Un regista dallo sguardo dark come Alex Proyas ("Il corvo", "Dark City") rilegge le pagine di uno dei pilastri della fantascienza come Isaac Asimov. La megaproduzione che ne deriva, pero', delude su tutti i fronti. Da un blockbuster americano non ci si aspettano riflessioni particolarmente profonde ma soprattutto azione, eppure neanche come puro intrattenimento il lungometraggio riesce a funzionare. E' subito evidente, infatti, la falsita' dell'universo futuristico in cui si muovono i personaggi, con una computer grafica invadente che da' sempre l'idea di attori spaesati alle prese con un blue-screen solo successivamente impressionato. Molto piu' efficace la resa espressiva dei robot, forse la parte migliore del film, anche se il loro conflitto e' ridotto a un semplicistico "essere o non essere" dalle conseguenze tutt'altro che coinvolgenti. La sceneggiatura si ispira, con piu' di una licenza, alle regole robotiche di Asimov, e complica inutilmente la narrazione imponendo svolte thriller che dovrebbero sorprendere e invece annoiano; in contemporanea i botti e le esplosioni si succedono a intervalli regolari, e sembrano derivare piu' da esigenze di timbrare il cartellino dell'"action-movie" che di copione. Per tacere del decor del film, con scenografie spettacolari ma poco suggestive e costumi imbarazzanti nel completo asservimento alle mode del momento, tra l'altro gia' ampiamente superate (diciamolo, "Matrix" ha imposto un look, ma non si sentiva certo il bisogno di ulteriori strascichi in pelle). La regia di Proyas sfoggia punti di vista acrobatici, traiettorie virtuosistiche, inseguimenti dalle pretese mozzafiato, senza tuttavia offrire un punto di vista personale ma limitandosi a utilizzare tecniche consolidate che spaziano dal videoclip al videogioco. Tra l'altro i numerosi scontri si risolvono sempre in modo prevedibile, a suon di caricatori svuotati (sempre dalla parte giusta, ovviamente), con una tensione solo annunciata dalle note della colonna sonora e poi in tutta fretta accantonata. Del resto, i dialoghi gridano vendetta, con botta e risposta da sit-com, e la sceneggiatura non riesce a evitare traumi da rimuovere, eroi solitari e invulnerabili e robot cattivi che possono essere eliminati solo tramite iniezioni traslucide (nello specifico "nanodroidi", sic!). Ma il colpo di grazia definitivo viene dagli attori, che piu' che recitare sono testimonial, della propria immagine e di una infinita' di loghi in cerca di visibilita' mondiale (l'inizio sembra proprio uno spot di scarpe da ginnastica). Will Smith e' di un'arroganza che, chissa' perche', dovrebbe suscitare simpatia e sbruffoneggia per tutto il film, attento piu' che altro a mettere in evidenza i muscoli, a sparare a destra e a manca, a camminare come un rapper in vacanza e a mantenere ben inclinata la cuffietta nera sulla testa; Bridget Moynahan e' la versione robotica di Geena Davis e pare sempre sul punto di umettarsi il viso per disinfettare le impurita' della pelle. Che dire ancora. Forse basta cosi'! Ah, un'ultima cosa! Siamo nel 2035 ma si gira ancora in moto senza casco! Quando si dice il futuro! Bah!
Luca Baroncini (
da www.spietati.it)

Cosa succederebbe se anche le macchine potessero sognare? Crollerebbe il muro che le separa dall’essere umano, ancora arroccato in difesa della propria irrazionalità, della capacità di creare nuove angolazioni da cui guardare. Non è un caso che ciò che distingue Sonny, il protagonista di “Io, robot”, dai suoi simili NS5 che invadono la Chicago del 2035, sia proprio la possibilità di sognare. Grazie ai sogni Sonny scopre la libertà e il libero arbitrio, e aiuta il supereroe di turno a salvare il mondo dalla rivoluzione delle creature di bulloni e microchip. E’ lo stesso tema di Frankenstein e “Blade Runner”, la creatura che si ribella al proprio creatore, ma il film non ha la forza e il coraggio di osare uno sguardo nuovo, e si rifugia nella banalità più rassicurante. E così anche la dimensione onirica diventa un semplice, seppur decisivo, elemento della trama. La visionarietà del regista Alex Proyas, che sullo stesso argomento aveva realizzato un film fantastico come “Dark City”, naufraga nella meccanicità di una storia che viaggia col pilota automatico, senza mai riuscire a decollare davvero. Per quale ragione la pellicola è farcita con i soliti falsi inseguimenti e sparatorie? Come mai i personaggi umani sono così vuoti e privi di spessore, mentre il più umano sembra il robotico Sonny? Sembra che il cinema non sia più capace di sognare, di creare nuove relazioni nel mondo del “già visto”. Come l’espressività del corpo umano sparisce, inghiottita dal metallo, così anche la regia viene travolta dalla spettacolare onda degli effetti digitali. L’occhio della macchina da presa non sa più creare: è uno sguardo assente. D’altra parte non lo dice anche un personaggio nel film? “E’ molto meglio una faccia senza sguardo”.Voto finale: 5
Stefano Borgo