Dal regista del Gladiatore…c’era bisogno di dirlo? È fin troppo evidente…
Entro in sala senza nessuna grossa pretesa e cosa ottengo? Che le mie aspettative non sono poi così deluse: un film ben fatto, a tratti anche appassionante, un cast lodevole ma…sempre la solita solfa…

C’è molto del Gladiatore in ogni senso: nella costruzione delle battaglie che abbondano di effetti strombo e ralenty, nelle inquadrature ampie da film epico, in cui si riconosce la mano del maestro, ma non solo….nell’esposizione forzata e con battute banali e prevedibili i nobili concetti che dovrebbero fare da legame tra uno spettacolare kolossal in costume e i problemi del mondo contemporaneo.

E ci si chiede perché?! Perché questo continuo strumentalizzare il kolossal per fare la morale contemporanea? I messaggi politicamente corretti che si moltiplicano come frasi da cioccolatini risultano inevitabilmente poco credibili. 

Il maniscalco Baliano ha perso la fede e dopo aver scoperto di avere nobili origini parte per le Crociate in Terra Santa al motto di “che uomo è un uomo che non rende il mondo migliore?”

A Gerusalemme trova un re lebbroso pacifista che deve contrastare un’opposta fazione interna guerrafondaia capitanata dal successore al trono, nonché marito della principessa sua sorella.

Alla morte del re buono la guerra è inevitabile ma il Saladino per fortuna una volta vinta e ottenuta la Città Santa risparmia la vita ai Cristiani.

Scott conosce bene le regole (quelle delle favole di Propp) e le applica tutte: la perdita, il viaggio dell’eroe, il mentore, la redenzione e la crescita dell’eroe, il ritorno a casa…questi sono gli ingredienti di una buona sceneggiatura e di un soggetto per certi versi originale ma…calano le tenebre sul racconto quando un concentrato di morale e banalità viene ribadito fino alla nausea.

C’è un naufragio, chi si salva? Solo il bel protagonista in pantaloni di pelle e un cavallo!

E la sposa infelice del cattivo re di Gerusalemme come può essere se non bella, esageratamente sexi e provocante?

 

Interessanti le figure dei due leader: il Saladino islamico conciliante interpretato dal carismatico attore siriano Ghassan Massoud e il re di Gerusalemme lebbroso dietro la cui maschera si nasconde un pregevole Edward Norton.

Se l’uso della colonna sonora è convenzionale risulta però originale il tentativo di sottolineare attraverso il silenzio e veri e propri momenti di vuoto sonoro il pathos di alcune scene: bella la rappresentazione del rapporto tra padre e figlio (grazie anche all’interpretazione di Nielsen e Bloom) fatto di gesti sguardi e silenzi.

Contano più le vite umane di qualunque città sacra o simbolo religioso: forse è questo il messaggio importante e non scontato su cui focalizzare l’attenzione.

L’assurdità che ogni guerra porta con sé è  ben mostrata nella scena ripresa allo zenit di uno scontro sui resti delle mura di Gerusalemme in cui i soldati delle due fazioni sono ammassati e si muovono appena, quasi fossero già morti: non c’è distinzione tra i due eserciti, perché in ogni guerra si sa, non importa da che parte stai, sei comunque nel posto sbagliato.

Lost in traslation” insegna: rendiamo giustizia ai titoli originali.

Kindom of heaven” racchiude in sé il senso del film soprattutto se ci chiediamo: “E’ questo il regno dei cieli?!”
Graziana Spagnuolo