Burkina Faso

Il piccolo stato del Burkina Faso ha (sempre per l’IMDB) una produzione di 80 film. Al di là di quanto prodotto, il Burkina Faso è anche lo stato che ha esportato, in vario modo, il maggior numero di film verso l’Europa, spesso grazie anche a coproduzioni. C’è però anche da segnalare che questa esportazione non è molto differenziata, poiché dei nove film che seguono, sette sono diretti sempre da Idrissa Ouedraogo (docente di cinema alla Sorbona), senz’altro il più noto regista africano insieme all’egiziano Youssef Chahine.

Il primo film è La scelta (Yaam Dabo, 1987) di Idrissa Ouedraogo, interpretato da attori non professionisti. Di scena è una famiglia dell'etnia Mossi che abbandona il proprio villaggio sperando di trovare un luogo più ospitale dove vivere all'interno del Burkina Faso. Come avviene in Yeelen, il viaggio ha un valore iniziatico in cui è rappresetata la tematica del passaggio dalla morte alla rinascita.
Il regista, con pochi mezzi a disposizione, s’affida ad un stile che sfrutta soprattutto certi valori estetico-espressivi dell’illuminazione e così spacca il film in due: i toni ocra, pochi dialoghi e molto uso del sonoro naturale caratterizzano la prima parte del viaggio, mentre nella seconda c’è più ricchezza sonora e un maggior sfoggio di colori a sottolineare la “ricchezza” del nuovo ambiente.

Yaaba (Yaaba, 1989) di Idrissa Ouedraogo, con Fatimata Sanga, Noufou Ouedraogo, Roukietou Barry, Adama Ouedraogo. Il film è coprodotto da Svizzera e Francia e con l’aiuto del Centro Orientamento Educativo di Milano.
Un bambino, Bila, chiama la vecchia Sana, una donna emarginata perché ritenuta una strega, nonna (Yaaba nella lingua locale). Quand’egli s’ammala gravemente lei è l’unica che riesce a trovare il modo di salvarlo guadagnandosi il rispetto di tutta la comunità. Un altro piccolo e povero gioellino di Ouedraogo in cui le radici culturale africane si sposano perfettamente con una messinscena neorealista.

Tilai (Tilaï, 1990) di Idrissa Ouedraogo, con Siboud Sibide, Rasmane Ouedraogo, Ina Cissé, Roukietou Barry e Assane Ouedraogo. Ancora una volta coprodotto da Svizzera, Francia e Italia.
La storia raccontata in Tilai ha il sapore di una tragedia greca: Saga, di ritorno al suo paese, scopre che la sua fidanzata è ora moglie di suo padre. Anche se legge non può accettarlo, tra i due ragazzi riprende una relazione. Saga viene condannato a morte per mano di suo fratello il quale, tuttavia, lo lascia fuggire insieme alla fidanzata. L’epilogo sarà comunque degno di una tragedia.
Premio speciale della giuria a Cannes, Tilai  è l’ulteriore conferma del talento di Ouedraogo che si destreggia benissimo tra narrazione e psicologia, senza dimenticare uno sguardo descrittivo tutt’altro che cartolinesco.

Nel 1993 Idrissa Ouedraogo gira il suo film più europeo, senza smarrire però le sue origini: Cri du coeur, interpretato da Richard Bohringer, Saïd Diarra e Félicité Wouassi.
Il protagonista è un ragazzino, Moctar, che deve lasciare il suo villaggio per raggiungere, con la mamma, il padre che vive da tempo in Francia. Incapace di ambientarsi, Moctar è perseguitato da un incubo: una iena che gli dà la caccia. Cri du coeur non è il miglior film del regista africano, ma rimane una delicatissima storia raccontata con molto senso poetico, stilisticamente limipida e in cui lo sguardo sull’infanzia è senz’altro molto originale. Un film che non sarebbe dispiaciuto a François Truffaut.

Del 1994 è Samba Traoré (Samba Traoré) sempre di Idrissa Ouedraogo, interpretato da Bakary Sangaré, Samba Mariam Kaba e Saratou Komboutri.
Dopo una rapina, uno dei due rapinatori viene ucciso dalla polizia, mentre l’altro scappa coi soldi verso il suo villaggio. Qui si rifà una vita sposandosi. Quando però è il momento di portare la moglie nell’ospedale della città per farla partorire, l’uomo è indeciso se andare in città rischiando l’arresto o farla partorire al villaggio rischiando la vita della donna e del figlio. Vincitore dell’ Orso d'argento a Berlino, un film di Ouedraogo molto diverso dai precedenti: niente fiaba, niente neorealismo, ma anzi azione appassionata, durezza e una messa in scena degna di un prodotto euro-americano di genere.

