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The village
Siamo nell’America rurale del 1879. Un villaggio è del
tutto isolato al centro di una foresta nella quale vivono strane e pericolose
creature. La paura impedisce agli abitanti di andarsene, ma un fatto imprevisto
e un coraggio dettato dall’amore, spinge la non vedente Ivy Walker ad
attraversare la foresta per giungere alla più vicina città e qui ottenere
delle medicine per salvare la vita al suo promesso sposo, mortalmente ferito.
Manoj Night Shyamalan è attratto dalle apparenze e dai meccanismi narrativi che
si ribaltano a pochi minuti dalla fine grazie ad un colpo di scena. L’abbiamo
visto in The sixth sense e Unbreakable,
e quest’ultimo film non fa eccezione. Tuttavia c’è un fattore di maggior
importanza. La tematiche che danno sostanza alla storia sono la paura, che
impedisce a chiunque di allontanarsi dal villaggio, e la menzogna che, è
evidente sin dall’inizio, serpeggia tra gli abitanti del villaggio sottoforma
di bauletti neri che celano qualcosa che non si deve svelare. Sono questi due
dettagli, insieme al bel finale, a dare rilievo ad un film mascherato da horror,
ma che in realtà è ben altro.
Il regista (anche sceneggiatore) costruisce una storia che procede lentamente,
seguendo i ritmi del villaggio, ma questa particolare andamento non è segno né
di noia, né di mancanza di fantasia. Quseta scelta è semmai un’esigenza
narrativa forte, che permette a tutti gli elementi drammatici di serpeggiare
lungo i 105 minuti del film, suggerendo una certa idea d’inquietudine e a dare
il giusto e significativo risalto ad un finale davvero imprevedibile. Il finale
per altro, non è solo un mero colpo di scena, un piccolo meccanismo narrativo
che non aggiunge nulla, ma anzi, unitamente alle tematiche del film,
contribuisce a dare sostanza a quell’interpretazione politica che molti hanno
voluto leggere in questo film e che lo stesso regista non ha mai rifiutato.
L’america di The village, vista da
un regista d’origini indiane, è un’America che cerca come può di leccarsi
delle ferite, richiudendosi, un po’ assurdamente, su se stessa.
Da un punto du vista stilistico, Shymalan conserva la sua tendenza ad una messa
in scena fondamentalmente classica ed estremamente corretta, senza mai alcuna
sbavatura, conferendole anche un sostrato estetico-espressivo che emerge a
tratti in alcun dei momenti significativi (le inquadrature e il montaggio di
certi dialoghi sottolineano legami e separazioni tra i personaggi;
l’opposizione tra anziani e giovani è fisicamente caratterizzata
dall’integrità apparente dei primi, e da certe mancanze fisico-mentali dei
secondi che in realtà, si scopre, hanno un valore opposto).
Bravi i giovani interpreti: il taciturno Joaquin Phoienix, il folle Adrien Brody,
ma soprattutto la non vedente Ivy interpretata dalla sorprendente Bryce Dallas
Howard, al suo esordio.
The village
è il film più complesso e adulto di Manoj Night Shyamalan.
Sergio Gatti
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