|
|
KWAIDAN
(Kaidan)
GIAP 1964 di Masaki Kobayashi con Rentaro Mikuni, Michiyo
Aratama, Tatsuya Watanabe, Keiko Kishi, Katsuo Nakamura,
Tetsuro Tamba, Ganemon Nakemura, Osamu Takizawa, Ranko Akagi.
°
Probabilmente il più bell’horror cinematografico di tutti
i tempi, noto internazionalmente come Ghost
stories e inedito in Italia (ma a volte la filmografia
italiana del regista lo comprende col titolo Storie
spaventose), diviso in quattro storie di spettri: 1) The
black hair (in originale Kurokami),
un samurai di Kyoto ridottosi in povertà abbandona
l’adorata moglie per cercare un lavoro più remunerativo
e, alla corte di un nuovo signore, si risposa. Scoperta la
natura egoista della donna, tornerà a casa, ma la prima
moglie non è più quella che sembra; 2) The
woman of the snow (Yuki-onna),
durante una tempesta di neve, un giovane boscaiolo viene
salvato da morte certa da uno spirito dalle fattezze di
donna, ma in cambio non dovrà raccontare a nessuno
l’evento. Sposatosi felicemente, un giorno l’uomo trova
una curiosa rassomiglianza della moglie con quella donna, e
infrange la promessa; 3) Hoichi,
the earless (Miminashi
Houichi no hanashi), un musicista cieco che vive in un
monastero è convinto a cantare, dalla e per la corte
imperiale fantasma di una dinastia estinta, la ballata epica
della loro ultima, grandiosa battaglia. I monaci lo
vorrebbero salvare scrivendo sul suo corpo un mantra sacro,
in modo che così diventi invisibile, ma si dimenticano di
tatuargli le orecchie; 4) In
a cup of tea (Chawan
no naka), uno scrittore non sa come completare la storia
già precedentemente interrotta, ambientata nel 1900, di un
uomo che vede una faccia misteriosa riflessa nella sua tazza
da tè. Dall’opera letteraria di Yakumo Koizumi (alias
Lafcadio Hearn), un “dramma dell’orrore” (espressione
coniata – figuriamoci un po’! – per Fulci) in cui
Kobayashi, senza tanti complimenti, manda all’aria la
sintassi di questo genere popolare e, attingendo
all’universo della fiaba (la voce narrante, gli ambienti
cupi e spettrali, il tono sempre sospeso fra realtà e
sogno, le paure ancestrali, le atmosfere gotiche e
fantastiche) e alla pittura tradizionale giapponese ma anche
all’arte occidentale (la fotografia, spesso cangiante
nella stessa scena, è da brividi e insieme alla ricercata
profondità di campo ricorda anche i dipinti di Paolo
Uccello o di Piero Della Francesca, le scenografie – come
la foresta stilizzata con tanto di cielo occhiuto nel
secondo episodio – sono evidentemente irreali, da studio
eppure bellissime), cerca e trova la suspense nella poesia
dei sentimenti estremi (come l’amore, che fa diventare di
carne una pura essenza, e la morte, ma anche la struggente
malinconia, il dolore eterno connesso alle azioni commesse
in vita, la solitudine) e nel suo stile lirico, miscela
unica di astrazione zen, raggelazione visiva, allucinazione
e rarefazione costruttiva elaborata e resa plastica grazie a
un montaggio superbo e straordinariamente ellittico. Un
rigoroso cinema di impianto classico e di una modernità
indicibile, anche per come mescola suoni e immagini (la
colonna sonora è di Toru Takemitsu) e per come utilizza il
formato CinemaScope per ingrandire a dismisura incubi e
fantasmi interiori: un’esperienza mistica, sorretta da
un’autoconsapevolezza ironica (si veda il tono scherzoso e
beffardo dell’ultimo episodio, in cui un uomo inghiotte
un’anima e allora la finzione travalica la realtà,
l’irreale implode all’interno del reale e si espande al
suo esterno) e da un altissimo senso della tragedia (se il
primo episodio può ricordare le atmosfere alla Poe, il
secondo e il terzo hanno addirittura echi shakespeariani)
che tutto d’un colpo rendono puerili gli horror
psicologici di Roger Corman. Vinse il Premio speciale della
Giuria a Cannes, e fu nominato per l’Oscar come miglior
film straniero: e – vergogna – poi più niente, e anzi
semmai si è guadagnato presto l’oblio.
BN/COL
HORR 164’
* * * * *
Roberto Donati
Vai
a Sol levante e...dintorni!
un viaggio tra le cinematografie dell'estremo oriente
|
|
|