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The village
The village è un film giocato su un
equivoco. Il trailer chiassoso e ipercromatico farebbe pensare ad una sorta di
horror allineato agli stilemi usa in voga. Cast di semisconosciuti, stile
vorticoso e approssimativo delle inquadrature. E invece qui siamo di fronte a
una pellicola avvolta nella pienezza iconografica del film in costume, nella
quale riconosciamo volti noti deformati dal contesto e dal ruolo insolito, e nel
quale la componente orrorifica rimane sospesa e si dirama sulla totalità delle
scene, per rivelarsi sotto una luce totalmente diversa già a metà del film.
Siamo in un villaggio simbolicamente ingrigito, nel quale il rosso acceso è
bandito come segno tradizionale di disastri e sventure, e come potente evocatore
delle “creature” del bosco circostante. In realtà la comunità si
basa su un segreto conosciuto solo dagli anziani: l’universo anticato e
conchiuso del luogo è totalmente fittizio, trattandosi di un ritaglio di mondo
precluso, deciso e ideato dall’amarezza di uomini adulti feriti dal vortice
cittadino e dalla modernità. E l’equilibrio è destinato ovviamente a
incrinarsi, non appena la radice emotiva che permea il mondo dei
“giovani” si materializza nel volto scarno e spiritato di Adrien Brody-Noah,
che accoltella l’amico Lucius spinto dalla gelosia per il suo amore per la
cieca Ivy. Forse appare eccessivamente marcata personificazione di emozioni e
vissuti: Noah incarna la follia, la ribellione insensata e ferina che squarcia
l’irrealtà velata del villaggio e le sue leggi ipocrite dimostrando
l’impossibilità di fuga dal male e l’illusorietà di un luogo immutabile,
così come Ivy è lo sguardo “altro”, l’occhio sensibile capace di
sfidare le paure precostituite e di avventurarsi nel bosco fino al mondo
esterno, violando le leggi della decennale messa in scena di un microcosmo
posticcio, recintato e muto. (5\11\2004)
Chiara F
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