La 25° ora
di Spike Lee
Mentre
scorrono i titoli iniziali e vediamo il brulichio dorato e
scintillante di Manhattan, le rosse lampade sulle cuspidi
dei grattacieli e i due fasci di luce blu che si alzano dal
buco delle torri gemelle, il protagonista entra in città
dal ponte di Brooklin e percorre il FDR drive.
Comincia così la
straordinaria giornata di Monty che terminerà,
“venticinque” ore dopo, con la sua partenza verso il
carcere di Otisville, situato ad un centinaio di chilometri
a nord ovest di New York. Tra questi due momenti-
d’ingresso e d’uscita - egli ripercorre la sua città e
la sua vita, e di entrambe ce ne rimane un’immagine
complessa.
La
metropoli è costituita da tanti villaggi etnicamente
connotati, che Monty enumera in un rabbioso monologo e a
ciascuno dei quali abbina un gruppo ben preciso di abitanti,
portoricani, coreani, italiani, irlandesi, ebrei, tutti
coloro che nel presunto calderone lavorano e consumano a
contatto l’uno con l’altro, per poi tornare a separarsi
nel momento della residenza.
Solo
il denaro consente di vivere ad un indirizzo che si è
scelto. Così Frank, il consulente finanziario di successo,
ha un appartamento vicino
a Wall Street, in un edificio da cui si vedevano le torri
del World Trade Center, mentre Monty,
grazie allo spaccio di droga, può permettersi una
casa nell’Upper East Side. Suo padre, invece, un pompiere
in pensione, resta a Staten Island, in un quartiere dove
sono concentrati gli irlandesi e gestisce un modesto bar, ché
nel film i lavori onesti sembrano interessare solo i
perdenti o chi è ricco di famiglia, come
il professore ebreo, l’altro amico di Monty.
L’esistenza
di confini tra le varie zone e quartieri sembra un fenomeno
riconosciuto ed accettato da tutti. Il drogato, al quale
viene suggerito
di andare alla 110° strada, risponde disperato: “sono un
bianco, non posso andare ad Harlem”.
Malgrado
la segregazione sia fortemente radicata, New York appare
anche come una città dove ci si può incontrare, e dove
nonostante la densità del tessuto edificato rimangono degli
spazi aperti.
Molti
episodi importanti della vita del protagonista
si svolgono in un giardino pubblico.
All’inizio,
lo vediamo seduto su una panchina del Charles Schurz Park,
che si estende lungo l’East River - da cui si scorge il
Queensboro Bridge e più in lontananza le ciminiere della
centrale di Queens- ed è qui che veniamo a conoscenza della
sua situazione e degli eventi che ne sono la causa.
E’
in un parco che incontra Naturelle, la giovane portoricana
di cui si innamora, ed è al
Central Park che si svolge l’ultimo e decisivo
incontro con i due amici. Disegnato da Frederick Olmsted, la cui principale
preoccupazione era quella di
favorire le opportunità d’incontro tra le varie
classi e gruppi di popolazione, Central Park è attraversato
da un sistema di percorsi a diversi livelli che si
intersecano. Ed è, forse, per sottolineare la nostra
estraneità che a questa lunga scena assistiamo come se ci
trovassimo dall’altra parte di un passaggio sormontato da
un arco e a un livello più alto.