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VAI E VEM-Joao Pedro
Monteiro
Cunicoli della memoria e
cunicolari(e,forse,canicolari)dialoghi.La cadenza
Lisboeta di Monteiro anima e disanima tutto il film,la
sua ultima fatica.Il regista portoghese,da noi quasi
sconosciuto,č una figura di vecchio nervosa e
surreale,nella sua allampanatezza,con il suo cappello e
il suo volto bruciato ed esotico.Ancora pił surreali i
dialoghi e i monologhi,incomprensibili se si guarda il
film in versione originale,di questo filosofo
atipico,principesco e grottesco insieme,fino alla
brutalitą.
Siamo,appunto,a Lisbona,dove il vecchio Joao Vuvu,alter
ego del regista,vive e coltiva con inusitata vitalitą
gli sprazzi ingenui e consapevoli insieme di una
costante osservazione di chi lo circonda.Tutti i giorni
compie lo stesso percorso con l'autobus,carpendo sorrisi
di ragazze o signore,pittoresche esibizioni di musici
slavi,incontrando anime "gemelle"del suo
passato con le quali scherza e si intrattiene,in
particolare donne,per le quali il protagonista nutre una
morbosa e insieme divertita ossessione.Da un
lato,quindi,il lento,solare persorso dell'autobus 100
fino ai giardini pubblici sapientemente ombreggiati
dalla fotografia,con la cittą che sfila lateralmente
senza imprimersi nč impressionare.Da un altro la
casa,la zona completamente oscurata che oltrepassa la
luce della strada per introdursi nell'abitazion
ampia,calda,minimale.Qui sfilano le comprimarie di Vuvu,contraltari
del desiderio erotico e dell'irrefrenabile impulso
ironico dell'uomo:donne delle pulizie aspiranti
attrici,che battibeccano amorevolmente con Vuvu sulla
vita,la gioventł che lo appassiona e lo
distrae,semplici questioni pratiche.Ogni impulso si
trasforma in scena,ogni movimento in una danza teatrale
dilettantesca con cui il regista sembra voler ribadire
il suo attaccamento allo stupore,la sua continua ricerca
di immagini nuove,di oggetti d'arte e di venerazione che
prendono forme inspiegabili,come nella scena in cui
Monteiro dedica con struggimento le proprie labili
energie alla pulizia del pavimento,che sembra attirarlo
e racchiuderlo quando,in posizione fetale o
semplicemente immobile,si accascia a terra sopraffatto.
Verso il termine del film(che,come nel
pregiudizio pił comune sul cinema portoghese,spesso ha
diversi "punti morti" che ne allentano
l'intensitą e l'estetica)assistiamo a un episodio che
trascina il film da un piano satirico-poetico ad uno pił
propriamente narrativo:il figlio di Monteiro ritorna da
lui dopo anni di carcere,nella speranza di ricostruire
la propria vita appoggiandosi al padre,fin troppo
serafico e lieto del suo ritorno,che si ritrova a
mediare la rabbia della nuora,una donna poliziotto
nervosa e sensibile,con un lungo racconto epico su una
storia d'amore infelice.
Nonostante la sua apparente fragilitą fisica e la sua
imperturbabilitą psichica,Vuvu comincia a covare nella
sua mente aperta e giocosa progetti schizoidi,arrivando
all'estremizzazione della sua curiositą sessuale,che lo
porta a contattare l'irreale e quasi spaventosa figura
di una donna con peli lunghissimi che le coprono il
corpo,con la quale ingaggia una pericolosa e ambigua
avventura che si avvale di simbologie sceniche forti e
vagamente tribali.Joao immagina e sogna,invece,la morte
di lei,e il suo essere divenuto blasfemo che insidia la
figura della giovane donna nella sua tomba,e nelle
oscuritą e negli anfratti del sogno si risveglia in
ospedale ,dove comprendiamo l'assurdo modo(scelta forse
discutibile) con cui l'uomo aveva scelto di morire:a
causa di un enorme pene di plastica
ingurgitato.Fragilizzato,sfibrato e impalpabile,il
convalescente oltrepassa la sua ultima soglia,come un
fantasma alleviato dalle angustie dei luoghi e delle
situazioni,dalla morbositą e dalla cattiveria latente
nelle cose,che si riversa nelle sue energie e nei suoi
convulsi appelli alla vita.le ultimie immagini ricercano
la levitą,la leggerezza,e forse la rilassatezza della
scena.Come in una fiaba le donne che lo hanno turbato si
condensano in un'angelica,giovane madre che gli parla
dall'alto di un albero,e il suo occhio rincorre la
monotona natura del parco.L'occhio,che infastidendo
quasi lo spettatore rimane 10 minui fisso sullo
schermo,mentre scorrono le note sopranili madrigali.Un
affresco forse eccessivo,essenziale e
ridondante,lunghissimo,in cui le emozioni si risvegliano
con violenza ma,purtroppo,il pił delle volte rischiano
di addormentarsi o di intraprendere pensieri esuli dal
film e dalle sue dinamiche,che la maggior parte delle
volte non riescono a svelare nulla al di lą delle
immagini e dell'ammutolimento quieto dell'atmosfera.Da
vedere,ma forse meglio se in doppiaggio o con l'aiuto di
sottotitoli...
Chiara F
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