INFECTION
Che il cinema d’oriente avesse ormai invaso il panorama
horror mondiale lo si sapeva, ma che fosse capace di distaccarsi dal banale
film-massacro per trovare controversia e originalità stupisce davvero. Infection
arriva direttamente dal Giappone, sublime creatura del regista Masayuki Ochiai.
Se il cinema americano continua a promuovere il cinema
cotto e mangiato, quello che ristagna sui vecchi modelli da fiction televisiva,
il sapore orientale ha un gusto del tutto diverso, e si insinua nella psicologia
dello spettatore, disorientandolo, graffiandolo, destabilizzandolo.
Così ci si accomoda in sala nella convinzione di rivedere il classico film alla
The Ring e ci si ritrova
di fronte un
modello filmico molto più enigmatico, molto più sottile, e che si avvicina
molto di più alle controversie mentali di The
Call e Ju-On. E non solo. Quello che colpisce è la simbologia, forse
lontana dalla cultura occidentale, ma così ricca di fascino, ed estremamente
utile nel tessere la tela dell’enigma.
C’è un approccio assolutamente medico al film: da
un lato la vita all’interno di un ospedale tetro e decadente, all’interno
del quale si muovono tirocinanti e medici in cerca di fama; dall’altro una
serie di malati colpiti da patologie del tutto differenti tra loro. Ed è
proprio la prima malata a condurci all’interno del difficile percorso filmico.
Un
patologia colpisce il sistema cerebrale, e la donna colpita crea immagini
attraverso la propria mente, dunque non percepisce la realtà, ma la proiezione
di ciò che il suo cervello produce. E’ lo specchio (che nella simbologia
nipponica è legata allo spirito) a permettere la visione di queste inquietanti
presenze. Ma se la donna malata è
simbolo di percezione errata della realtà, chi può dire qual è la vera
percezione del reale? Un dottoressa indica un mela rossa: quella mela rimane
tale anche se illuminata da diverse fonti di luce. Siamo noi che abbiamo la
percezione del rosso, e questa percezione può non corrispondere alla realtà.
C’è poi un’altalena, posta in un parco davanti l’ospedale. Si muove
lentamente, silenziosamente, e con un doppio andamento. Forse un primo approccio
alla duplicità del reale? Probabilmente un modo per comunicare che esistono due
realtà, quella percepita e quella vera.
Improvvisamente il film entra all’interno del vortice narrativo dell’horror
più comune, con l’occultamento del cadavere
di un uomo morto per errore medico.
Poi giunge un altro malato, infetto. Qui inizia il delirio totale. Il virus si
propaga, medici ed infermiere ne rimangono vittime. Il film assume i toni di uno
splatter anni ottanta e in alcuni momenti ricorda La
cosa di John Carpenter.
E se Inizialmente il film aveva giocato sul non mostrare stimolando la curiosità
dello spettatore, d’improvviso l’immagine rientra nella sfera del visibile,
abbandona l’omissione per incontrare lo splatter.
Ma nulla è casuale. Le immagini più crude del sangue verde e delle morti
atroci ci traghettano verso l’enigma centrale.
Il dottor Akai e gli altri medici tentano di
comprendere le ragioni della diffusione del virus: emerge che si tratta di un
virus mentale. Allora Akai si ritrova solo nella non comprensione e noi con lui.
Il film abbandona la fiction, e cerca di dare le sue risposte attraverso un
senso profondo. Il virus mentale si propaga tra gli uomini, sconvolge, e
stravolge la percezione della realtà. Il rosso (Akai in giapponese significa
rosso, la mela è rossa, le luci dell’ambulanza sono rosse) si contrappone al
verde ( il sangue, l’uscita di sicurezza). Attraverso gli occhi della
dottoressa che al mattino scopre il massacro, riviviamo il contrasto tra reale e
irreale, tra ciò che produce la mente e ciò che realmente esiste, tra ciò che
percepiamo e ciò che dovremmo percepire. Pazzia, inconoscibilità, devastazione
psicologica.
L’occhio, quale sguardo sul reale e quale strumento di percezione, si apre e
si chiude, dal rosso al verde. E la mela stessa diviene improvvisamente verde.
Le altalene trovano un movimento sincrono, forse il reale può finalmente
combaciare con la sua percezione.
Tra dubbi e delusioni gli spettatori abbandonano esterrefatti la sala. Ma forse
l’unica spiegazione al finale è la non spiegazione, il prendere il senso del
film, senza schemi narrativi, riflettendo
solo su quanto il bravissimo Masayuki Ochiai ha voluto trasmetterci.
Endrio Martufi
Voto: 7 e 1/2
Scheda Film
Titolo
originale:
Kansen
Nazione:
Giappone
Anno:
2004
Genere:
Horror
Durata:
98'
Regia:
Masayuki Ochiai
Soggetto: Ryoichi Kimizuka
Sceneggiatura : Masayuki
Ochiai
Musiche: Kuniaki
Haishima
Montaggio: Yoshifumi
Fukazawa
Cast: Michiko Hada, Mari Hoshino,
Tae Kimura, Yoko Maki, Kaho Minami
Produzione:
Takashige Ichise
Distribuzione:
TIME CODE
Data di uscita:
03 Giugno 2005 (cinema)
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