AMORES PERROS
MEX 2000 di Alejandro González Iñárritu con Emilio Echevarría, Gael Garcia (Bernal), Goya Toledo, Alvaro Guerrero, Vanessa Bauche, Jorge Salinas, Rodrigo Murray.

° Tre storie di "amori e cani" (amores perros significa, però, anche "amori bastardi") sullo sfondo di una Città del Messico laida e canicolare, unite da un incidente stradale (girato con nove macchine da presa in azione simultaneamente): Octavio fa combattere il rottweiler del fratello perché, innamorato di sua moglie, vuole scappare con lei ma non ha i soldi necessari; la modella Valeria resta sulla sedia a rotelle dopo essere stata investito dalla macchina di Octavio, in fuga per aver ucciso il rivale che ha sparato al suo cane: e, nella nuova casa, teme che il suo adorato cagnolino sia stato divorato dai topi che abitano sotto il parquet; il barbone El Chivo è un killer che deve uccidere il socio e fratellastro di un manager, ma l’incidente d’auto, e il salvataggio del cane di Octavio, lo distolgono nel momento topico e, in seguito, non se la sente più di svolgere il suo lavoro e preferisce rimettersi in sesto per essere presentabile agli occhi della figlia abbandonata da piccola per seguire gli ideali rivoluzionari. Un mosaico sfaccettato e imprevedibile ricco di personaggi veri e situazioni intelligenti (il pannello pubblicitario di Valeria dismesso dopo che le è stata amputata una gamba, il cane che fa strage dei suoi simili, il duello fra i due fratellastri legati verso la fine, …), dalla struttura a incastro ricalcata su Pulp fiction – la sceneggiatura è di Guillermo Arriaga: si passa dalla violenza cieca e bestiale del primo frammento alla meditazione sulla vita del terzo, passando per l’operetta morale sul destino della seconda tranche de vie; ma su tutti domina un senso del grottesco degno del miglior Bunuel. L’esordiente regista (classe 1963, che ha girato pure le scene dei programmi televisivi che si vedono e appare nell’ufficio di Daniel nel secondo episodio) mette alla berlina la razza umana e specialmente la classe proletaria (solitamente vista con un occhio di riguardo), esplicitamente paragonata a quella canina, e forse ben peggiore di essa – se vuole - perché cosciente delle proprie azioni: ma è proprio questa consapevolezza che può, al contrario, far ribaltare una vita e donargli un senso. Ognuno dei tre protagonisti ha un progetto destinato al quasi totale fallimento, ma dopotutto "siamo anche ciò che perdiamo", come dice la bellissima epigrafe conclusiva (dedicata a un certo Luciano): e proprio qui sta la profondità di un film amaro e beffardo e cinico (ma mai – attenzione – gratuito!) che il regista, filosofo meno ironico ma più toccante di Tarantino, dimostra di destreggiare alla perfezione, intrecciando con abilità e gusto storie diverse senza mai ingenerare, in ben due ore e mezzo, sazietà o noia. Confezione impeccabile, dal cast all’ambientazione alla scelta delle musiche, ma le premesse, nel caso si avvertisse dell’ambizione, sono ampiamente ripagati: solo una delle sorprese, per capacità e freschezza nel raccontare, del nuovo cinema messicano. Ha vinto un sacco di premi in giro per il mondo, in Italia, invece, si è visto pochissimo. Ovviamente nei titoli di coda non manca la rassicurante scritta che spiega che agli animali non è stato torto nemmeno un pelo (anche se dal beffardo regista tutto ci poteva stare): nonostante ciò in Inghilterra sono arrivati assurdi reclami da animalisti e cinofili per i 21 secondi di combattimenti canini (scioccanti e sanguinolenti, d’accordo, ma ricostruiti e comunque non continuati). Strano ma vero: in alcune situazioni ricorda pure – e quando lo girai ero all’oscuro di questo film - il mio cortometraggio Il cinofilo. EP 153’ * * * *

Roberto Donati

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