Cose di questo mondo
di Michael Winterbottom

Punto di partenza del viaggio di Jamal e di Enayatullah, se viaggio si può chiamare il tragico gioco dell’oca dove si viene di continuo rimandati indietro malgrado il pegno sia stato pagato, è il campo profughi di Shamshatoo a una trentina di chilometri da Peshawar, nel nord del Pakistan.

In questo insediamento, creato dalle Nazioni Unite nel 1979 dopo l’invasione russa dell’Afghanistan e successivamente ampliato per far fronte alle conseguenze della siccità e dei bombardamenti americani, vivono ora circa 60000 dei 2 milioni di afgani rifugiati in Pakistan.

Punto di arrivo è Sangatte, nei pressi di Calais, dove nel 1999 la Croce Rossa francese ha aperto un centro di soccorso per gli immigrati che cercano di entrare in Gran Bretagna. Fortemente avversato dal consorzio che gestisce il tunnel sotto la Manica, il sito è stato di recente smontato.

Rendendoci partecipi del dramma di milioni di persone, il film rappresenta un’impressionante lezione di geografia umana ed economica. Ogni tappa del percorso dei protagonisti, accuratamente indicato su un mappamondo, ci consente di cogliere le condizioni di vita e di lavoro di luoghi dove una manodopera a basso prezzo produce gran parte delle merci povere che troviamo nei nostri supermercati, dai  palloni da calcio alle  posate dozzinali.

Diversi mezzi di trasporto vengono utilizzati per portare a termine la peregrinazione. La prima parte, che segue il tracciato dell’antica via della seta attraverso Quetta, Dalbandin, Zahedan, Kerman, Kashan, Teheran, ed è ora una impolverata camionabile nel deserto,  si compie a bordo di autobus. 

Al termine di questo tragitto non lineare, dove per chi è senza documenti le soste non rappresentano un momento di riposo, ma l’occasione per subire continui soprusi - bisogna “regalare l’walkman, pagare nuovamente e a caro prezzo prestazioni già concordate - c’è finalmente una pausa, una sorta di intermezzo lirico. Il faticoso passaggio a piedi del confine fra Iran e Turchia e l’ospitalità di una famiglia curda sono l’unica manifestazione di solidarietà e pietà umana in cui si imbattono i protagonisti e l’unico momento in cui Jamal “vede”  il paesaggio e ne rimane colpito. Davanti alla neve e alle montagne della catena dell’Ararat dice “è un bel posto”.

Ma la tregua dura poco. Chiusi in un camion i due cugini arrivano a Istanbul, ingombra di automobili e spazzature, e chiusi in un camion si imbarcano su una nave dove si consuma la tragedia.

Sbarcato a Trieste, Jamal si ritrova solo e in un ambiente incomprensibile. Alle infernali condizioni delle metropoli del terzo mondo si contrappone l’apparente convivialità delle città europee, incarnate dai caffè di piazza dell’Unità celebrati da famosi scrittori. Qui siedono famiglie serene, bambini che sorridono, persone ostili o indifferenti anche quando fanno l’elemosina, con le quali l’unica possibilità di contatto è il furto della borsetta.

Il bottino consente a Jamal di acquistare un biglietto di treno per Parigi e di compiere così l’ultima tappa del suo viaggio verso Sangatte, da dove, appeso sotto un enorme autoarticolato, riuscirà a raggiungere Kilburn High Road a Londra, e da qui tornare nella casella di inizio.