Oro rosso
di Jafar Panahi

Hussein, un ragazzo di circa trenta anni vive consegnando pizze a domicilio. Un giorno l’amico nonché futuro cognato Alì trova una borsa per strada con l’indirizzo di una gioielleria della città alta. Decidono di andare ad acquistare lì la collana per le nozze con la fidanzata di Hussein. Ma vengono umiliati dal padrone del negozio che li invita a comprarla nella città bassa, nei mercatini poveri. Hussein si sentirà umiliato e mediterà la propria vendetta.
Il cinema iraniano sembrava  chiudersi nella maniera di se stesso con ambientazioni sempre simili e le solita riflessioni cinema-vita alla maniera di Kiarostami. La premiata ditta Makhmalbaf sembrava imperare ovunque, ergendosi a unica testimone del cinema del proprio paese. Il film di Panai si rivela una gradevole sorpresa.Vincitore della sezione Un certain regard di Cannes 2003, appare sui nostri schermi in questi giorni, con un riprovevole ritardo. Riprovevole in quanto si tratta di uno dei più interessanti film visti ultimamente in una momento di invasione sui nostri schermi di maghi, catastrofi e guerrieri greci di plastica che fanno tanto la gioia del nostro pubblico e di certa critica che quando sente la parola prodotto di massa va in visibilio.
Film della semplicità, della secchezza disperatamente rosselliniano nella sua estetica. Si apre con una piano sequenza a macchina fissa con l’inquadratura della porta della gioielleria vista dall’interno. Poche e confuse ombre si alternano, la voce di Hussein che minaccia il padrone, il tentativo di aiuto dall’esterno da parte di Alì e il suicidio di Huissein in primo piano. La vicenda si apre dunque con un destino già segnato, gia deciso. Il resto del film è un lungo flashback che spiega le motivazioni del gesto del protagonista.
Motivazioni che molta critica ha trovato nella vergogna per la propria povertà e nella ricerca vana del riscatto sociale, ma che io individuerei più in un male di esistere connaturato all’esistenza di Hussein. La sua corporeità così ingombrante, la sua timidezza, il suo sguardo perso nel nulla dimostrano un’estraneità al vivere comune che lo condanna all’isolamento. Il breve spaccato della sua vita descritto da Panai non altro che un’accellerazione di un processo già in atto.
Come nella migliore tradizione del cinema del disagio  è l’ambiente che circonda il protagonista a rendere più evidente il suo tormento interiore. La città che Hussein percorre con la moto è un luogo poco caratterizzato. Si tratta di una Teheran vista nei suoi non luoghi, nelle sue tangenziali, nelle suo traffico caotico. Una città che impressiona per la  sua indifferenza, che si fa odiare per l’enorme divario città alta-città bassa, ricchezza-povertà.
Panai non dimentica comunque di mostrare la violenza insita nella società iraniana rappresentata con brevi accenni come l’arresto di ragazzi colpevoli di essere andati ad una festa o l’incursione della polizia nella casa di un vicino di Hussein. Una società che certo Panahi non ama se l’unica immagine patinata del film, una visione notturna di Teheran, è accompagnata da un rumore cacofonico fuori campo causato dalla sbronza del protagonista.
La presenza di lievi toni grotteschi non ridimensionano anzi aumentano la tragicità della vicenda, che d’un colpo vira verso la sua conclusione. L’inquadratura finale identica a quella iniziale, segna la chiusura di un cerchio tragico, il fallimento di un sogno di riscatto già morto fin dall’inizio.
Le grate del negozio della gioielleria si abbassano, la prigione si chiude.
“Bisogna fare cinema negativo perché rinasca l’utopia” diceva Fassbinder. Panai ci insegna con questo film che è possibile crederci.

Mauro Madini

Recensioni

Home

Archivio