Egitto

Il cinema dell’Egitto è essenzialmente legato ad un solo nome, quello di Youssef Chahine. Il regista è attivo sin dagli anni ’60, ma di fatto da noi è conosciuto soprattutto per gli ultimi film. Il primo lungometraggio ad ottenere una distribuzione degna di questo nome in Italia (probabilmente anche grazie alla Palma d’Oro alla carriera avuta dal regista a Cannes ‘97) è Il destino (Al Massir, 1997), coprodotto con la Francia e interpretato da Safia El Emary e Mahmoud Hemeida.
Si tratta di una produzione abbastanza imponente dedicata alla figura di Averroè. A Cordova, nel 12° secolo, il Califfo Al Mansour accoglie le richieste di alcuni fondamentalisti religiosi e ordina il rogo per tutte le opere di Averroè. Il filosofo, con l’aiuto dei discepoli e dei suoi familiari, ricopia i manoscritti con l’intento di portarli fuori dai confini dall'Andalusia.  
Il film ha una doppia valenza, poiché da un lato è un perfetto esempio dello stile musicale del regista e, dall’altro, è un documento importante, spece di questi tempi, in relazione al giudizio che si dà dei fondamentalismi religiosi. Il destino mischia musica e danza, ambientazioni che sembrano prese da un western e atmosfere di una storia che pare tratta da un romazo d’appendie, ma non dimentica di essere anche un grande atto contro tutte le forme del fondamentalismo religioso.

La ricostruzione di eventi storici, il ritratto di illustri figure del passato e la tematica della tolleranza sono presenti nel cinema del regista egiziano anche in film da noi meno noti e che hanno avuto passaggi più distratti de Il destino. È il caso di Saladino (El-Naser Salah Ed-Dine, 1963), interpretato da Ahmed Mazhar e Nadia Lofti. Con questo film Youssef Chahine si sofferma sulla figura del sultano Saladino che dopo la vittoria nella seconda e terza crociata contro le orde dei crociati cristiani, instaura un regno di grande tollerenza. Sempre spettacolare nella sua messa in scena, il regista non manca di aggiungere tocchi di inverosimiglianza nella messinscena (sono arabi gli attori che interpretano i cristiani…), ma ciò non toglie che il tema della tolleranza descritto dal film rimanga pur sempre importante.

Queste tematiche – fermezza contro i fondamentalismi e invito alla tolleranza – arrivano alla prova del nove con la partecipazione di Youssef Chahine al film 11 settembre 2001, in cui il regista mette addirittura in scena se stesso (facendosi però interpretare da un attore). Interrotte, poco prima dell’11 settembre, le riprese di un film a New York (proprio sotto le Twin Towers), Chahine torna in Egitto. Il 12 è prevista una sua conferenza, ma decide di non occuparsene perché fortemente scosso dagli avvenimenti del giorno precedente. Inizia così una riflessione personale in cui discorre col fantasma di un marine USA morto a Beirut. La posizione di Chahine è di quelle ferme e dure (per lui Bin Laden è una creatura degli USA), ma il suo discorso non è così antiamericano come si potrebbe superficialmente pensare. Il segmento di Chahine è uno degli episodi più bizzarri, saldamente ancorato al suo stile musicale e fantasioso, anche se in questo caso tutto l’apparato risulta a tratti un po’ confuso e anche fuori luogo, proprio perché messo in relazione con fatti estremamente gravi. Questa volta insomma, Chahine fa un film non del tutto risolto né stilisticamente, né limpissimo dal punto di vista ideologico (tant’è che alla prima proiezione al Festival di Venezia 2002 è stato parzialmente fischiato), anche se certamente non passa inosservato.

Tra quest’ultimo e Il destino, esce in Italia anche un altro film in coproduzione con la Francia, Silenzio… si gira (Skoot hansawwar/Silence... on tourne, 2001), interpretato da Magda Al Khattib, Rubi, Ahmed Wafik, Ahmed Bedeir e Latifa. La celebre cantante e attrice Malak, da poco divorziata e desiderosa d’essere amata per ciò che è e non per quello che possiede dal punto di vista economico, cede all’innegabile fascino di un corteggiatore arrivista. Se ne innamora a tal punto da farlo diventare, oltre che suo amante ufficiale, anche il centro dei suoi interessi professionali, poiché gli offre la possibilità di essere, accanto a lei, anche attore e cantante. Il regista e lo sceneggiatore dell’ultimo film di Malak, convinti del doppio gioco del giovane, architettano un piano per svelare le sue vere intenzioni.
Il film è un vero caleidoscopio, non solo per le scene musicali, ma anche per i molti riusciti momenti da slapstick comedy del muto, e per certe trovate davvero eccezionali e divertenti, come quella in cui lo sceneggiatore, colto da una idea che ritiene formidabile per smascherare l’arrivista, per l’eccitazione del momento comincia ad avere scatti e movenze degne di un vero e proprio cartone animato (gli si strabuzzano gli occhi fino quasi ad uscirgli dalle orbite e il corpo rotea velocemente trasformandosi in un piccolo tornado).

Tuttavia, prima di concludere con l’Egitto è bene ricordare anche un titolo che non è di Chahine.
Nel 1969 il regista Shadi Abdessalam dirige La mummia (Al mumiya), interpretato da Ahmed Higazi, Ahmed Mirai e Nadia Lotfi. In La mummia si narra di un egittologo dell’ottocento che scopre alcune depredazioni di alcune tombe presso Tebe. Responsabili di questi furti sono i membri di una tribù, tuttavia la situazione è destinata a cambiare grazie al coraggio dei figli del capotribù; dopo la sua morte, essi si rifiutano di continuare l’attività criminale.
Questo film, a volte trasmesso di notte da “Fuori orario”, per la tematica avventurosa si adatta facilmente ad una visione da parte di un pubblico non-egiziano e comunque, al di là di questo, si può considerare un notevole capolavoro.

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