Cose
di questo mondo
Regia:
Michael Winterbottom
Sceneggiatura: Tony Grisoni
Fotografia: Marcel Zyskind
Musiche: Dario Marianelli
Montaggio: Peter Christelis
Interpreti: Jamal Udin
Torabi, Enayatullah
Jamal
e Enayatullah
sono due cugini pakistani che vivono a Peshawar, al
confine con l’Afghanistan. La totale assenza di
prospettive del campo profughi in cui sono accolti spinge
la famiglia di Enayatullah a organizzare per lui un
viaggio della speranza a Londra. Grazie alle ripetute
insistenze del ragazzo, il sedicenne Jamal partirà al
seguito. Il film si apre sulle condizioni di miseria del
campo profughi e con la simbolica uccisione di una mucca,
animale sacrificale, che sottolinea la drammaticità dell’esistenza
di questi poveri uomini e donne. Decidono per il viaggio
via terra, perché l’aereo sarebbe troppo oneroso. I due
ragazzi partono seguendo le tracce dell’antica via della
seta, oggi trasformatasi in autentica via crucis per i
diseredati del mondo. Il primo tentativo fallisce
miseramente: un controllo sull’autobus in Iran obbliga i
due ragazzi, sempre più affiatati, a ritornare sulle
proprie orme. Ma la disperazione è più forte delle
avversità, rimettono mano al portafoglio e ripartono con
non meno entusiasmo di prima. Raggiungono l’Iran in
camion, con un autobus la capitale Teheran, in automobile
Maku, quindi varcano a piedi le montagne e ancora in
camion Istanbul. Fino al momento più delicato e rischioso
del viaggio: la traversata nella stiva di un cargo per
giungere al porto di Trieste. Quindi la
Francia, passano il tunnel sotto la Manica nascosti
fra le ruote di un camion e finalmente giungono a Londra.
Michael Winterbottom ha volutamente scelto i protagonisti
del film nei campi profughi di Peshawar, cosa che lo ha
costretto a ridurre all’osso la sceneggiatura, lasciando
gran parte dei dialoghi all’improvvisazione dei due
personaggi reali. Anche
la regia, che ricalca lo stile documentaristico, si affida
alla praticità e maneggevolezza di una piccola video
camera digitale e all’assenza di illuminazione
artificiale, rinunciando per scelta etica a qualsiasi
estetica. Lo spettatore si identifica così perfettamente
nella sofferenza e fatica dei due giovani protagonisti, i
cui volti rimarranno scolpiti a lungo nella memoria. Il
progetto originale del film risale al giugno del 2000,
quando cinquantotto clandestini cinesi persero la vita
stipati in un camion che li avrebbe portati all’estero.
Ma neanche i tragici avvenimenti dell’11 settembre hanno
fermato il regista e forse gli hanno offerto una
motivazione in più a realizzare questo bel film. Il suo
desiderio dichiarato è mostrare le condizioni di non vita
di milioni di persone, non solo chi è perseguitato
politicamente e che è oggetto di un trattamento più
morbido da parte delle autorità occidentali, ma
soprattutto chi è spinto dalla miseria e dall’assenza
di prospettive a cercare la fortuna all’estero.
L’obiettivo è sensibilizzare l’opinione pubblica a
fronte di una migrazione di popoli che ha assunto ormai
dimensioni epocali e che non potrà non avere
ripercussioni sulla vita di ognuno di noi. Colpiscono lo
spettatore anche le scene in cui i ragazzi vendono oggetti
inutili, chiedendo di fatto l’elemosina, e che gli
occidentali rifiutano garbatamente eppure fermamente. L’indifferenza
che coinvolge noi tutti e che ci rende tutti colpevoli e
complici di un traffico di persone che arricchisce
la malavita e anche nostri connazionali “onesti” che
speculano sulla pelle di persone che non hanno più nulla
da perdere. Sapere che il giovane Jamal è ritornato in
Inghilterra, che vive a Londra, dove potrà rimanere fino
al giorno precedente al suo diciottesimo compleanno, ci
rasserena almeno in parte. Sarebbe stato a rischio cinismo
utilizzarlo anche se per un film di denuncia, utile e
necessario, che scuoterà le
coscienze di ognuno di noi, risvegliandoci dal torpore
televisivo e mediatico in cui sembriamo essere
irrimediabilmente sprofondati.
