Vogliamo
parlare di fantasia? Parliamone. Sarà pleonastico dirlo per
chi non se l’è sentita di decollare in celestiali elogi
su questo Grosso Pesce - cucinato hollywodianamente nelle
salse più appetibili - ma in Big Fish di fantasia vera e
propria se ne vede giusto qualche rigurgito intertestuale,
se non autoreferenziale. Nulla o poco più.
Di mondo fantastico, certo, ne scorre a fiumi, saltellando
da un fiaba dei fratelli Grimm all’altra, da Shakespeare a
Boiardo, da Tod Browning a Fellini, e in tempi così grevi,
certo un’abbuffata cinematografica di meraviglie e
incantesimi (Il Signore degli Anelli in testa) non può che
far bene ai nervi.
Lungi dal cadere nel facile tranello di chiedersi quanto Tim
Burton vero, nuovo e di prima qualità ci sia nella sua
ultima fatica, è onestamente più proficuo domandarsi quanto
il film sappia discostarsi dal di per sé apprezzabile, ma
un po’ scontato motto: “Viva la fantasia! Contro la
sfuggevolezza della morte, la pesantezza della vita e la
pedanteria del razionalismo!”.
Senza dubbio, come prima annotazione va registrata la gioia
di narrare, la foga tutta boiardesca di raccontare per il
semplice gusto di farlo, il piacere affabulatorio che non può
non lasciare indifferenti.
La questione di fondo è però un’altra: siamo sicuri che,
tra tanta materia immaginaria, le sequenze dal mondo reale
di Bloom vecchio e malato fungano da semplice pretesto
all’azione fiabesca, da pagina bianca divisoria tra un
episodio e l’altro o – peggio ancora – da pilastro per
la morale conclusiva?
In realtà, a dispetto delle tanto attese invenzioni visive,
il vero punto fermo del film si è rivelato proprio in un
inatteso ribaltamento dei punti di vista: ai nastri di
partenza c’è quel mondo fantastico, così ordinario e
familiare (perché reminiscenza di altre opere, anche
burtiane), da sembrarci quasi “naturale”, che per una
volta non esorcizza la morte contenendola nelle sue forme
(le stesse deformazioni gotiche tipiche di Burton diventano
qui puro repertorio, un catalogo di campionature), ma vive
la fine (filmica, narrativa, evocativa, fanciullesca e, solo
in ultima istanza, biologica) come un concetto esterno e
invasivo, proveniente paradossalmente dal mondo terreno dei
vivi (la malattia di Bloom).
Il progressivo farsi strada delle interferenze mondane tra
una favola e l’altra, con la sensazione che il tempo per
Bloom stia per scadere, aumenta la gravità di questo peso,
incombente fin dall’inizio.
Il tutto con una sincerità drammatica.
Questa inversione topografica (non più la morte che deforma
la realtà in fantasia, ma la morte della fantasia che
giunge dalla realtà) è infatti la cifra della malinconia
burtiana in Big Fish, terribilmente consapevole dell’altra
faccia della medaglia. Qui Burton non si rifugia più
nell’immaginazione per fuggire le cose terrene, ma fa un
passo più temerario: vive nella fantasia temendo
l’inevitabile e distruttivo arrivo della realtà. Anche
l’estremo scatto di ribellione contro l’esistenza
terrena (Bloom che diventa il grosso pesce, la morte
finalmente sublimata), macchiato com’è dalla tetra
presenza materiale che la segue (il funerale), si rivela con
toni autobiografici in tutta la sua utopia.
E’ così che, eliminando le scorze di maniera (hollywodiana)
che imprigionano il film in livelli di patetismo e
didascalismo ad uso e consumo di una piatta interpretazione
letterale, si scopre sotto sotto un’opera sofferta e
onesta, come un Icaro post-moderno e disilluso, che assapora
l’istante in cui vibra nell’aria sapendo che è prossimo
allo schianto.
