La prima inquadratura di Eyes Wide Shut: Alice Hartford (Nicole Kidman), con grazia sensuale, lascia cadere sul pavimento il suo abito nero svelando così la sua perfetta nudità. Questa scena rapidissima riassume in sé il film, per lungo tempo nascosto, immaginato, temuto e ipotizzato: ora (in Italia dall’1 ottobre ’99) quest’opera postuma svela la sua altrettanto magnifica nudità: non un film erotico (come ormai molti credevano), bensì un film fortemente morale, una Divina Commedia di fine millenio dove un medico, Bill Hartford (Tom Cruise), attraversa in una notte il suo Inferno-Purgatorio fatto di una sessualità vista sempre in maniera deviata (l’amico Victor Zieger che nel bel mezzo di una festa frequentata da gente-bene, e proprio da lui organizzata, si abbandona ad un rapporto sessuale con una prostituta "strafatta" che rischia anche di morire; l’orgia nella villa misteriosa che coinvolge Zieger e diversi altri individui dell’alta società; un padre che finge disprezzo e scandalo per l’eccessiva libertà sessuale della figlia, ma che poi le consente di prostituirsi in casa se ben pagata), sconveniente (l’occasione extraconiugale che si offre alla coppia durante la festa e da essa abilmente – per la moglie – o fortunosamente – per il marito– rifiutata; le due prostitute a cui Bill sta quasi per cedere; il desiderio represso di Alice di trascorrere una notte con un ufficiale della marina e l’incubo erotico della stessa), ossessiva (quando Bill immagina il rapporto sessuale tra la moglie e l’ufficale della marina sebbene sa che ciò non è mai avvenuto), malata (la prostituta con cui Bill ha quasi avuto un rapporto che scopre di essere sieropositiva; la prostituta "strafatta" della festa che alla fine rivediamo morta all’obitorio). Solo il ritorno, dopo la confessione della sua odissea notturna, consente a Bill ed Alice di ritrovarsi e di progettare la celebrazione di un rapporto sessuale catartico che serva a ritrovarsi e a ritrovare il Paradiso della normalità.

Dunque un film intimamente morale, nel quale Kubrick non guarda con atteggiamento accusatore verso il mondo inteso come macrocosmo (così avveniva nel militarismo pazzo di Orizzonti di Gloria e Full Metal Jacket, nella follia nucleare del Dottor Stranamore, nella schiavitù di Spartacus e nelle istituzioni ipocrite di Arancia Meccanica), ma come microcosmo (cosa che già avveniva nell’istituzione famigliare di Shining e negli amanti "impropri" di Lolita), puntando questa volta l’attenzione sulle deviazioni sessuali che possono – sembrano dirci Kubrick e Schnitzler (autore di Doppio Sogno, romanzo da cui il film è tratto) – minare qualsiasi serenità. Un film che può stupire se a realizzarlo è un regista come Stanley Kubrick, il cui generale e fondato pessimismo (addirittura arriva a inscenare la fine del mondo nel Dottor Stranamore) raramente è abbandonato, come accade in questo film e in 2001: Odissea nell Spazio dove descrive l’evoluzione da Uomo a Super Uomo e nel Bacio dell’Assassino con la fine del gangster e l’abbraccio fra i due amanti. Eyes Wide Shut è dunque una delle poche meravigliose concessioni all’ottimismo, qui sanzionato dalla sessualità finalmente lecita (così come gli Occhi sono sia Aperti che Chiusi, così il sesso può avere un esito positivo o negativo) e rigeneratrice verbalmente decretata dall’ultima laconica battuta del film, quel «Scopare» detto da Alice a Bill, da una moglie ritrovata ad un marito ritrovato dopo terribili prove.

Eyes Wide Shut: occhi aperti sul sogno e chiusi sulla realtà, poiché il film è anche un saggio sull’essere e sul sembrare, sul rapporto realtà-sogno che qui trova il suo terreno ideale nel confondersi degli antichi desideri di Alice con l’orgiastico incubo che sconvolge la stessa donna, e nelle drammatiche fantasie fatte da Bill sulla base del desiderio represso della moglie con la vera orgia alla quale egli assiste: uno spettacolo così assurdo nella sua ritualità da sembrare il parto di un incubo. Oppure, più semplicemente, attraverso le contrastanti (come il wide-shut del titolo) realtà che incredibilmente riescono a convivere pur essendo fondamentalmente antitetiche: il sesso e la morte (la prostituta svenuta all’inizio e morta alla fine), la bellezza desiderabile e la malattia (la prostituta sieropositiva), la vita pubblica e la morbosa segretezza di quella privata (i partecipanti all’orgia sono tutte persone "importanti" la cui identità, proprio per questo motivo, non può essere svelata), i moralismi che poi si rivelano fasulli (il grottesco episodio del padre che prima si scandalizza della sessualità clandestina della figlia e poi non esita ad accettarne il desiderio di prostituirsi dietro compenso). Curiosamente di questi strani rapporti è vissuto anche il film come oggetto nelle mani del marketing, tra innumerevoli menzogne che puntavano soprattutto su una presunta morbosità, addirittura pornografica, e alcune verità mirabilmente celate fra le falsità.

