Senegal

I dati dell’IMDB riportano 97 titoli per il Senegal, tuttavia c’è un solo nome abbastanza noto al di fuori del continenete africano, quello di Ousmane Sembene a cui s’è già parlato. Purtroppo, nonostante la sua fama, solo un film ha avuto una distribuzione regolare anche in Italia. Si tratta di Campo Thiaroye (Camp de Thiaroye, 1987) co-diretto da Thierno Faty Sow, interpretato da Ibrahima Sane e Sijiri Bakaba, coprodotto da Tunisia e Algeria, ma, di fatto, in tutto e per tutto senegalese.
Il film ha per argomento un episodio tremendo del colonialismo avvenuto nel 1944. Ad alcuni militari africani che hanno combattuto in Europa come truppe dell’esercito francese dovrebbe essere assegnata una indennità di smobilitazione, ma gli ufficiali non sembrano aver fretta di dare ciò che spetta loro. L’attesa crea sempre più aspri momenti di tensione e alla fine in una notte le truppe africane vengono massacrate dai francesi.
Ousmane Sembene mette in scena in modo efficace uno dei tanti oscuri episodi della storia del colonialismo, episodi di cui in genere non si parla troppo diffusamente. Il regista, con questa storia, parla in modo molto lucido e diretto di razzismo e intolleranza senza alcun orpello, senza alcuna esigenza di enfasi lungo tutti i 150’ di durata del lungometraggio. Lo stile del regista non ha più i caratteri semi-documentaristici di alcuni dei suoi film degli anni ‘60, ma ciò non toglie che la messinscena sia estremamente ferma ed efficace. Le indubbie qualità sono state premiate col premio speciale della giuria al Festival di Venezia del 1988.

Un altro regista senegalese, scomparso da non molti anni, che è bene segnalare è Djibril Diop Mambety, un autore culturalmente influenzato dal cinema europeo (compreso quello italiano, avendo conosciuto Pasolini). In tv  si posso di tanto in tano vedere due mediometraggi degli anni ’90: Le Franc (Le Franc, 1993) e La bambina che vendeva il sole (La petite vendeuse du soleil, 1998), entrambi coprodotti con la Francia.
Il primo è la storia di un uomo che vive di elemosina suonando per le strade. Un giorno vince un’ingente somma di denaro alla lotteria, ma ha attaccato così bene il biglietto vincente ad una porta di casa che non riesce più a staccarlo. Non intendendo rinunciare alla fortune capitatagli, stacca la porta e s’incammina attraverso una Dakar sporca e polverosa per raggiungere il mare dove spera, con l’acqua salata, di staccare il biglietto.

Il film è, ad un primo livello, una buffa e stralunata commediola, ma ad una visone un poco più profonda non può lasciare indifferente la rappresentazione della desolata e desolante povertà di una grande città come Dakar.
Il secondo è un film sulla tenacia delle persone afflitte da problemi. Sili è una dodicenne che, come altri ragazzini, vende giornali ai passanti. Lei però, rispetto agli altri, ha un problema in più, poiché si muove con delle stampelle. E i problemi si acuiscono quando un altro gruppo di ragazzi prende di prepotenza il posto di Sili e dei suoi compagni. Sili viene anche spintonata, fatta cadere e presa in giro. L’umiliazione però non la piega minimamente e così la ragazzina decide solennemente che solamente lei potrà vendere giornali e riviste in quella zona.
Questo film non ha più i toni da commedia dell’altro, ma rimane inalterata una certa vena poetica con, in più, una vicinanza al mondo e al punto di vista dei bambini così vera e per nulla edulcorata, da avvicinare il film a certi stilemi neorealisti ispirati probabilmente dai contatti del regista con certo cinema europeo.

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