La regola del sospetto
di Roger Donaldson

A parte qualche inquadratura di Boston e del campus del MIT, utili soprattutto per fare  pubblicità a una marca di computer, l’intera vicenda del film si svolge fra Washington e Langley, dove sorge il quartier generale della CIA. La scelta di non avere nessuna location esotica aiuta a concentrare l’attenzione su quanto avviene all’interno della “ditta” dove lavorano i protagonisti e ci fa vedere Washington con un’ottica inusuale.

La sede di Langley è stata costruita alla fine degli anni ‘50, su progetto di Harrison & Abramovitz, lo stesso studio d’architettura autore del palazzo delle Nazioni Unite a New York, ed è poi stata ampliata da Bush padre.

Situata nel territorio di McLean,  una località per la quale la sua presenza rappresenta una fonte di attività economiche, ristoranti e discoteche dove ci si reca dopo l’orario di lavoro come succede nei pressi di qualunque grande stabilimento, la “fattoria”, come viene familiarmente soprannominata, è facilmente raggiungibile dal centro.

Si trova sull’anello autostradale che circonda la capitale e, dopo la fase di addestramento, i  due giovani neo assunti che, come molti altri lavoratori pendolari a reddito medio alto, abitano a Georgetown, vi si recano quotidianamente.

Seguirli nei loro spostamenti in una Washington in  versione invernale - piove e nevica spesso -   e soffusa di blu, è uno dei pochi motivi di interesse del film.

I luoghi sono perfettamente riconoscibili: il Rock Creek drive, il letto del fiume dove ora scorre un’autostrada, l’hotel Four Seasons che con le sue torrette vuole sembrare un castello, l’animata rotonda di Dupont Circle, la Union Station di Daniel Burnham,  la cui grandiosa sala d’ingresso si ispira alle terme di Diocleziano. Chiusa nel 1970, la stazione ha rischiato di essere demolita, ma è poi prevalsa l’idea di ristrutturarla e di riaprirla a treni e passeggeri.

Un esempio meno riuscito di rinnovo urbano è la trasformazione della Navy Yard alla M street, dove si svolge la scena finale. Si tratta di una grande area della marina militare dove l’attività cantieristica è cessata nel 1961, e che in parte è stata trasformata in museo, in parte ospita uffici della marina.

Una volta tanto ci vengono risparmiate le immagini cartolina. Anche i monumenti, quello ai marines caduti nello sbarco e nella conquista dell’isola giapponese di Iwo Jima  e il Jefferson memorial, opera in stile neo classico di John Russel Pope,  sembrano punti di riferimento per normali cittadini in un normale paesaggio urbano, ma il senso di quotidianità che ci trasmettono è inquietante.

A chiunque abbia preso la metropolitana a Washington è capitato di chiedersi se i compagni di viaggio sono spie. E il film rafforza la sensazione che qualsiasi persona dall’aspetto insignificante,  che come noi passeggia nel parco, si ferma ad un chiosco per acquistare delle focaccine, si siede su una panchina e scambia due chiacchiere con un amico, può essere un dipendente dell’agenzia, con le stesse frustrazioni e risentimenti di un qualunque impiegato, seppure con una diversa disponibilità di armi e una pressoché illimitata licenza ad usarle.