Un quadro generale
L’Africa,
sotto quasi ogni punto di vista, è sempre stato considerato un continente di
serie B. Se si pensa che, ad eccezione della valle del Nilo e della costa del
Mediterraneo, fino alla fine del ‘700 non si sapeva praticamente nulla di
quanto c’era nella restante ampia parte del continenete, non è poi così
strano che oggi, la cultura cinematografica, non presti molta attenzione alla
sua produzione africana. È pur vero che anagraficamente si tratta di una
cinematografia giovanissima e che numericamente non è certo ampia quanto quella
americana o europea o asiatica (con la quale comunque condivide un generale
disinteresse, eccezion fatta per l’estremo oriente e l’Iran), ma ciò non
toglie che il cinema africano non abbia mancato di rivelare, attraverso i pochi
film giunti sui nostri schermi, svariati suoi propri DNA.
In un ottica generale, il cinema africano inizia la propria produzione tra gli
anni ’60 e i ’70, più o meno in concomitanza con la fine delle
colonizzazioni europee. Nel 1966 a Cartagine, in Tunisia, si istituisce un
festival biennale e anche nel Burkina Faso nasce una simile manifestazione, il
FESPACO. Nel decennio successivo si costituisce la FEPACI (Fédération
Pan-Africaine des Cinéastes) che ha l’obiettivo di informare e aiutare i
governi per sostenere la produzione cinematografica.
L’Egitto è il paese più ricco produttivamente (l’Internet Movie Data Base
– IMDB – tra film e film tv, cita 1627 titoli) e con meno problemi di altre
nazioni. Forse anche per questo quella egiziana è una produzione che più
facilmente si amalgama coi gusti occidentali (soprattutto grazie al regista
Youssef Chahine). Inoltre oggi, quando ci si riferisce al cinema africano, si
pensa quasi solo ed esclusivamente all’Africa nera. Molto dei registi
dell’Africa nera studiano cinema all’estero (per esempio Ousmane Sembene,
noto anche come romanziere, il cui apprendistato avviene a Mosca) e molti dei
loro primi cortometraggi sono girati in paesi d’esilio come la Francia.
La fine del colonialismo riporta questi regista in Africa e, spesso, i temi dei
loro film sono legati proprio al recente passato. Proprio Sembene gira Emitai
(“Il dio del tuono”, 1972) che narra lo scontro tra soldati francesi e una
tribù durante la seconda guerra mondiale; analogamente Sarah Maldoror,
originaria della Guadalupa, sempre nel 1972 gira Sambizanga,
in cui si racconto dell’arresto di un leader rivoluzionario e di quanto fa sua
moglie per tentare di restituirlo alla libertà.
Accanto a questi temi si sviluppa però anche una ricerca
delle proprie origini culturali – come in Ceddo
(“Intruso”, 1977) di Sembene, in cui viene messo in scena uno scontro
tra Islam, cristianesimo e cultura tribale – e una certa ricerca
avanguardista, come accade in alcuni film di Djibril Diop Mambéty e di Med
Hondo.
Intanto, da un punto di vista istituzionale, nel 1980 le Nazioni Unite danno man
forte alla creazione del CIDC (Consortium Interafricain de Distribution Cinématographique),
cioè un sistema distributivo in grado di coprire tutto il continente, che però
interrompe la sua attività nel 1984. Inoltre nel 1981 s’aggiunge un altro
festival, quello di Mogadisco in Somalia.
Tornando ai film, un maggior sviluppo avviene nell’area del
Maghreb, particolarmente in Marocco e in Algeria. In Marocco viene anche
realizzato un film sull’apartheid sudafricano interpretato dalla cantante
Miriam Makeba. In Algeria si producono film sulla lotta rivoluzionaria o
comunque film di critica sociale e, successivamente, gradiosi drammi storici.
Uno di questi, Chronique des annés braise
(“Cronaca degli anni della brace”, 1975) è il primo film africano a vincere
la Palma d’Oro. Al di là di questi successi resta comunque il fatto che il
film algerino più noto nel mondo è, in realtà, soprattutto italiano: La
battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo.
Il cinema dell’Africa nera, anche negli anni
’80 non migliora le sue sorti produttive-distributive, forse anche perché non
si dà molto spazio a film destinati ad un pubblico di massa, preferendo opere
di altro tipo che, a volte, vengono accolte in festival internazionali.
Questo articolo non ha comunque la pretesa di illustrare la storia della
cinematografia di un intero continente, ma di offrire soprattutto un itinerario
attraverso quanto è possibile vedere in Italia seguendo i canali ufficiali, cioè
una distribuzione più o meno regolare e qualche passaggio televisivo. Non si
prendono quindi in considerazione i film che non hanno avuto visibilità, al di
là di quella ottenuta grazie alla meritoria iniziativa, da qualche anno a
questa parte, del milanese Festival del Cinema Africano.
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