Mariella Minna
Lo sguardo senza metafora
Con Cose di questo mondo il
regista Michael Winterbottom riprende da dove aveva
lasciato qualche anno fa: dalla mezza delusione di Benvenuti
a Sarajevo, favorito per la palma d’oro a Cannes nel
’97, e rivelatosi invece una sonora battuta d’arresto
nella carriera dell’allora giovane e promettente nuovo
talento inglese. Dopo una parentesi di fiction durata ben
cinque anni, Winterbottom torna al cinema come strumento
di ricognizione della realtà. E questa volta riesce in
quello che non era riuscito nel ’97: vincere, in questo
caso l’Orso d’oro al festival di Berlino. A quanto
pare, ora i tempi sono maturi, da una parte per l’affermazione
del documentarismo anche nelle principali manifestazioni
internazionali, con l’Oscar a Bowling for Columbine
di Michael Moore e l’apertura dello scorso anno di
Cannes (dopo quarantasei anni) ai documentari (lo stesso
Moore, La dernière lettre di Wiseman), dall’altra
per riconoscere lo stile "ibrido" del docu-fiction
di Winterbottom. La storia di due ragazzi afgani Jamal e
Enayatullah, che dal campo profughi di Shamshatoo in
Pakistan, rischiano la vita per riuscire a raggiungere la
loro terra promessa, un occidente incommensurabilmente
ricco rispetto allo scenario da cui i due giovani
provengono e attraverso cui, in un’odissea on the road
(Iran, Pakistan, Kurdistan, Turchia), fra trafficanti di
uomini, clandestinità e umiliazioni, sono costretti a
passare. Uno di loro ci rimetterà la pelle, mentre l’altro
arriverà fino in Inghilterra, senza però la speranza di
poterci rimanere a lungo. Cose di questo mondo non
è un documentario in senso stretto, appartiene di più al
filone del cinema semidocumentario, quello che in Francia
sta vivendo una vera e propria età dell’oro (Nicolas
Philibert, i Dardenne), e che Emiliano Morreale1
ha giustamente riconosciuto all’opera soprattutto nel
medio oriente (Ticket to Jerusalem di Rashid
Masharawi), e che ha fatto risalire, seppur nei distinguo,
alla grandissima lezione del cinema iraniano (Kiarostami
su tutti). Ed è proprio in questo panorama che va
collocato l’ultimo film di Winterbottom, panorama dal
quale, tuttavia, Cose di questo mondo si distanzia
per diversi motivi. Non è un documentario in senso
stretto, perché la vicenda narrata non è accaduta
realmente e si basa su di una, seppur esilissima,
sceneggiatura (Tony Grisoni), e utilizza "i modi e la
sostanza della fiction" come direbbe Fabrizio Tassi2,
ovvero un montaggio, una colonna sonora (forse la tara
peggiore del film), anche se assume la realtà come mondo
di referenza, cioè il mondo del film esiste anche al di
fuori del film3, e la messa in scena è ridotta
al minimo: gli attori non professionisti, la luce
esclusivamente naturale, una troupe "leggera", e
il ricorso alla manovrabilità fisica e alla
"trasparenza estetica" del video. Il film di
Winterbottom non è certamente un film perfetto. Prima di
tutto perché non è un film, come detto, e non raggiunge
il risultato estetico che ci si aspetterebbe da un film,
ma soprattutto perché non contiene quella riflessione sul
cinema che sembra esser diventata la condizione necessaria
e sufficiente per rendere il cinema semidocumentario
"digeribile" al pubblico, ma soprattutto alla
critica occidentale. Ma se non c’è più la metafora,
rimane comunque uno sguardo, quello di Winterbottom, che
ha il coraggio di raccontare una parte della realtà meno
(ri)conosciuta di questo mondo, che accade adesso (non
trent’anni fa come nel precedente vincitore della
berlinese, Paul Greengrass con Bloody Sunday), e
che vuole impegnare le coscienze e gli sguardi di un
pubblico occidentale che troppo spesso, questa sì è
ipocrisia, vuole ostinarsi a pensare e vedere quello che
non ha sotto gli occhi attraverso una mistificazione che
ha nel registro grottesco e nei contenuti del kitsch (East
is East, Jalla Jalla) la sua essenza più
genuinamente globalizzante. Da donare alla vista, perché
il fine (l’impegno civile) a volte deve fare a meno dei
mezzi (le forme patinate), per farsi documento (se non
monumento) dei tempi.
Massimiliano Troni
____________________
[1] MORREALE E., dall’articolo "Cinema
al lavoro in Medio Oriente", su Cineforum 423
[2] TASSI F., dall’articolo
"Occhi spalancati (dal basso) sul mondo", su
Cineforum 423
[3] per una più completa introduzione
alla Cinematografia Documentaria, rimando all’ottimo
saggio del prof. BRUNO DE MARCHI, "I mestieri del
narrare e del leggere", Euresis Edizioni 2002
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