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Uscita da quattro anni di coma, la Sposa vuole vendicarsi di
chi, il giorno del suo matrimonio l’ha massacrata e ha
ucciso l’infante che teneva in grembo, ovvero la squadra
di gangster al femminile capitanata dal misterioso Bill di
cui anche lei faceva parte. Come recitano i titoli, “il
quarto film di Quentin Tarantino” (ma sarebbe meglio dire
la sua prima metà) è un capolavoro, nudo e crudo, senza
mezze riserve: nato come pastiche-omaggio ai generi popolari
più disparati da lui amati (dai kung-fu
movie agli spaghetti-western, dal thriller argentiano
agli anime giapponesi fino addirittura alla Sposa
in nero di Truffaut: ma le citazioni sono davvero
troppe), Kill Bill è la storia di una vendetta (“un
piatto che si degusta freddo” come recita l’antico
proverbio Klingon di startrekiana memoria), di un’umanità
femminile straordinariamente vitale e letale. Tarantino non
dimentica l’origine ma si appropria degli stili di questi
generi in maniera personalissima e colta, celebra la
violenza e la sua estetica, rende immensa e genialmente
sgangherata una storia lineare e finanche banale smontando
l’unità temporale e dividendo l’opera in capitoli come
fosse un romanzo, fa poesia e regala dignità umana a
personaggi che in mano ad altri si può solo tremare cosa
avrebbero potuto diventare, esalta e commuove a ogni singolo
fotogramma, gestisce lo spazio della messinscena con una
totale libertà che sì fa, più di qualsiasi altra cosa,
tanto anni Settanta. Dietro, c’è già la leggenda, com’è
nelle corde di un autore scaltro anche dal punto di vista
commerciale come Tarantino (la versione giapponese più
lunga di due minuti; Tarantino che, novello Von Sternberg,
aspetta che la sua musa partorisca in modo che, fra
l’altro, si immedesimi maggiormente nella parte; la
spezzatura in due volumi, voluta dai fratelli Weinstein
della Miramax, sarebbe stata concepita precedentemente anche
dallo stesso regista) e sarebbe deleterio citare tutto e
tutti. La critica, in casi come questi, dovrebbe fare un
atto di scomparsa, un estremo gesto di umiltà atta a
sancire la sua totale inutilità: Kill
Bill è pura somma visione, degna dei nomi/numi di Leone
e Argento ai quali Tarantino si inchina, e ogni parola spesa
in più si rivela innocua e inadatta alla sua comprensione e
alla sua descrizione. È un film che non va spiegato,
razionalizzato, scritto, analizzato, riportato in tutta la
sua ricchezza di testi e sottotesti; è cinema-cinema come
forse non se ne fa più, che aspira soltanto a essere visto
e rivisto e che, allo stesso tempo, esige fortemente e
tautologicamente una re/visione. Mi si permetta, però, di
citare almeno la tagline da urlo: “In the year 2003 Uma Thurman
will Kill Bill”. BN/COL AZ-ANIM
111’
* * * * *
Roberto Donati
Sergio
Leone, cinema nipponico ed anime: questi elementi, tra
estasi cinefile e prudenti ridimensionamenti, verranno in
ogni caso ripetuti per descrivere Kill
Bill.
Ed
è un passo inevitabile, oltre che comprensibile: ogni
singolo, splendido fotogramma trasuda di loro reminiscenze,
si gonfia della loro linfa, ne porta addosso l’odore.
Combinando
e disfacendo, Tarantino perfeziona la corsa alla
de-strutturalizzazione ed alla contaminazione dei generi che
più gli sono cari, iniziata con una già straordinaria
padronanza del linguaggio nell’esordio di Le
Iene.
Ed
è una corsa che sembra aver raggiunto un punto d’arrivo,
per l’equilibrio delle componenti che reggono la sua
poetica ed il traguardo che tagliano: questo semplicissimo
soggetto costruito sulla misura di una vendetta individuale,
calibrato sui duelli dei samurai e dei cowboy ed infarcito
di grafica da videogioco ed anime, si trasforma infatti in
uno dei film più epici di tutti i tempi (bisogna tornare a C’era
una volta il West per respirare qualcosa di simile),
impreziosito da un’esplosione di densi contrasti
coloristici, avvolgenti accostamenti musicali, richiami
horror-thriller, eroismo e pathos allo stato puro.
E’
il film più complesso di Tarantino, sia dal punto di vista
tecnico che estetico, un frullato impressionante di
contaminazioni che però sgorgano in un’opera originale ed
autonoma.
Kill
Bill è
probabilmente il canto del cigno di un’epoca
cinematografica che ormai non esiste più.
La
tendenza del cinema contemporaneo è infatti quella di
ricreare con perfezione mondi irreali, ma verosimili, non più
luoghi concreti e quotidiani, ma virtuali ed avvolgenti.
Certo, il pensiero corre a Matrix,
ma non dimentichiamo che la fantasia diventa verità da Guerre Stellari in poi, con in mezzo un cinema
sempre più schiavo degli effetti speciali, volto ad
arricchire la realtà di virtuosismi, sempre meno aderente
al vero e sempre più vicino ad un videogioco: The
Fast and The Furious, The
Italian Job, Charlie’s Angels, sono solo le recentissime
punte di una deformazione dell’immagine cinematografica
che ha un risvolto barocco in ogni genere, dall’azione
(pensiamo al ridondante e paradossale inseguimento di Terminator
III sullo stile di Matrix)
al comico (la metafisica stanza bianca del Dio Morgan
Freeman in Una
settimana da Dio).