E’ tra le righe di questa amara illusione - non certo
nella morale mangia-banalità dell’epilogo in piscina -
che sta l’intensa emozione di Big Fish.
Francesco Rivelli
Gli episodi più significativi
della vita incredibile di Ed Bloom (Albert
Finney, Ed Bloom anziano, e Ewan McGregor, Ed
Bloom giovane). Un uomo qualsiasi della
provincia americana è divenuto una leggenda
vivente nel suo paese grazie ai racconti che
egli stesso fa della sua vita. Ma il figlio Will
(Bill Crudup) non crede ai giganti, alle streghe
e agli uomini lupo che Ed sostiene di aver
incontrato nel corso della sua esistenza e
cercherà di scoprire, al capezzale del padre,
la verità sul suo conto. Tim Burton racconta la
sua fiaba ad un pubblico che per due ore ritorna
bambino. Il regista sceglie un racconto tutto in
flash-back e riesce tuttavia ad esaltare l¹incastro
narrativo, senza togliere la sorpresa e
mantenendo alta la curiosità. Lo spettatore
dalla poltrona del cinema ricambia («e poi?»),
si diverte e quasi si dispiace, al termine del
film, che papà Burton abbia finito la sua
storia. Due pesi e due misure: realtà e
fantasia, verità e bugia, si alternano nelle
inquadrature scelte di volta in volta dal
regista ed equamente divise tra ampie, fiabesche
ed affascinanti carrellate (per la dimensione
immaginifica) e secchi primi piani, aridi come
una soap-opera (per il mondo reale). Burton
dipinge ora con ironia, ora con spessore, il
mito e l'anonimato, senza sbilanciarsi mai fino
all¹equilibrata virata finale, dove il regista
è suggestionato dalla potenza del raccontare
vista come unico mezzo per conseguire l¹immortalità.
Il passaggio trafantasia e razionalità (il
bambino che diventa uomo) è fine e graduale.
Peccato che a tratti si rischi il «Forrest Gump»,
il tocco emozionante alla Fellini, tanto
sbandierato dalla critica, non si capisce
proprio dove sia. Bella la fotografia, che in
altri film del regista è però nettamente
superiore. Lo spunto del film, tratto da un
romanzo di Daniel Wallace, è la classica «panzana
da pescatore» («ho preso un pesce grosso così»).
Christian Galimberti
Lodi, lodi, lodi.
A momenti ti sembra di assistere ad un film dei
fratelli Cohen, come quando vedi certe comparse
di lusso tipo Danny De Vito e Steve Buscemi e ti
chiedi se esiste veramente un gigante di simili
proporzioni e se le cino-soubrette sono
veramente gemelle siamesi. Chi ha apprezzato Il
mistero di Sleepy Hollow, non resterá deluso
dal nuovo film di Tim Burton e riconoscerá la
stessa sinistra foresta con nebbiolina e alberi
insidiosissimi e gli stessi volti 'gotici' delle
eroine femminili. Consiglio vivamente questo
film ricco di idee fantasiose e geniali, comico
e commovente pur trattando temi seri. Per certi
versi simile alle Invasioni Barbariche (un padre
anziano che sta per morire, incomprensione
padre-figlio, il tirare le somme di una
vita,...), qui ho trovato un film riuscito
meglio rispetto al fresco vincitore di Oscar,
che vola piú alto (felliniano?) e decisamente
piú coinvolgente. Miglior film dell'anno 2004
(per ora), in attesa di KillBill vol.2, come
KillBill vol.1 lo è stato per il 2003.
Per inciso, aspettate tutti i titoli i coda: in
fondo, canzone inedita (almeno credo) e molto
bella di Eddy Wedder e i suoi Pearl Jam.
