BIRTH
– IO SONO SEAN
REGIA: Jonathan Glazer
CAST: Nicole Kidman, Lauren Bacall
Birth
di Jonathan Glazer a Venezia 2004
Per parlare di quest'opera partiremo dal finale.
Il finale di un film, sappiamo bene, gioca una parte importante, soprattutto
per il genere “soprannaturale”, perché è il momento dei chiarimenti, delle
spiegazioni, delle delucidazioni. E’ nel finale che si vede se un regista
è capace di reggere un gioco che ha creato (come spesso succede con l’arcinoto
M.Night Shyamalan), oppure anche il contrario, se il regista
è totalmente disorientato nel suo stesso puzzle. Quest’ultimo è il caso
di Jonathan Glazer, che sfruttando una tematica interessante
come la reincarnazione, spreca però il tutto con un finale buttato nel
fango. Ciò che manca in Glazer è il coraggio di finire ciò che
ha iniziato, lasciando agli spettatori una conclusione paradossalmente
aperta che non possiamo né dobbiamo accettare in quanto produrrebbe troppe
seghe mentali sicuramente inutili.
La messa in scena non ha bisogno di particolari tecniche per ricreare
una godibile atmosfera da mistero e paranormale, in quanto il plot lavora
di per sé.
Glazer, grazie anche e soprattutto alla solita bravura di Nicole Kidman,
riesce a trarre dal tema “reincarnazione” un distinto approccio all’amore,
perché di questo essenzialmente si tratta: amore. L’affetto di una vedova
in procinto di risposarsi che poco prima del matrimonio si ritrova davanti
un bambino di 9 anni che afferma di essere la reincarnazione di suo marito
Sean, morto tempo prima. E il senso logico cessa completamente di esistere,
la pazzia inizia quasi a correre nelle vene. “E’ veramente Sean? E se
non lo fosse, come fa a sapere tutte quelle cose sulla nostra vita matrimoniale?
E perché nel corpo di un bambino di 9 anni?”. Davanti ad eventi come questo,
la razionalità scompare, la protagonista è pronta ad andare contro tutti
e tutte (il suo nuovo fidanzato, la madre, ecc..) pur di riabbracciare
ed incoronare nuovamente il suo sogno d’amore.
“Sai che cosa facciamo? Scappiamo da qui, lontano da tutti, e fra 11 anni,
quando tu avrai 21 anni, ci risposeremo” – Una frase agghiacciante pronunciata
da una Nicole Kidman totalmente distrutta ma nel contempo stesso speranzosa.
Ma nonostante il bel “complotto” creatosi tra il tema e Glazer, Birth
è un film fin troppo impersonale, che avrebbe necessitato di un regista
più marcato, non solo per regalarci un lavoro d’autore più imprimibile,
ma anche un finale più.. non diciamo coraggioso.. ma almeno deciso. E
il voto non può che essere un 6 tiratissimo.
Pierre Hombrebueno
"A VOLTE RITORNANO"
Nicole Kidman continua a rischiare, alternando ruoli in megaproduzioni
destinate al successo (l'ultima in ordine di tempo lo sciocchino "La
donna perfetta") a progetti meno sicuri, in cui e' la sua adesione
a garantire l'attenzione dei media, la distribuzione e il riscontro del
pubblico. Succede con "Birth", del poco conosciuto Jonathan
Glazer (regista dell'apprezzato "Sexy Beast"), che riesce a
riunire un cast sontuoso (tra gli altri, Lauren Bacall, Danny Houston,
Anne Heche) per raccontare una complessa storia di ossessione. La giovane
Anna, vedova da dieci anni, e' in procinto di risposarsi, quando le bussa
alla porta di casa un bambino che afferma di essere Sean, l'ex marito
defunto. La progressione narrativa, pur nel disequilibrio con cui e' costruito
il racconto (i genitori del ragazzo sono poco piu' che comparse mentre
potrebbero avere un ruolo decisivo), riesce a rendere credibili gli sviluppi
e le reazioni dei personaggi, molto attenta ai risvolti psicologici e
ad evitare fasulle scene ad effetto. Almeno fino a quando non si esagera
(Danny Houston che pieno di rabbia fa pu-pu sul culetto del bambino suscita
una certa ilarita') e i nodi vengono al pettine attraverso una soluzione,
per fortuna a mezze tinte, che suona pero' appiccicata, e comunque non
regge. Sembra infatti un contentino per gli spettatori il tentativo di
razionalizzare una vicenda che ha il suo fascino maggiore proprio nell'assenza
di ragionevolezza. Cosi' come non convince la sequenza finale in riva
al mare, piu' accattivante che esplicativa. Demeriti e ambiguita' a parte,
il film ha un piglio originale ed intimista che non lo fa rientrare in
un genere specifico; spazia dal fantastico al dramma e non disdegna una
tensione da thriller. Fotografia e scenografia riflettono con cura lo
stato d'animo crepuscolare dei personaggi, con interni ovattati e ricoperti
da soffocanti carte da parati ed esterni invernali immersi nel plumbeo.
