L’avversario
Regia:
Nicole Garcia
Sceneggiatura
e dialoghi: Jacques Fieschi,
Nicole Garcia,
Frédéric Bélier-Garcia
Interpreti:
Daniel Auteuil, Géraldine Pailhas,
François Cluzet, Emmanuelle
Devos, Bernard Fresson,
François Berléand
Prodotto
da : Alain Sarde
Durata :
129’
Nazionalità:
Francia
Anno
di produzione: 2002
Titolo
originale: L’Adversaire
Distribuzione: Nexo

Tratto
dal best-seller di Emmanuel Carrère,
basato a sua volta su un sanguinoso fatto di cronaca, L’avversario
è la storia di Jean-Marc Faure
(pseudonimo dell’autentico Jean-Claude
Romand), affermato medico che
lavora per l’OMS, ha moglie e due figli, i genitori
ancora in vita, una cerchia ristretta ma affezionata di
amici. Una vita borghese,
apparentemente segnata da pochi scossoni e preoccupazioni:
cercare e acquistare una nuova casa, più grande e
accogliente per la famiglia, solo per fare un
esempio. Jean-Marc (uno
straordinario Daniel Auteuil)
è un uomo tranquillo e riservato, elegante e stimato,
garbato e assai educato.
A
poco a poco, però, affiorano elementi perturbanti dallo
specchio immobile dell’acqua, quasi punte di un iceberg
gigantesco, che incrinano l’immagine di serenità
obbligata. Nella sua generosità, Jean-Marc
si è fatto carico della gestione del patrimonio del
suocero, riuscendo a garantire un favoloso tasso d’interesse.
Quando il suocero richiederà
parte dei suoi soldi, per acquistare una costosa
automobile, il genero opporrà resistenza. E anche le
giornate di Jean-Marc sono
alquanto particolari: un panino consumato in macchina in
una stazione di servizio sull’autostrada, una conferenza
a ingresso libero e con tanto
di traduzione simultanea sull’onnipresente tema dell’Aids.
La
macchina da presa si limita a pedinare Jean-Marc
senza ricercare effetti particolari né suggerire
interpretazioni. È testimone di quanto accade e sospende
qualsiasi giudizio morale. Dall’apparente immobilità
iniziale, simile alla lastra di ghiaccio che copre i
laghetti d’inverno, si passa a
un’inquietudine sempre più manifesta, a un nervosismo
del protagonista che ancora riesce a dominare ma non più
a rimuovere. Sono i piccoli dettagli a tradire Jean-Marc:
un’opinione espressa in pubblico su un insegnante. La
moglie, Christine, avverte i
primi sospetti e tenta, come tutte le brave mogli, di non
dare troppo peso.
La
gabbia di menzogne che Jean-Marc
si è costruito addosso, a partire dagli anni dell’università,
lo imprigiona sempre più fino a non riuscire a mettere la
“toppa” a tutte le falle che si aprono in
contemporanea. Ed è commovente
come una relazione extraconiugale, con una “cocotte”
da poco, lo redima almeno agli occhi di se stesso. Perché
quello che manca alla sua vita è
proprio la verità: dei sentimenti, dei pensieri,
delle emozioni.
Daniel
Auteuil, la cui innata
ambiguità d’attore avevamo già
apprezzato ne “Un cuore in inverno”, è la
colonna portante del film. Senza di lui, niente avrebbe
più senso. E’ straordinario come solo un guizzo di luce
nei suoi occhi ci faccia capire
che mente, ancora una volta, o che è pazzo e non sa che
cosa sta per fare o che ha appena fatto. Il suo desiderio
di riscatto, le sue manie di grandezza, vivere la vita
come fosse un sogno, tutto ciò
parla a ciascuno di noi, senza eccezioni.
Ed
è proprio nell’esplosione della follia pura, in un contesto
di estrema normalità, che ognuno di noi si interroga
sulla propria parte oscura, lasciata in ombra. Un pregio
del film è sicuramente l’omissione della violenza vera
e propria, del sangue e delle urla, e anche il distacco
emotivo con cui si consumano gli omicidi. Lucida
follia, necessariamente anaffettiva,
perché la catarsi si compia. Perché
questo piccolo uomo qualunque trovi la pace.
Mariella
Minna
Vivere nella menzogna. E' quanto decide
di fare il distinto Jean-Marc Faure per rispettare
aspettative sociali che ha abbracciato senza mai mettere
in discussione: laurearsi a pieni voti, trovare una
professione prestigiosa, sposare una bella donna, avere
dei figli, comperare una villa, un auto di lusso, insomma
essere invidiato, rispettato e, chissa', forse amato. Un
affetto vincolato alla dimostrazione. Che tutto cio' sia
solo una bella immagine, poco importa a Jean-Marc, che
sceglie di imitare una vita non sua per ben quindici anni.
