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THE
BABY OF MÂCON
– IL BAMBINO DI MÂCON
(The
baby of Mâcon)
GB-OL-FR-GERM 1993 di Peter Greenaway con Julia Ormond,
Ralph Fiennes, Philip Stone, Jonathan Lacey.
°
Una vecchia megera partorisce un figlio splendente: sua
figlia, vergine, ne reclama la maternità perché si gridi
al miracolo, ma la Chiesa non le crede e lei uccide la
creatura divina; per punizione viene violentata a morte.
Fittamente dettagliato e riccamente decorativo come una tela
di Bosch o di Ensor (le affinità con l’Entrata
di Cristo a Bruxelles sono molto evidenti, per
tematica anticlericale – il potere spirituale paragonato,
per egoismo, a quello temporale – e deformazione
grottesca), un film di corrusca bellezza (messinscena
sinuosa tutta lente carrellate laterali e luci preziose di
Sacha Vierny) ma forsennatamente estenuante con cui il più
minuzioso e cerebrale dei registi inglesi (è gallese, ma
vive in Olanda) vuole riflettere sul fatto che la realtà è
più falsa della stessa menzogna, visto che riesce veramente
a ingannare tutti (il film, in pratica, è una
rappresentazione teatrale di un fatto realmente avvenuto a
metà ‘600 nella cittadina francese di Mâcon, con
l’attrice che viene stuprata veramente sulla scena e muore
senza che nessuno spettatore – nonostante venga detto
esplicitamente – se ne accorga e, quindi, perlomeno non
applauda di fronte al macabro misfatto). Esauriti, però,
gli sperimentalismi linguistici del primo periodo, a
Greenaway resta solo la propria predilezione per la
ridondanza verbale e iconica e giusto qualche idea: ispirato
a due foto di Oliviero Toscani per la Benetton (sulla
mercificazione dell’infanzia), un film riservato a pochi
non necessariamente felici. Vistosi errori di continuità,
ma l’esaltato pittore-regista.-artista fissato coi numeri
Greenaway ebbe a dire spocchiosamente: “la continuità è
noiosa”. Musiche, ovviamente, di Michael Nyman.
DRAMM
121’
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Roberto Donati
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