Jean Bodò
Dopo
tre film brutti e/o insulsi Tim Burton ritorna con un film
che, se non del tutto riuscito, è almeno interessante. E'
quel genere di film che lascia un po' perplessi in quanto
non si conforma ad alcun genere noto e ci impedisce di
prevedere cosa debba o possa accadere. In più, certi
tempi morti e una bizzarra cronologia (e, in parte, scelta
di attori: non che non siano bravi ma si fa una certa
fatica a considerarli padri e madri e figli l'uno
dell'altro) fanno sì che Big Fish non crei un genere
nuovo, non è un film abbastanza forte. Ma grazie ad una
messinscena impeccabile e ad un gran numero di belle idee
e gag (piaciuta molto quella su cosa succede quando il
tempo si ferma) il film si lascia vedere con piacere e
divertimento. Basta che accettiamo il film nei suoi
termini e, certo, potremmo anche non farlo. La superiorità
della leggenda, della favola, della menzogna sulla nuda
verità dei fatti può anche non essere un concetto che
piaccia a tutti. Vediamo pochissima realtà, anche se ci
viene detto e possiamo sospettare che sia squallidissima e
che renda perciò indispensabile il mentire a Ed Bloom.
Anche il Sud iperidealizzato è platealmente e
consapevolmente falso: un dottore nero che fa nascere un
bambino bianco in ospedale nell'Alabama degli anni 40?
I-m-p-o-s-s-i-b-i-l-e!!!!! E a quale guerra partecipa?
Cronologicamente dovrebbe essere il Vietnam ma ovviamente
è la Corea (grande il ventriloquo cinese). Ma nella
prospettiva favolistica scelta il film funziona per buona
parte del tempo. Da dire che, dopo un brutto periodo, il
nuovo Tim Burton pare diventato buono. La weirdness tipica
dei suoi film migliori, sempre in bilico fra la bontà
e la malvagità, qui pende decisamente sul buono:non c'è
un cattivo serio. Buona cosa? Non sono sicurissimo. Certo
non sono pregiudizialmente ostile alla bontà (il
cattivismo ha rotto sul serio). Vedremo il prossimo: se c'è
un nuovo equilibrio o si crolla nella melassa.
Stefano Trucco
"Tim Burton, il
ritorno". Cercando di cancellare dalla
mia mente il ricordo spiacevole di quello che,
per me, resta il film più deludente di uno
dei miei registi preferiti (l'inutile, goffo,
superfluo e nient'affatto
personale remake del
bellissimo "Il pianeta delle
scimmie"), mi sono recato nella solita
multisala-frezeer (c'era più caldo fuori
all'aperto che dentro, ancora un grazie all'Uci)
pieno di aspettative. Aspettative che sono
state ampiamente ripagate da un film pieno di
magia, fantasia ecc. ecc. Perchè "ecc.
ecc."? Semplicemente perché è del tutto
inutile che stia qui a dilungarmi ripetendo
cose dette e stradette da altri sulla poetica
del cinema "burtoniano", che qui è
pure "felliniano", ecc. ecc.:
insomma, un film deve essere visto,
vissuto, amato o odiato e non serve a nulla
leggere ciò un altro ha recepito dalla
sua visione. L'inutilità della critica.
Quello che posso fare, non essendo un
critico e tantomeno un saggista di
cinema, è solo di CONSIGLIARVI di andarlo a
vedere. Tutto qua? Sì. Il resto spetta a
voi.
DA
TENERE:
Strano a dirsi, ma qesto film lo avrebbe dovuto
dirigere Spielberg (la storia è tratta da
un libro); pur amando anche il suo cinema non
credo che sarebbe stata la stessa cosa. C'è più
Tim Burton qui che in molti altri suoi film. Non
travisatemi: mi piace quando un autore rischia
cercando di cambiare o di rinnovarsi, sempre però
che non perda per strada il proprio cuore; e
questo è ciò che fece il regista di questa
pellicola nel suo precedente lavoro. Quindi cos'è
che tengo? Il ritorno di Tim Burton, mi pare
ovvio!
DA BUTTARE:
Naturale che un film infarcito di flashback
possa sembrare un po' discontinuo e disomogeneo,
ma è qualcosa che si può benissimo perdonare.
