Concludere una saga
come quella di Matrix poteva sembrare impresa assai
ardua. Già l’idea di un sequel appariva bestemmia, offesa
nei confronti di quel piccolo capolavoro che è stato il
primo capitolo. Il primo Matrix era geniale, nel
concetto e nella forma, una rivoluzione tecnico-linguistica,
che fondeva azione e filosofia, in un tripudio di generi
d’avanguardia e non.
Il secondo Reloaded è un film non giudicabile, perché
cerniera, perché metà film, perché ha sulle spalle il
difficile fardello del primo. I fratelli Wachoski,
consapevoli dell’impossibilità di ripetere l’idea
innovativa che stava alla base della pellicola del ’99, si
sono concentrati innanzitutto sugli spettacolari effetti
speciali (da citare almeno il combattimento con i centinaia
agenti Smith e l’inseguimento in autostrada), e poi sulla
storia, accentuandone i risvolti filosofici e la complessità
in generale. I difetti nel secondo film sono molti, così
come nel terzo, ma visti entrambi come un unico lavoro,
inscindibile, il risultato finale non è poi così male.
In Matrix revolutions si assiste ad un’esplosione
di effetti speciali, perfetti, straordinari. Il
combattimento fra Smith/Satana/Male e Neo/Cristo/Bene ha il
sapore di una battaglia apocalittica, che supera le forme,
la forma: le figure buie che ballano/combattono, illuminati
solo da temporanei lampi di luce, trascendono ogni concetto
terreno, abbracciando l’Universale; si compie la sintesi
di forma e contenuto.
Ci sono molti parallelismi metaforici che si rifanno alla
cultura cristiana, a quella orientale e alla mitologia greco
romana. Come ho già detto i difetti sono molti: la storia
è fortemente statica, poco narrativa, ci sono semplicismi
di sceneggiatura assai ingenui, così come un eccesso
smoderato nell’uso degli effetti speciali, che per quanto
siano stupefacenti, a lungo andare stancano.
Eppure (e non me ne voglia l’amico Roberto Donati,
perfetta come sempre la sua recensione) il sapore finale è
quello di una sorta di compendio fra il cinema concettuale e
quello più grettamente hollywoodiano. Matrix revolutions
(ma tutta la saga in generale) è il futuro del cinema, nel
bene e nel male è la meta verso cui esso (e noi con lui) si
sta avviando.
Andrea Fontana
In principio fu un inaspettato successo
mondiale, capace di cambiare le coordinate del cinema di
fantascienza. Con "Reloaded" i geniali fratelli
Wachowski hanno ridisegnato i confini del marketing, creando
un evento mediatico dal forte impatto ma vuoto di sostanza.
Con l'ultimo (a questo punto si spera!) "Revolutions",
si amplificano i difetti della gia' scricchiolante seconda
parte: un lungo e noioso prologo dell'azione e un gran
finale, roboante e tecnicamente ineccepibile, ma poco
coinvolgente. A meno di non essere fan sfegatati della saga,
e' davvero difficile riuscire a muoversi con agilita' tra i
personaggi e le loro motivazioni, e purtroppo la
sceneggiatura non si accontenta di dare indicazioni di
massima sulla elementare contrapposizione tra buoni e
cattivi, ma pretende anche di filosofeggiare. Il risultato
sono lunghi e vuoti dialoghi in grado di tediare anche lo
spettatore meglio predisposto, che all'ennesimo botta e
risposta infarcito di misticismo d'accatto (un concentrato
grossolano di saggezza zen in pillole e riferimenti
biblici), spera in una strage rapida e risolutiva ad opera
delle seppie meccaniche.
Conversazioni tipo "Dove devo andare?" "Tu lo
sai dove!" "Se io non sono io allora chi
sono?" "Io voglio quello che vuole lei"
rimbalzano sibilline per almeno meta' film svuotando di
contenuto (e riempiendo d'aria) i presupposti dell'azione.
Una figura carismatica come l'Oracolo, che doveva il suo
fascino anche alla parsimonia delle sue apparizioni, svaluta
il suo ruolo di guida onnisciente diventando invadente
protagonista. I monosillabi di Neo sono infarciti di un
irritante afflato guru e Keanu Reeves vaga pallido e
stordito cercando di credere (almeno lui) al ruolo di
novello Santone Informatico. La Trinity di Carrie-Anne Moss
e' sempre piu' scipita e secca e la sua storia d'amore con
Neo sempre piu' appiccicata. Per non parlare del Morpheus di
Laurence Fishburne, determinante nel primo episodio, poi via
via ridotto a massiccio figurante ed ora a legnosa comparsa.
Il ritorno di Monica Bellucci regala un generoso decollete'
ed una sola battuta, ma forse e' meglio cosi'. L'unica che
dimostra un minimo di vitalita' e' la Niobe di Jada
Pinkett-Smith. Poche le new-entry, una bambina indiana,
dolce ed enigmatica quanto basta, e "L'uomo del
treno", sul cui spessore e' bello tacere. Se la
narrazione latita, anche l'azione, purtroppo, delude le
aspettative. Yuen Wo Ping e' ormai come l'Oracolo,
onnipresente, e le coreografie dei suoi combattimenti
non sono piu' garanzia di stupore. Ha creato uno stile
antigravitazionale, originale ed elegante, ma la
sovraesposizione (da "La tigre e il dragone" a
"Kill Bill") lo sta affondando. Anche l'occhio,
quindi, si limita a osservare, ma non gode come vorrebbe. Se
"Reloaded" poteva vantare alcune superlative
sequenze, come lo spettacolare inseguimento in autostrada o
la lotta tra Neo e gli agenti Smith clonati, in "Revolutions"
l'assedio alla citta' sotterranea di Zion sperpera miliardi
senza emozionare. Non convince nemmeno l'utilizzo del
digitale nell'infuocata resa della cecita' di Neo o nel
faccione seppiato e scomponibile del Dio delle Macchine.
Tutto avviene nel rispetto delle previsioni, dai salvataggi
in extremis alle vittime sacrificali, e nessuna vera
sorpresa chiude degnamente la forzata trilogia, partita
bene, segnando l'immaginario collettivo, ma ridotta a futile
contenitore di slogan, loghi e glamour. Si affaccia pure lo
spettro di un'ulteriore puntata ma il pubblico, nonostante
il boom dell'esordio, sembra gia' dare segni di stanca
(auscultare, al riguardo, i commenti post proiezione).
Vedremo cosa l'onnipotente Dio Dollaro decidera'!
Luca Baroncini (de www.spietati.it)