I VAMPIRI
(Italia - 1957)
Un bel film gotico di Riccardo Freda

 Più che un film una leggenda

Il primo film horror o, per meglio dire, gotico della storia del cinema sonoro italiano. Una scommessa, nata tra il regista e i produttori Donati e Carpentieri, realizzata in sole due settimane. Vinta con soli dodici giorni di lavorazione, ma persa coll’intervento censorio e di controllo da parte della produzione che lo stravolse inserendo dei segmenti polizieschi (affidati a Mario Bava) e sfrondando la parte e l’atmosfera prettamente gotica. Una sconfitta anche ai botteghini, anche se il successo arrivò all’estero, in particolare in Francia, che sarà destinata a diventare anche per questo la seconda patria di Freda.

La storia è semplice, ma ben narrata e sceneggiata.

Alcune fanciulle vengono ritrovate misteriosamente morte dissanguate a Parigi (abilmente ricostruita negli stabilimenti della Titanus dell’epoca a Roma). Inizialmente si pensa ad un maniaco, un vampiro, ma un testardo giornalista arriverà alla Baronessa Du Grand, l’assassina che le uccideva per berne il sangue come efficace elisir di giovinezza.

Il racconto procede bene, con i giusti colpi di scena e con parecchi momenti emozionanti, senza mai far calare la tensione. Alcune ingenuità, come tante iniezioni fatte “alla bersagliera” o il finale lieto e interlocutorio (imposto peraltro e non farina del sacco dell’autore) si perdonano facilmente, sia per l’evidente ristrettezza dei mezzi e per l’epoca in cui fu girato il film. Veramente incredibili i trucchi di Mario Bava: a parte gli infiniti modellini che riproducono una Parigi impossibile da raggiungere, superlativa rimane la trasformazione dell’attrice Gianna Maria Canale (ai tempi compagna di Freda), nei panni della Baronessa, da giovane a vecchia e viceversa. Il trucco, che può rivaleggiare solo con quello de IL DOTTOR JEKYLL di Rouben Mamoulian del 1932, simile e ancor più misterioso, fu usato da Bava anche ne LA MASCHERA DEL DEMONIO per la trasformazione della strega e venne spiegato dallo stesso in una trasmissione televisiva, riproducendolo perfino in diretta. Grazie al bianco e nero era possibile usare due lampade, una rossa ed una blu: proiettate alternativamente e gradualmente sul trucco dell’attrice, fatto a sua volta degli stessi colori, mettevano in risalto ora il volto normale, di un colore, ora quello artefatto, invecchiato in questo caso, dell’altro. Il tutto in sequenza, senza dissolvenze!

Un film raro, che merita di essere cercato, trovato e visto. Per ricordare (o scoprire) una misconosciuta stagione particolarmente florida del nostro cinema, che non era solo commedia, melodramma e neorealismo.

Paolo Dallimonti

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