La cosa curiosa e' che, potere della
"comunicazione", nessuno si accorge di nulla e,
soprattutto, che la storia e' tratta da un fatto di
cronaca realmente accaduto. Gli stessi eventi avevano gia'
ispirato il lungometraggio "A tempo pieno",
premiato al Festival di Venezia nel 2001, ma Laurent
Cantet aveva costruito un film soprattutto politico, in
cui metteva in discussione un sistema di non-valori basati
sull'apparenza. Tant'e' che la cosa piu' tragica del film
era la conclusione "positiva", in cui il
protagonista confessava le sue bugie alla famiglia, veniva
perdonato e trovava un lavoro.
Nicole Garcia, invece, segue con piu' fedelta' il caso di
cronaca, non giudica il personaggio e il contesto sociale
in cui si muove, e lascia allo spettatore il compito di
trarre conclusioni.
Non facile costruire un percorso psicologico ed emotivo
partendo da una vicenda gia' nota, ma il regista riesce a
creare una sintonia tra le inafferrabili motivazioni del
protagonista e il pubblico. E' una disturbante empatia
quella che si sviluppa con Jean-Marc, un itinerario che,
seguendo passo dopo passo le sue gesta, finisce con
illuminare la parte piu' buia dei suoi pensieri. Gran
parte del merito e' della strepitosa prova interpretativa
offerta da Daniel Auteuil, ormai icona della recitazione
contratta e davvero efficace nel tratteggiare nel silenzio
un disagio quanto mai forte e urlante. La messa in scena
opta per la sobrieta' e riesce, tra le pieghe del
quotidiano, a creare una tensione quasi insostenibile. E'
impercettibilmente crescente, infatti, il contrasto tra la
quiete formale di giorni che si trascinano nella
iterazione di gesti ormai dati per scontati (aprire porte,
svegliarsi, salutare, uscire per andare al lavoro,
telefonare, mangiare) e l'ansia senza sosta di una mente
incapace di trovare e cercare soluzioni non distruttive.
La razionalita' non offre appigli, cio' che si vede non e'
cio' che viene vissuto e la discesa agli inferi non
consente scappatoie. La sceneggiatura frammenta il
racconto partendo dalla fine, che viene solo accennata per
essere poi sviscerata nei flashback che costituiscono il
fulcro del film. Scelta non originale, ma necessaria per
suscitare una progressiva curiosita' sui dettagli della
storia e per movimentare una narrazione altrimenti
prevedibile. Il film, compatto e senza tempi morti
nonostante il piglio pacato della regia, diventa
ridondante solo nello scioglimento finale. Nessun effetto
grandguignolesco, ma un indugiare che lascia trasparire un
certo compiacimento.
Luca Baroncini
L'AVVERSARIO: LA GIACCA E LA CRAVATTA,
LA NEVE E LA FORESTA
Il giardino ben curato, l'onorevole
dimora, la cordial conversazione, l'etichetta e il buon
lavoro. Le regole della veneranda operar. La compitezza,
il costume, la giacca, la cravatta e il vecchio galateo di
Monsignor Giovanni della Casa. Mentre avvolge gli inganni
stupef centi di Jean-Marc Fau, L'Avversario diffonde un
pulviscolo infinito di convenevoli e salamelecchi.
