L’uomo senza passato
di Aki Kaurismaki
Il 7 gennaio 2003 è
iniziata la costruzione del nuovo porto di Helsinki. La
Corte Suprema, infatti, malgrado il parere contrario del
ministro dell’ambiente, ha concesso l’autorizzazione all’interramento
di una superficie acquea e all’edificazione all’interno
di una preziosa riserva naturale. Il vecchio porto, attorno
al quale è ambientato il film di Kaurismaki, verrà quindi
smantellato consentendo di completare la trasformazione del
litorale est, che dal centro costeggia la baia verso nord.
Dalla seconda metà dell’Ottocento
alla fine degli anni ’60, questa è stata un’importante
zona industriale, alle cui spalle sorgevano grandi quartieri
operai. Ora le fabbriche, compresa la famosa Arabia, sono
state quasi tutte chiuse, e si stanno edificando nuovi
insediamenti residenziali e commerciali che dovrebbero far
migliorare la posizione di Helsinki nella gerarchia delle
città "globali e competitive".
Sui bordi dell’area
portuale e nelle parti non ancora toccate dalla
revitalizzazione trovano rifugio alcuni dei circa 5000
homeless che, secondo i dati ufficiali, vivono a Helsinki.
Si tratta di una cifra non paragonabile a quella di altre
capitali europee, e le cui condizioni sono forse meno
disperate, ma che a partire dalla metà degli anni ’90 ha
ripreso a crescere e comincia a preoccupare le autorità.
Se l’interesse di
Kaurismaki si concentra sulle vicende umane e non sui
dettagli architettonici o monumentali, è anche vero che il
film offre una rappresentazione straordinariamente
realistica delle trasformazioni dell’area metropolitana
dalle quali l’uomo senza passato si salva solo
grazie alla persistenza di forme di solidarietà individuale
e istituzionale.
Il film comincia alla
stazione, celebre opera di Eliel Saarinen, dove il
protagonista scende all’inizio della vicenda e dove
ripassa alla fine. Ma dell’edificio si vede solo l’orologio
in cima alla torre. Il tempo, che scorre anche per chi non
ha memoria, conta più dello spazio. Del percorso dalla
stazione all’ospedale e da qui al porto, non ci è dato
vedere nulla, come del resto accade al protagonista che si
risveglia senza identità tra le baracche e i containers di
un paesaggio postindustriale. Qui, oltre all’autostrada,
lo sfondo più volte ripreso è il grande edificio
abbandonato che ospitava la centrale elettrica e l’officina
del gas. Un esempio di archeologia industriale di cui, dopo
lo smantellamento delle proprietà municipali e la
privatizzazione dell’energia, è stata decisa la
ristrutturazione.
In secondo piano, sfuocato
e sostanzialmente estraneo alla vicenda, si intuisce la
presenza del "centro". E’ un’area a sé
stante, seppure fisicamente non lontana, la cui posizione di
giorno è riconoscibile grazie alla cupola di una chiesa,
mentre di notte appare come un’indistinta massa luminosa.
Più nitida è la
percezione degli elementi naturali, l’acqua, il vento, il
bosco, e la loro fragilità di fronte ai progetti di
modernizzazione. Ed esplicito il concetto di sostenibilità
su cui si sprecano fiumi di dotte e inutili parole e che
viene sapientemente messo in pratica dall’uomo senza
passato che vuole avere un futuro. "Se raccolgo otto
patate, ne posso mangiare solo due" spiega all’amico
con il quale divide il magro raccolto, "il contadino
consuma solo quello che avanza".