NOTA DI MERITO: Oltre
al grandissimo cast (ma quando mai in un film di
Burton gli attori non danno il meglio di sè?)
anche l'aver disseminato per tutti i 125 minuti
di durata citazioni ed autocitazioni
filmiche e non solo; per i "seguaci"
del regista... buon divertimento!
NOTA DI DEMERITO:
E c'è da dirlo? All'Uci perché, pur essendo
una multisala recentissima, non è in grado
di assicurare ai propri clienti l'adeguato
servizio regolarmente pagato (e poi qualcuno
critica ancora chi si ferma dentro a guardarsi
un altro film in un'altra sala? Chiamasi
"risarcimento") e al resto dei
cinema di Verona: possibile che solo due
multisale come l'Uci ed il Warner Village
abbiano questo gioiello di pellicola in
programmazione?
Ben, aspirante Big Fish
Pare che il critico letterario del New York Times, A.O.
Scott, abbia accusato il film di Burton di aver compiuto
un’insopportabile semplificazione dell’omonimo testo di
Daniel Wallace da cui è tratto il film, nonostante la
bonaria ammissione dello stesso Wallace circa la
irrisolvibile diversità dei due campi espressivi del cinema
e della letteratura che fa sicuramente fede
dell’importante cachet che deve aver incassato con la
cessione dei diritti sulla storia; ma in realtà le
difformità in questo prodotto cinematografico sono numerose
e vivide come le stesse avventure fantastiche di Ed Bloom e
segnano l’esperienza del regista come una rinascita comica
e grottesca in cui l’autore si ritrova a scivolare lungo
il corridoio dei solari uffici del mercato cinematografico
ancora madido e tranquillamente avvolto nel sogno amniotico
della sua umanità dolce e crudele, proiettata con il suo
comune bagaglio tragico in un universo invece favolistico,
sedotta dalla dolcezza perversa della quotidiana mostruosità.
Giganti, lupi mannari o gemelle siamesi, (se nella sindrome
rientra il fenomeno di due tronchi su un unico bellissimo
paio di gambe), non permettono più all’autore di compiere
il rovescio del favolismo dei fratelli Grimm, (che come
letteratura pedagogica si impegnava a fare della favola,
della magia onirica dell’onnipotenza umana, il campo
dell’allegoria della frustrazione tragica di
un’esistenza paurosamente lanciata verso la sua eclatante
e dolorosa fine), e tendono piuttosto a coniugarsi in un
repertorio iconografico che costituisce la materia
figurativa dell’autore nella sua essenziale natura
stilematica, finendo però per suggerire l’intera
composizione come frutto di uno stanco manierismo stilistico
dominabile anche da un anonimo epigono di Burton.
Infatti le città, gli edifici, che lo scenografo Dennis
Garner ha dovuto instancabilmente cercare lungo tutti gli
Stati Uniti prima di scegliere di girare il film in Alabama,
usando la cittadina di Wetumpka per rappresentare Ashton
oppure per ricostruire il villaggio di Spectre, sono gli
stessi che il regista immagina da prima di “Edward Mani di
Forbice” e che forse proprio qui smettono di rappresentare
tutto la detestabile uniformità della società americana
per assumere contorni realmente rassicuranti e pacifici:
infondo Ed è un vincitore stralunato che colleziona
incontri con la diversità ma che definisce la propria
sempre superomisticamente.
Così ad un citazionismo debolmente interno, fatto di
iconografie e brevi allusioni, sembra aggiungersene un altro
più imbarazzante a causa della sua completa incomprensione:
ci si riferisce ad un presunto fellinismo nominalisticamente
rintracciabile tra eventi circensi e finali ricompilativi
dell’esperienza fantastica continuamente accennati e
subito traditi in una rincorsa della realtà alla fantasia
che segna tutto il film ma minacciandone continuamente la più
goffa delle cadute.