Costruisce la rappresentazione totale di una vita
borghesissima che si dispiega attorno alle regole
irrinunciabili della buona creanza: una girandola di
strette di mano, ossequi, salotti buoni e formalità
pesudo-burocratiche. Azioni ridotte a meccanici
cerimoniali. Dialoghi inutilmente cortesi che ballonzolano
su preoccupazioni futili. "Un'altra bottiglia di
champagne?", "Si è messo in testa di comprarsi
una Mercedes", "Vado a farvi il caffè",
"E'carina, sua moglie", "Che ne pensi del
pranzo?", "Abbiamo già parlato dell'anello
domenica scorsa". La sovranità delle apparenze
si manifesta solennemente e ricopre il film con i suoi
valori sacrosanti: gli abiti eleganti, gli arredamenti
raffinati, i regali, i gioielli. La giacca e la cravatta
non abbandonan mai Jean-Marc, sono le vere
protagoniste della storia e il simbolo di un culto
dell'esteriorità che alla fine straripa dalle cene di
gala ed invade l'intera esistenza umana. L'apparenza fine
a se stessa delle fo mule sociali smette di essere solo la
materia per i ricevimenti e il the delle cinque, diventa
fondamento assoluto anche del lavoro e della famiglia. No
conta ciò che si fa ma solo poterne parlare, poterlo
esibire, poter mostrarsene fieri. Fino ad ammettere
persino che dietro l'esibizione e la fierezza non ci sia
proprio nulla: nessun lavoro, nessuna laurea. Non importa,
perché la forma è l'unica vera sostanza. Jean-Marc Fou
ha scorto il vuoto che si annida dietro ogni azione umana,
lo ha accettato con tranquillità, ha lucidamente scelto
la strada più breve per raggiungere l'unico obiettivo
fondamentale: l'immagine. Qui è l'origine dei suoi
inganni, qui ci si accorge come essi non siano davvero
tali. Un ammasso di garbo e lustrini ha reso
possesso dell'intero mondo dove il protagonista vive, una
marea di formalità tutte uguali ha coperto la speranza di
accarezzare altri valori. E' come la neve che si accumula
su tutto il film. Su una distesa di neve cammina i
giovane Jea -Marc durante i titoli di testa, una distesa
di neve assorbe il suono delle campane nell'inquadratura
conclusiva. Tutto sommerso, confus dal bianco,
nascosto da una patina candida di riti senza fantasia.
Questa neve è l'emblema di un'esteriorità monotona che
trionfa sempre e che il protagonista ha saputo far sua
meglio di chiunque altro. Lui cos arge di forme senza
contenuto ogni suo rapporto sociale. Dopo una notte di
sesso con l'amante Mariane, sdraiato sul letto d'amore,
Jean-Marc è ancora in giacca e cravatta. E' la
personificazione dell'universo in cui vive, conduce agli
estremi l'essenza delle abitudini di tutti coloro che gli
stanno intorno. L'amico fraterno non ha mai sospettato
nulla perché in fondo è uguale a lui: "Pur standole
vicino non si è accorto di niente? - gli chiedono - Mai
una domanda? Mai un dubbio? Non ha visto niente?".
"Forse non son stato capace di
ascoltarlo", ammette. No, non si ascolta più, ormai
si è deciso che non è importante farlo. Ma, nei silenzi
e nella solitudine, quel vuoto che Jean-Marc Fau ha
compreso alla perfezione torna a inquietare e interrogare.
Nascosto nella sua auto, mentre tutti lo credono al l voro,
l'uomo toglie la giacca e la sistema su un appendino.
Dimentica il galateo, mangia biscotti senza usare le
maniere educate, si perde nel silenzio e nel senso
dell'assenza totale. In quegli istanti egli fluttua dentro
le apparenze che ha creato, osserva il significato dietro
il significante e vi trova solo il nulla. Non contano più
le belle superfici, conta il vuoto. E nella solitudine
sono inutili anche le formule dell'etichetta e dello
stile: l'enciclopedia della buona creanza dice che non si
deve portare troppo disordine negli hotel in cui si
alloggia eppure Jean-Marc getta nel caos la camera
d'albergo dove si è rifugiato per simulare un viaggio di
lavoro. Nella confusione di oggetti gettati qua e là,
rimane seduto immobile dentro le sue bugie. L'assenza del
contenuto è pesante ma inevitabile. Niente ha valore
assoluto, ogni gesto umano rimanda a qualcos'altro che non
si sa più nemmeno cos'è. Tutto è immagine, simbolo,
forma assunta a cuore della vita. La sola possibilità per
entrare ancora in contatto con qualcosa di solido e
autentico, forse, è il ritorno alle origini. Alla atura.