Il film conferma inoltre le doti interpretative di Nicole Kidman, vera
mattatrice della pellicola, sempre misurata e mai strabordante, capace
di reggere virtuosistici primi piani (il piano sequenza a teatro) e perfetto
specchio dell'interiorita' del difficile personaggio. Inutili le polemiche,
tutte a beneficio della promozione, sulle scandalose (in realta' innocue
e quanto mai caste) scene tra la Kidman e il bambino, il bravo e in ascesa
Cameron Bright. VOTO: 6,5
Luca Baroncini de Gli Spietati
Anna, vedova da 10
anni di Sean, sta per risposarsi con Joseph. Improvvisamente piomba nella
sua vita un bambino (che si chiama Sean), nato poco dopo la morte del
marito, il quale sostiene di essere la reincarnazione del Sean che ha
reso vedova Anna. Inizia per la donna un periodo di forte dubbio e tensione
psicologica che la spinge – anche a causa dei fatti molto personali e
addirittura intimi che il ragazzino dimostra di conoscere – a crede anch’ella
a questo caso di metempsicosi.
La trama del film si regge su uno spunto abbastanza esile e procede anche
in modo tutto sommato prevedibile. Tuttavia, anche grazie alla regia di
Glazer, il film riesce a costruirsi una bella atmosfera, impalpabile ed
intrigante, che permette a Birth
di tenere sempre piuttosto desto l’interesse dei suoi spettatori.
Forse nell’insieme non è molto, ma considerando che i film con un punto
di partenza così essenziale (per quanto insolito), sono indubbiamente
rischiosi e spesso votati ad un fallimento totale, Birth
ne esce abbastanza bene.
La regia di Jonathan Glazer crea grande atmosfera, suggerisce l’attesa
degli eventi, si serve di ben calcolati fuori campo prima di permettere
allo spettatore di vedere l’elemento portante di una scena. Glazer inoltre
ha la non secondaria capcità di capire l’importanza degli attori, tanto
dà dare molto spazio alle loro doti recitative.
Quest’ultimo è di
gran lungo il dato più evidente e piacevole del film. Non c’è infatti
un attore fuori parte, né il giovane esodiente Cameron Bright (il piccolo
Sean), né la sempre splendida e brava Nicole Kidman (Anna), della quale
basterebbe citare l’intensissimo e lungo primo piano nella sala del concerto,
né la grande Lauren Bacall per la quale basta il nome. Non sono comunque
da meno tutti gli altri interpreti, in particolare Danny Huston (Jospeh).
Birth è un film che con difficoltà
incontrerà l’apprezzamento del pubblico. Già a Venezia era andato incontro
a dei fischi, ma è indubbio che una materia estremamente complessa, in
qualunque modo la si indaghi, difficilmente soddisferà tutti. Si tratta
insomma di uno di quei film che va meditato a lungo e solo il tempo ci
dirà se potrà incontrare il favore che per ora non sembra avere (potrebbe
insomma capitare quello che a suo tempo accadde a L’avventura di Antonioni, fischiato al Festival di Venezia, dove però
la giuria lo premio, e oggi considerato dalla maggioranza dei cinefili
un capolavoro).
Per cercare di spingere
il fim, prima dell’uscita s’era detto di un bacio proibito fra Nicole
Kidman e Cameron Bright, ma di fatto, al di là del significato che esso
assume nella trama del film, all’atto pratico non è poi molto diverso
da un castissimo bacio che una madre può dare al proprio figlio. E non
è da meno la scena i bagno, in cui la Kidman e Bright sono entrambi nella
vasca: c’è soprattutto tensione tra i due, non certo attrazione, e soprattutto
c’è da dire che il cinema lasca spesso intravedere ciò che nella realtà
ha tutt’altro aspetto.
Per concludere, Birth (scritto
dal regista con Jean Claude Carrière – già co-sceneggiatore di Buñuel
– e Milo Addica) è un film imperfetto, con una conclusione non del tutto
convincente, ma con una sfoggio di grandi interpreti e visivamente caratterizzato
da preziose atmosfere, elementi più che sufficienti a renderlo un’opera
non liquidabile con un semplice fischio.
Sergio Gatti
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