Nel 2002 anche Idrissa Ouedraogo prende parte al film a episodi 11 settembre 2001. Il suo episodio, uno dei migliori, è una commedia. Un ragazzino deve lavorare per guadagnare i soldi che gli consentano di curare la madre malata. Un giorno scopre che sulla testa di Osama Bin Laden pende una taglia di 25000 $ e così, convinto che un tizio che si aggira per il suo villaggio sia il terrorista saudita, decide di catturarlo con l’aiuto di alcuni amici. La missione fallisce, ma il ragazzino non ha perso le speranze: forse sequestrando Bush si può ottenere la stessa somma. Il regista africano sceglie l’insolita strada della commedia per confrontarsi con l’11 settembre e non sbaglia. Egli costruisce infatti un racconto divertente che sembra uscito da un libro di Mark Twain, una storia allegramente ingenua che non stride mai con la tragedia, anche perché è di scena l’inconsapevole innocenza di un gruppo di bambini.

L’ultimo film di Idrissa Ouedraogo è La colère des dieux (2003, coprodotto con la Francia), interpretato da Nouss Nabil, Ina Cisse, Rasmane e Omar Ouedraogo.
Siamo nel regno dei Mossi durante il XIX secolo. Tanga, il figlio del re morente, s’impossessa a forza del potere spargendo molto sangue. Tanga medita anche di eliminare Salam, figlio adulterino della regina (anch’ella uccisa), ma il giovane, avvertito in tempo, combatte contro Tanga. A chiudere si scatena la tremenda collera degli dei.
Sebbene anche Yaaba e Tilai guardassero al passato, La colère des dieux rappresenta una diversa e più sontuosa incursione nell’antico. Stilisticamente il film presenta maggiori modernismi nella messa in scena (piani sequenza, una narrazione che si serve dell’ellisse), ed è la definitiva dimostrazione delle grandi capacità di Ouedraogo, un regista africano ed europeo allo stesso tempo.

I film che non sono di Ouedraogo, sono produzioni nazionali miste che nei contenuti e nelle ambientazioni, più che al Burkina Faso, rimandano ad altri due paesi: il Ghana e la Costa d’Avorio.

Il primo è Sankofa (Sankofa, 1993), coprodotto da  Ghana, Germania, USA e Gran Bretagna, diretto da Hailé Gerima e interpretato da Nick Medley, Alexandra Duah e Oyafunmike Ogunlano.
Di scena è la top model americana Mona che durante un viaggio in Ghana si ritrova posseduta dagli spiriti della fortezza di Cape Coast. Rivive così in Shola, una sua antenata schiava in una piantagione negli USA e subisce varie violenze, finchè due uomini (tra cui il marito dela donna) non si ribellano alla schiavitù. Anche la donna sfida il sistema schiavista per cercare di diventare padrona di se stessa e del proprio futuro. Mona, alla fine di questa esperienza di metmpsicosi al contrario, sarà una donna completamente diversa.
Hailé Gerima, a dimostrazone della vivacità del cinema africano, mette in scena un pezzo di storia con uno stratagemma curioso, ma che, nella sua messa in scena, non stride affatto con la drammaticità di un tema come quello della schiavitù.

Il secondo titolo è Adanggaman (Adanggaman, 2000), coprodotto da Costa d’Avorio, Francia, Svizzera, diretto da Roger Gnoan M'Bala e interpretato da Ziable Honoré Goore Bi, Albertine N'Guessan e Rasmane Ouedraogo.
Nell’Africa del XVII secolo, in un villaggio l'anziano capo vuole che suo figlio Ossei si sposi con la figlia d’una famiglia ricca. Ossei ama un’altra ragazza e piuttosto che cedere al padre preferisce andarsene. Questo è il punto di partenza, a cui s’aggiungono lo scaternarsi distruttivo del terribile tiranno Adanggaman, l’azione di cacciatrici di uomini, la riduzione in schiavitù di bambini e donne.
Il film, presentato al Festival di Venezia, ha al suo centro la storia della cattura e vendita di esseri umani come fossero oggetti senz’anima. Il tema è messo in scena con grande ambizione, forse anche con momenti di ingenuità, comunque non nocivi all’insieme di un film in cui c’è aria di storia e mitologia adeguatamente legate tra loro.

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