A vanto del film ricordiamo inoltre il non secondario aspetto visivo, come sempre nel cinema di Kubrick. Solo qualche esempio: la lite fra Bill ed Alice dopo la festa li vede inquadrati sempre separatamente, l’uno di fronte all’altro, talvolta in un alternarsi di soggettive, per sottolineare il loro contrasto. Nella stessa scena, quando lei racconta con grande trasporto quanto avrebbe desiderato fare l’amore con «quell’ufficiale della marina», lo fa sedendo sul pavimento accanto ad una finestra le cui tende, a destra e a sinistra, danno l’illusione di trovarci di fronte ad un palcoscenico teatrale su cui siede Alice e ai lati del quale scorgiamo il sipario che segna il confine tra la scena e le quinte, tra finzione e realtà. Alice racconta una finta realtà, poiché quanto descritto quasi come fosse esperienza vissuta è invece solo l’esorcismo di un vecchio desiderio mai concretizzatosi. Il marito ne è consapevole, ma nell’accezione di questa specie di messa in scena teatrale, si lascia coinvolgere come se egli facesse parte di un ipotetico pubblico, e infatti, nello scorrere degli eventi, vi ripensa più volte come uno spettatore ripensa ad uno spettacolo che l’ha particolarmente coinvolto emozionalmente. Un altro punto d’interesse si ha durante la scena dell’orgia: poco prima che Bill venga scoperto come intruso, sentiamo le note di Stranger in the night a sottolineare la sua estraneità a questa particolarissima festa. Ricordiamo poi la scena finale ambientata in un negozio di giocattoli dove i coniugi Hartford hanno accompagnato la loro figlia di sette anni per scegliersi il regalo di Natale: la bambina mostra di gradire una carrozzina il cui stile rimanda approssimativamente agli anni ’20 o comunque ai primi decenni del secolo, questo forse a sottolineare raffinatamente l’universalità della storia narrata, ambientata nella contemporaneità, ma tratta da un romanzo pubblicato appunto negli anni ’20, o forse a stabilire un ritorno verso quella purezza che sembrava smarrita e che non solo l’"antica carrozzina", ma tutto l’ambiente (un negozio di giocattoli, quindi per l’infanzia che rappresenta l’innocenza per antonomasia) sta perfettamente ad evidenziare. È interessante infine notare certi aspetti di circolarità: Bill incontra nella primissima perte del film la prostituta priva di sensi (anticipazione della morte), nuovamente la incontra circa a metà film col viso celato da una maschera (che cancella l’identità e simboleggia la morte) e infine nella parte conclusiva quand’è già un cadavere. È in un locale che Bill ottiene l’informazione che gli permette di iniziare la sua odissea ed è sempre in un locale che viene a conoscenza della notizia che gli permette di trovare uno spiraglio che gli consenta di risalire incolume verso la normalità. Ancora, è un pianista che disgraziatamente lo fa accedere all’orgia nella villa ed è l’ossessiva musica di un pianoforte che accompagna tutte le scene relative a quella casa.

Concludendo, non a torto s’è parlato a lungo di questo film misterioso mutandolo subito in leggenda (anche se talvolta impropria). È, a mio avviso, indiscutibile la capacità che ha questa curiosa trama di intrigare, ed è come sempre prezioso il suo aspetto formale, sebbene non sia facile stabilire quanto possa effettivamente dirsi conclusa quest’opera postuma. Conoscendo la fama di Kubrick e coscienti dei quattro mesi che separano la morte del regista (7 marzo ‘99) dall’uscita americana del film (16 luglio ’99), è probabile che egli avrebbe apportato qualche altra modifica in sede di montaggio o servendosi dell’effettistica speciale, ma è tuttavia difficile stabilire in quali punti del lungometraggio ciò sarebbe potuto avvenire. Si potrebbero fare delle ipotesi, ma sarebbe tempo sprecato, soprattutto se impostate su un film comunque splendido, che vanta tra l’altro un curioso primato, quello di essere probabilmente il primo ipertesto della storia del cinema e dunque un oggetto artistico-narrativo che seppure non completamente immerso nella perfezione tipica dei film di questo regista, di fatto contiene tutti quegli elementi che fanno di un film, un film di Stanley Kubrick.

Sergio Gatti