Il padre di Jean-Marc faceva il forestiere. La foresta si
oppone alla neve. Gli alberi fitti formano uno scudo
contro i fiocchi che cadono, impediscono al manto bianco
di coprire il suolo. A metà del film il protagonista
celebra questa possibilità di regresso a uno stato
primitivo come unica via per aggrapparsi a qualcosa che
non sia solo vano linguaggio, qualcosa che trovi in sé un
valore profondo: solo nella foresta Jean-Marc si toglie la
cravatta, liberandosi simbolicamente dalle convenzioni
sociali, e urlando si lascia rotolare giù per una
discesa, fra gli alberi e le piante. Il profumo intenso
della natura contro l'artificiosità delle formule umane,
il verde degli abeti contro il bianco della neve. Oltre
l'argenteria e i tappeti persiani si scorge sempre la
vegetazione che resiste nel suo vigore. L'Avversario è un
collage di porte e finestre aperte che, dagli interni
eleganti, lasciano intravedere il colore brillante dei
sempreverdi. I personaggi, spersi fra i loro mobili
borghesi, guardano fuori e vedono gli alberi, ma non li
toccano quasi mai. Gli aghi dei pini sono lontani e
sfuggenti. Jean-Marc si appoggia ai davanzali, scosta le
tende, si affianca agli stipiti, ma solo in rari momenti
di liberazione esce dalla dimora per sentire il bosco sul
suo corpo. Eppure la foresta lotta, lotta con la neve, dà
l'impressione a volte di prevalere e a volte di
soccombere, sommersa. Un oscillare continuo di bianco e
verde che si combattono. La panoramica finale pare
suggerirci il trionfo della neve, ma la resistenza della
clorofilla è stata eroica e forse anche la vita di
Mariane è salvata dalla foresta: ci si trova fra gli
alberi quando l'uomo l'aggredisce e ci si trova fra gli
alberi quando, lui sopra lei a terra in una posizione che
allude al rapporto sessuale, decide di risparmiarla. Il
sesso è il volto più forte della natura, di ciò che è
realtà corporale e non esteriorità. E il sesso sembra
rendere il rapporto con l'amante segreta leggermente più
vero rispetto alle altre relazioni sociali di Fau: in
questo caso i gioielli regalati e le cene nei ristoranti
chic, anziché celebrare il semplice culto della formalità,
trovano almeno nel puro atto sessuale uno scopo e un
significato. Il dramma dietro le apparenze emerge quando
la finzione perde la propria forza, quando qualcuno
comincia a sospettare e cercare la verità oltre la
recita. Christine si domanda se il marito abbia davvero un
lavoro, scopre lentamente la bugia e chiede spiegazioni.
Lui cambia argomento, prova a distoglierla con le solite
frasi cortesi e inconsistenti, ma è tardi. La donna ormai
cerca i valori autentici dietro la bella esteriorità e a
poco vale il tentativo di Jean-Marc di convincerla che
l'impressione ha valore in se stessa: "Non vi manca
nulla, ho sempre fatto in modo che non v mancasse
nulla". E invece sua moglie, ora, vuole che
tutti i simboli significhino qualcosa. Cerca il senso
dentro la convenzione e rischia di precipitare in una
presa di coscienza che non è in grado di accettare,
rischia di comprendere che nulla nella vita umana può
avere valore assoluto. Che anche un lavoro e una
laurea reali sarebbero, a loro volta, solo significanti
che tentano di rimandare ad altri significati, in una
catena semiotica che non trova mai approdo a meno
che non si accetti la forma, qualsiasi forma, come
sostanza. Su questa consapevolezza Jean-Marc Fou aveva
fondato la propria esistenza, convinto che dovunque la
catena si fosse arrestata qualunque immagine
simbolica si fosse scelta, nulla sarebbe cambiato. Lui
sapeva e viveva così, ma ora Christine pretende il senso
che non c'è e che non può esserci. L'unica soluzione per
evitare la sofferenza insopportabile c e ne nascerebbe
è l'abbandono della stessa condizione umana. E' la morte.
In questo senso gli omicidi di Jean-Marc possono essere
visti come estremo atto d'amore: impedire che i suoi cari
scoprano improvvisamente cos'è la vita dell'uomo e
vengano distrutti da un dolore straziante. "Questo -
afferma nel video-confessione - è per te, Christine, e
per i bambini, perché vi amo e siete il centro della mia
vita". Assassinare per liberare, coprire tutto con
una morte silenziosa che quasi assume lo stesso aspetto
dei convenevoli gentili della quotidianità. Anche
l'omicidio diviene una raffinata cortesia borghese,
eseguita con educazione e contegno: Jean-Marc fa
impacchettare con car a da regalo le armi di cui si servirà,
Jean-Marc si aggiusta la cravatta davanti allo specchio
dopo aver giustiziato i genitori. Egli non attira l'odio
del pubblico perché nel suo gesto agghiacciante si scorge
la luce dell'affetto, la consapevolezza di come i suoi
cari fossero persi comunque perché non avrebbero mai
potuto accogliere la verità che egli era stato in grado
di accettare: significante e significato sono la stessa
cosa. Il fatto che il truffatore non muoia fra le fiamme
forse celebra proprio la sua capacità di sopravvivenza e
adattamento alla condizione terrena, ma gli spettatori
perplessi, in uscita dalla sala, sanno solo chiedersi se
Jean-Marc verrà assolto o condannato. Senza accorgersi
che questa è solo una piccola questione di morale
soggettiva e che il dramma profondo resta spostato un po'
più in là, nella possibilità di trovarsi sul letto
della propria amante con ancora addosso la giacca. E la
cravatta.
Federico Sperindei
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