Mine vaganti

Titolo originale: Id.
Nazione: Italia – 2009.
Genere: Commedia.
Regia e Soggetto: Ferzan  Özpetek.
Sceneggiatura: Ferzan  Özpetek, Ivan  Cotroneo.
Durata: 116’
Interpreti:  Riccardo Scamarcio, Carolina Crescentini, Alessandro Preziosi, Nicole Grimaudo, Elena Sofia Ricci, Ennio Fantastichini, Ilaria Occhini, Lunetta Savino, Dario Bandiera
Sito: http://www.minevaganti.net/
Produzione: Fandango, Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution.
Nelle sale dal: 12 Marzo 2010

La libertà di scegliere

Tutto è normale: che una donna non possa sposare l'uomo che ama (ma un altro), al fianco del quale resterà però tutta una vita; avere un'amante e non capire i propri figli che crescono lontani, non solo fisicamente; mandare avanti l'azienda di famiglia a tutti i costi, con qualsiasi compromesso; scappare a Londra con un uomo che ti deruberà di tutto e ti lascerà sul lastrico e ad ubriacarti per tutto il resto della tua esistenza. Tutto è normale, tranne essere gay, omosessuale, frocio... ricchione.  Così quando Tommaso (Riccardo Scamarcio) torna nella natìa Lecce, deciso a raccontare ai suoi genitori che, a Roma da anni, non sta studiando Economia e Commercio, ma che invece si è laureato in lettere, vuole fare lo scrittore e ha già presentato un romanzo ad una casa editrice e soprattutto che è gay, viene zittito dal fratello maggiore Antonio (Alessandro Preziosi) che fa un'analoga rivelazione, spiazzando tutti, compreso lui, e mandando il padre all'ospedale. Tutto nei primi dieci minuti di Mine vaganti, nuovo film di Ferzan Ozpetek, prodotto ancora una volta da Domenico Procacci (del quale anche qui come nel precedente Un giorno perfetto si sente lo zampino), film che pesca a piene mani nei territori della commedia all'italiana, contaminandoli con tratti autoriali drammatici e commoventi. Il tema centrale è l'amore, in molte delle sue sfaccettature: materno, paterno, filiale, fraterno, eterosessuale ed omosessuale; la libertà di scegliere il proprio destino; e la famiglia, tradizionale, ma pure atipica.

Cercare quello che può essere il tuo percorso, questo può farti diventare una mina vagante, che destabilizza chi per tutta la vita ha cercato di instradare il tuo cammino. Pian piano i tre figli della famiglia Cantone (e non solo loro) si risvegliano alla realtà, vagando all'interno della famiglia appunto come pericolose mine. Ed alla fine per un evento tragico, come in un sogno, tutto sembra quasi ricomporsi cosicché i famigliari di Tommaso si mischiano ad altri personaggi del passato, mentre lui commentando con le parole tratte da quello che probabilmente sarà il suo futuro libro, li guarda mentre si allontana, finalmente libero, dopo aver svelato, almeno in parte, la sua verità. In alcuni momenti Ozpetek omaggia commedie celebri come Signore e signori ed anche quelle più scollacciate degli anni settanta come, una su tutte, Un caso di Coscienza con Buzzanca. E su tutto sparge la tematica omosessuale, quasi al limite con la farsa, ma rendendo più frizzante il risultato. Abusa a tratti di steadycam, come nelle frequenti tavolate, con un taglio troppo televisivo, e forza qualche passaggio narrativo, lasciandone altri incompiuti, dissemina qua e là un po' di qualunquismo e di frasi ad effetto, ma ha a disposizione un cast di attori meravigliosi che aggiusta tutto. Da Ilaria Occhini, nonna che tanti anni prima aveva cercato senza riuscirci di opporsi al destino impostole e che alla fine compie un "dolce" quanto terribile gesto (destinato a scuotere le coscienze dei suoi famigliari), ad un Fantastichini esilarante quanto tenero padre-padrone, da un Preziosi che ha lavorato moltissimo in sottrazione fino ad uno Scamarcio semplicemente sorprendente, ricco di dubbi e sfumature. Una menzione meritano infine la Crescentini, muta nel ruolo della nonna da giovane - un cameo - e al terzetto di amici gay di Tommaso, tra i quali spicca un inedito, ma godibile Daniele Pecci.

Voto: * * * . =

 

Paolo Dallimonti

Voto: 6.5

Tommaso Cantone, figlio di Vincenzo e Stefania, è ritornato a Lecce per svelare alla sua famiglia che è andato a Roma per laurearsi in lettere, e non in Economia e commercio come tutti credono, e che è omosessuale. Questo per far si che il padre lo cacci di casa e non gli domandi di lavorare come dirigente presso il pastificio di famiglia. Antonio, fratello di Tommaso, viene avvisato in anteprima dei propositi del fratello e lo precederà con una rivelazione altrettanto scottante e inaspettata.

Un film che ripercorre i temi cari al regista Turco: il nucleo familiare, la convivialità che si può raccogliere attorno a una tavola imbandita e anche il tema scottante dell’omosessualità, non sempre accettata e nemmeno tollerata. Un’omosessualità che è vista come una malattia da debellare, da parte di Lunetta Savino (Stefania) e da Ennio Fantastichini (suo marito Vincenzo) che proprio a causa della scoperta della “diversità” di uno dei suoi figli lo caccerà di casa per poi disconoscerlo. Ma quest’ultima fatica di Özpetek, a due anni da Un giorno perfetto (2008), ripercorre anche le scelte, più o meno obbligate, che una famiglia e la vita possono cucirti addosso. Partendo dalla nonna di Antonio e Tommaso, interpretata da una splendida Ilaria Occhini, che attraversa la pellicola per tutta la sua durata con un segreto che l’affligge da sempre. Una serie di scelte che lo stesso Antonio ha dovuto provare sulla propria pelle, cioè rinunciare ai propri desideri per non far morire quelli della famiglia e quelli del fratello Tommaso, andato a Roma per studiare e tornato con un desiderio invece del tutto suo, cioè quello di diventare scrittore. Una pellicola che come conviene al miglior Özpetek risulta essere corale, ben diretta ma dove però alcune tessere di un mosaico apparentemente perfetto non si riescono a incastrare alla perfezione. La figura di Alba, figlia del nuovo socio della famiglia Cantone, combattuta per un amore impossibile per Tommaso e quella altrettanto trasversale di Antonio (Andrea Occhipinti) troppo poco sfruttata e assente dalla pellicola per lunghi tratti. Una presenza – assenza che alla fine lascia campo aperto alla figura di Scamarcio, e a quella di Tommaso, trasformando un film che avrebbe potuto dire molto di più in un pout pourri dove troppa carne è messa al fuoco e solo pochi brandelli riescono a essere cotti a dovere.

Ciro Andreotti