaykar (Sharda Mathur)
Produzione: Ramgopal Varma,
per Varma Corporation.
Durata:153’
Kittu
ha un solo sogno: incontrare almeno una volta la sua attrice
preferita, Mallika. La sua stanza è tappezzata di poster
della star, il suo passatempo preferito è andare al cinema
e restarci un giorno intero per vedere e rivedere il suo
ultimo film. Tutto ciò fa imbestialire i suoi genitori, la
sorella, nonché l’amica della sorella, Nisha, che ha una
cotta per lui. Ma Kittu è irremovibile. Un giorno, dopo che
il padre gli ha strappato tutti i poster, scappa di casa e
si reca agli studios di Bombay. Trova lavoro in un piccolo
ristorante proprio di fronte alla villa di Mallika e scopre
così che la star è in realtà una povera ragazza
tiranneggiata dal malvagio zio produttore, che per di più
la picchia. Non gli resta che rapirla…
L’idea
di partenza di Mast era interessante per diverse ragioni.
Innanzi tutto bisogna considerare che lo star system
bollywoodiano non ha nulla da invidiare a quello di
Hollywood, in quanto a ricchezza, glamour e popolarità dei
suoi protagonisti. Per cui è facile immaginare come un
qualunque spettatore possa identificarsi nel personaggio di
Kittu e sognare, in modo simile, di fare la conoscenza con,
che so, Aishwarya Rai. In un’altra scena viene citato un
altro popolarissimo attore, Shah Rukh Khan, interprete di
grandi kolossal come Devdas
o Asoka. Lo stesso regista pare fosse in gioventù
un devoto fan della stella di allora, Sridevi: è in realtà
la sua storia quella che il personaggio dell’autista del
taxi racconta a Kittu mentre lo conduce agli studios di
Bombay.
Oltre
a questo, almeno inizialmente, si nota anche una sottile
critica – da parte del personaggio del padre di Kittu –
che in due parole riesce a dare un quadro pungente del
meccanismo sociale ed economico che sottende al fenomeno del
divismo: “Fanno film e vendono sogni – dice al figlio
– perché questa è la loro professione. Fanno soldi a
palate e si godono ogni lusso. Solo gli scemi pagano per
questi sogni e tu sei il più scemo di tutti!”. Tuttavia
non c’era da aspettarsi che l’intero film si sarebbe
retto su un’osservazione del genere, che viene infatti
immediatamente contraddetta da una (prevedibilissima) svolta
narrativa: non solo Kittu conoscerà di persona Mallika, ma
scoprirà che si tratta di una brava ragazza, semplice,
maltrattata e sfruttata, che altro non sogna che di
innamorarsi di un giovane di buon cuore… Una Cenerentola
nel mondo dei ricchi che sogna di tornare a far parte del
popolo. Dunque Kittu faceva bene a sognare, i suoi sogni
sono stati premiati e il finale smentisce le parole del
padre restituendo allo spettatore indiano la sua voglia di
evasione.
La
prima parte è senz’altro la migliore, così come le
scenette da commedia degli equivoci che avvengono in casa di
Kittu al suo ritorno da Bombay con Mallika in incognito. In
una scena che cita palesemente La
rosa purpurea del Cairo, vediamo Kittu seduto nel cinema
a godersi emozionato le gesta della sua bella quando lei,
inaspettatamente sbuca fuori dallo schermo e gli chiede di
proteggerla dai cattivi: cosa che Kittu fa improvvisandosi
maestro di arti marziali. Ma, contrariamente al film di
Allen, si trattava solo un sogno ad occhi aperti.
I
numeri musicali non sono molto interessanti e la colonna
sonora risente fortemente (più del solito) di influenze pop
occidentali.
Vittorio Renzi
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