LA
FUNZIONE NARRATIVA DELLA MUSICA NEL NUOVO CINEMA AMERICANO
(Ovvero
L’ultimo giro di Valzer secondo Martin Scorsese)
Ricostruire,seppure a grandi linee,la
funzionalità narrativa della musica nel cinema di Martin Scorsese vuol dire
risalire le tappe più significative di un percorso autoriale che,a mio
avviso,non ha eguali nel cinema recente e si snoda attraverso la visualizzazione
di un modus operandi che,per quanto
foriero di influenze decisive resta tuttavia qualitativamente inarrivabile.
La musica intesse un legame strettissimo
lungo tutta l’opera del regista newyorkese,dagli esordi misconosciuti,alle
ultime prove in cui è persino evidente l’apertura mentale di un regista
che,già precursore ed antesignano di questa tendenza,ha saputo assimilare con
intelligenza ed umiltà quanto di meglio l’evoluzione del video musicale ha
saputo partorire,negli anni novanta,a livello di tecniche ottico-percettive e di
significazione narrativa (si veda Bringing
out the dead – Al di là della vita del
1999,di cui parleremo).
Il cinema di Scorsese è da sempre
improntato ad una debordante quanto elegantemente controllata fisicità,una
fascinazione quasi maniacale verso lo scontro,un’ansia di affermare se stessi
che supera le soglie dell’iperrealismo per mostrarsi alla luce
nuda,antropologica diremmo,della riflessione sui limiti dell’agire umano.
Scorsese aspira alla sintesi
dell’accumulazione attraverso l’uso accorto del montaggio e della grammatica
cinematografica: rifugge la frammentazione anche quando riflette con fissità
folle sui dettagli (vedi Taxy Driver),utilizza
stacchi di un nitore quasi notturno,come notturni e insondabili sono i suoi
personaggi,ricorre all’uso prevalente dei piani medi,specie quando gli
permettono di includere,in una sorta di spietata “tauromachia”,almeno due
corpi in lotta (vedi i bagni di sangue sul ring di Jake La Motta in Raging
Bull – Toro Scatenato)e se è vero che il cinema è “la morte al
lavoro” nei suoi piani sequenza questa operosità si avverte in maniera
incessante,forse come mai era successo nella storia del cinema.
In questo contesto l’uso della musica a
fini narrativi,specialmente per quanto riguarda la musica rock,non ha
assolutamente l’evidenza di una sottolineatura o di un sottofondo ma finisce
col fluire sulla scena quasi endemicamente per illuminare di spietata umanità
le zone d’ombra delle vicende e i lati oscuri celati nei personaggi.
L’incedere affannoso d’un brano rock
(pensiamo solo a “Paint it black” dei Rolling Stones utilizzata in Mean
Streets),i suoi stacchi e le
sue riprese,l’incedere orizzontale del battito e quello verticale e
spezzettato della melodia sembrano sincronizzarsi e fondersi alla perfezione nel
filtrare a livello narrativo la poetica dello scontro e del conflitto di cui è
permeata la visione del mondo e del cinema da parte di questo regista.
Già nella sua prima opera d’una qualche
rilevanza e notorietà,il cortometraggio The
big shave del 1967,questo apporto si palesa in maniera inequivocabile come
dice Amos Vogel parlandone nel capitolo “Trance and witchcraft” del Film as a subversive art (Random House,New York,1974):
“Con il ritmato accompagnamento della
rivisitazione in chiave rock di una canzone degli anni trenta,questo breve
incubo americano mostra un giovanotto che si rade sempre più diligentemente e a
fondo ma sbadatamente fino a che,fra graffi e tagli crescenti,si taglia la gola
e spira in una stanza di sangue”.
La canzone era I
can get started,scritta da Bunny Berigan nel 1939.
E non è che l’inizio,in Mean
Streets l’incipit narrativo,l’ingresso diegetico in un mondo sospeso,come diceva il sottotitolo italiano,
“fra inferno e paradiso”,è guidato,dopo il breve transito di Charlie per la
stanza seguito dalla macchina a mano,al secondo stacco chiarificatore,da una
canzone rock suonata ad alto volume “Be my baby” delle Ronettes.
La musica in questo caso è agente narrativo
non commento,è il deus ex machina e non un Caronte
estraneo esecutore della volontà altrui nel suo viaggio nel tormento e
nella violenza.
E l’intera colonna sonora del film con la
sua propensione per il pastiche post
moderno che mescola gli Stones ed Eric Clapton a Renato Carosone (“Maruzzella”
e “Scapricciatiello”) e “Malafemmena”,si configura come una verità a
se,speculare a quella contenuta nel montaggio,nella messinscena così come nelle
azioni dei personaggi,portando alla luce ,in ognuna di esse, una sintesi
impossibile fra opposizioni e conflitti.
Il 1978,invece, è l’anno di The last waltz l’opera in cui Scorsese (già forte della sua
esperienza nel documentario musicale Woodstock
del ’69),si confronta senza mediazioni con la musica che più ama e con
l’autenticità della funzione che questa riveste,nelle sue componenti
intelliggibili e universali,nella vita e nel cinema.
Dirà: “Io non faccio differenza fra i miei film documentari e i miei film drammatici,anche se
questi mi richiedono più fatica di quelli” e ancora “New York, New York era la musica di mio padre,The last waltz è la mia (...). La fine di un’epoca forse,non
certo del rock. The last waltz non è
un’elegia,non c’è tristezza.”
Nel film,documentario sull’ultimo concerto
di The Band cui partecipano,in un lussureggiante cast,tutti gli amici e i
compagni di una lunga carriera,Scorsese dialettiza oggettività documentaria e fabulazione,rifiuta la classicità del cinema musicale,si
disinteressa del pubblico per concentrarsi,sono parole sue “sull intensità
che regna fra i musicisti e sull’intensità dei miei sentimenti verso la
musica”.
La musica è intensità,è azione vitale e
narrativa,è contemporaneamente finzione e verità,anzi,come dice Carlo Scarrone
“la vita non gioisce senza la finzione e la finzione non gioisce senza la
vita” (Filmcritica n.288).
Dopo The
last waltz,infatti, la musica varca definitivamente il confine della
narratività per arrivare ad espandersi a livello fenomenologico e
antropologico,la musica è ormai un tutt’uno con lo sguardo del regista suoi
microcosmi esplicativi dell’intero genere umano siano essi,nel particolare,la
piccola manovalanza mafiosa di Quei bravi
ragazzi,le maestranze di Las Vegas in Casinò
o l’universo folle e collassato dei paramedici in Al
di là della vita.
Simone Coacci