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Codice 46
In un futuro imprecisato, in una Shangai
mutuata (anche nei suoni) da
"Blade Runner", si aggira l'investigatore Tim
Robbins alla ricerca di
chi falsifica le coperture assicurative che permettono di
entrare e/o
uscire dalle citta' protette. E si', perche il Grande
Fratello conosce
ogni cosa, non siamo altro che numeri, codici di accesso,
qualsiasi azione compiuta viene memorizzata in file, non esiste la
privacy e bla bla bla. Il tema e' dei piu' usurati, ma il film parte
comunque bene: costruisce un'atmosfera credibile e riesce a rendere
interessanti i personaggi. Poi lo script cede sotto i colpi vigorosi
dell'insensatezza e il lato sentimentale prevale su quello fantascientifico fino
all'imbarazzante finale (Samantha
Morton in
versione Tuareg si prenota un posto d'onore nella "Yeeeuuuch!
Parade"). Ultimamente le capacita' precognitive trovano
ampio risalto
al cinema ("Immagini", "Final Destination
2"). Qui assumono la forma del virus "empathy"
(Sic!) che consente di leggere
il pensiero, ma la sostanza non cambia e i copioni si ostinano a utilizzare
queste "visioni" senza alcuna razionalita' narrativa,
saccheggiandole quando ormai lo script non sa piu' che direzione prendere. Non
scatta neanche
l'alchimia tra i due protagonisti: una Samantha Morton
direttamente prelevata dai Pre-cogs di "Minority Report" e un
Tim Robbins volonteroso ma spaesato. Del resto, con una sceneggiatura
cosi', impossibile dargli torto.
Michael Winterbottom conferma la discontinuita' del suo curriculum
cinematografico. Gira un film dopo l'altro, e' inserito nel cartellone
dei festival piu' prestigiosi, ma fatica a trovare un centro
di gravita', perlomeno artistico.
Luca Baroncini (da www.spietati.it)
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