E’ infatti la marcata caratterizzazione dei momenti
realistici ed immaginifici a confondere la necessità
espressiva delle scelte registiche con il riferimento ad una
codicalità immediata come quella televisiva, ed in
particolare connotata territorialmente fin nei trattamenti
della fotografia, perché, nonostante le rassicurazioni del
direttore della fotografia sugli attributi magico-misteriosi
degli ambienti domestici del vecchio Ed, sembra sempre di
vedere nella semplice articolazione di quadri sempre
prossimi al primo piano o nelle tonalità calde dei colori
gli attributi di un filmato promozionale di qualche istituto
di credito, e lo stesso valga per i contorni vaporizzati dal
flou delle sequenze oniriche che pure vantano
un’articolazione ancora linguistica.
Ma non si può neanche accogliere interamente il pregiudizio
per il quale sarebbe naturale l’incontro con il seme più
sincero del talento del regista proprio nelle sequenze
fantastiche, perché queste stesse balbettano le sillabe di
un idioletto familiare allo spettatore più accorto ma
disperse in guizzi che ripetono la sequenza iniziale con la
comparsa dell’enorme e imprendibile pesce dello stagno e
l’immediato tradimento della sua natura a causa della sua
stessa troppo evidente apparizione, che sembra evocare
piuttosto il triste e meraviglioso realismo del
“Pinocchio” di Comencini; ciò nonostante si tratta di
un palpitare muto che non viene mimato o corrisposto da
nessuna musica originale di grande forza, come un abbandono
semplice alla casualità delle programmazioni radiofoniche.
Infatti le canzoni di Elvis Presley, Pearl Jam, Bing Crosby
e gli Alman Bros. ricoprono la musica di Danny Elfman senza
linearità temporale o necessità tonale mostrandosi quasi
come scelte velleitarie, popolari, belle canzoni, sui cui
testi si può anche appoggiare il racconto ma come se fosse
narrato in un tinello di Miami Beach da un vecchio regista
televisivo in pensione; le scelte musicali non riescono
infatti, similmente a quanto accadeva per la colonna ottica,
a palesare una necessità compositiva coerente al testo
filmico, sono invece solo accennati ritornelli o
composizioni di indifferente postmodernità senza
controllarne realmente le implicazioni narrative come pure
le dimensioni tonali delle scene sono parzialmente evase:
gli spunti sono tali da dilaniare il tessuto narrativo in
una schizofrenia tanto rapida da non lasciarsi apprezzare
nella sua forma e generando quell’invito alla
spettatorialità disattenta degli spettacoli catodici.
I motivi precipitosi o i cicli tematici di cui parlava
Deleuze per la composizione dell’immagine-movimento sono
negati seppur nella regolare ripetizione della “grande
forma” cinematografica del precipitare delle azioni sulle
situazioni con lo strepito sordo del gesto che cambia il
mondo, infatti l’immagine-tempo resta una presenza lontana
ed implicita che non riesce a rispecchiarsi nelle fasi
memorative e fantastiche dell’anziano genitore perché
tutto è presente ma senza esserlo onestamente mentre le
allusioni alle meccaniche simmetriche e cicliche delle
fantasie di Ed restano allusioni verbali, dichiarazioni di
intenti tralasciate nella ripresa.
Mentre l’ideologia della famiglia americana si affaccia
nel cinema di Burton come solare falsificazione e non più
come poetica onestà della falsificazione, mentre i mostri
sono sogni necessari ad un vecchio per dar senso ad una vita
dissipata nell’incertezza lavorativa liberista, allora si
affaccia anche la speranza che sia un compromesso
passeggero, dovuto alla stanchezza o alla responsabilità di
una paternità incipiente, e che presto si possano
riaffacciare comici e spauriti bambini con i chiodi negli
occhi che piantano alberi di alluminio che crescono storti a
causa della loro cecità, così come il regista aveva già
raccontato per esprimere una compassione per la schiuma
dell’umanità che in questo film è traboccata interamente
fuori del vaso, forse rinchiusa in qualche centro di
accoglienza.
Ruggero Lancia