Kill
Bill si inserisce perfettamente all’interno di questa
tendenza ed anzi la esalta: i coreografici combattimenti
mozzafiato sono inscenati in un mondo dove le donne sono
potenti e invincibili, gestito da una mafia che si impone e
si gerarchizza sulla capacità di combattere con la spada (Bill
si rifiuta addirittura di uccidere Uma Thurman con una
siringa avvelenata mentre è in coma), nel quale non sembra
esistere polizia ma splendono tranquilli vialoni di villette
a schiera, e che salta senza nessi logici da figure moderne
(la moto da strada, il locale giapponese dove si suona
punk-rock, la croce rossa) ad atmosfere mitiche ed arcaiche
(il noviziato d’altri tempi presso Hattori Hanzo, lo
splendido duello sotto la neve con Lucy Liu). Tutto risiede
su di un livello fantastico, ma viene trattato
con cruda realtà.
Al
contempo, Tarantino canta l’inno di un cinema che non c’è
più, parlando con la lingua dei vecchi film popolari
italiani e giapponesi, ma come in tutti i suoi film, non
c’è malinconia in questo recupero, solo vivace istinto
evocativo ed emulativo, un po’ come il cinema di Truffuat
guardava quello di Hitchcock.
Ciò
che più impressiona è infine un particolare inaspettato:
se il mondo immaginato è fantasia che ricalca la realtà e
la dialettica delle immagini è, a causa del suo
iper-realismo (il sangue che traborda e schizza dai corpi,
le teste che volano…), una fumettistica parodia della
finzione scenica, la straordinaria attenzione al canale
uditivo fa ancor più di Kill Bill un mondo virtuale che
investe la platea e la ingloba nello spazio finzionale.
Partendo
dal terrificante sparo iniziale e passando per
l’enfatizzazione sonora dei pugni, delle sciabolate e
delle cadute, le linee di fuga dello schermo si allungano
fino alle nostre orecchie, avvolgendoci a tutto tondo.
Non
è altro che l’estrema amplificazione dell’interattività
nel cinema odierno, la summa estetica di un film che guarda
al passato per parlare moderno.
Francesco
Rivelli
Volpe Forza Cinque di Pulp Fiction si
materializza nelle Vipere.
Mia Wallace: “Ognuna di noi aveva
una specialità”
Vincent Vega: “La tua
qual’era?”
Mia Wallace: “Lame affilate…”
La sensazione è quella di un progetto
plastico e totalmente astratto che prende forma, facendo
scaturire botte di colori, forme, suoni, emozioni. La
violenza è troppo cruda e visiva, perciò viene assopita in
modo superbo (BRAVO TARANTINO!) da strategie quali cartoni
animati e prese per i fondelli dei film kung-fu di Hong
Kong. Stone in Natural Born Killers aveva fatto la
stessa cosa: quando diresse la scena delle violenze paterne
su Juliette Lewis, aveva inserito risate meccaniche e
riprese filmiche da stupida sit-com.
L’inserimento delle musiche dimostra come il regista
sappia non autocitarsi ma allo stesso tempo ripercorra
ancora una volta quel filone fatto di soul anni sessanta e
grandi voci: non poteva essere più azzeccata Bang Bang (my
baby shoot me down) di Nancy Sinatra.
Punto centrale del film è assolutamente un’eroina in tuta
gialla a strisce nere e scarpe Onitzuka, che non può
neppure essere uccisa da una pallottola nel cranio…
Francesco Flomin
Detrattori e sostenitori sono pronti alla
sfida. C'e' chi andra' in estasi e chi si annoiera' a morte.
Ovvio, nessuna mezza misura. Eppure, da qualche parte, deve
esserci anche un fronte del "ni", disposto a
uscire dall'aura di mito che circonda Tarantino e a
considerare il nuovo "Kill Bill" senza pregiudizi
o aspettative. Proviamo a dare voce a questa silente
porzione di pubblico. E' vero, il talentuoso regista
americano ha scardinato le sicurezze di un cinema
parzialmente omologato, imponendo uno stile citazionista e
iper-violento caratterizzato da una rigenerante follia
narrativa e da una crudelta' ai limiti del morboso (oltre
che da un background cinematografico in grado di spaziare
con disinvoltura da un genere all'altro). Ma, diciamocelo,
e' anche vero che cio' che era una novita' ne "Le
iene" e si e' confermato stile, raggiungendo il grande
pubblico, con "Pulp Fiction", e' oggi, a sua
volta, a rischio di omologazione. Tanti, troppi, i cloni e
clone a sua volta l'ultima fatica "Kill Bill", che
trova ragione di essere nei continui rimandi cinematografici
di cui si compone, configurandosi come un frullato di
immagini del non sempre entusiasmante (ma e' questione di
gusti) Tarantino-pensiero. Spaghetti western, yakuza film,
gangster-movie, cinema trash, rivisitati attraverso una
contaminazione con videogiochi, fumetti e cartoons, danno
vita a una storia di ordinaria vendetta che assume, solo a
tratti, connotati straordinari. L'inizio e' folgorante, con
un combattimento tra Uma Thurman-BlackMamba e una delle
"Vipere" da punire (Vivica A. Fox) interrotto
dall'arrivo della figlioletta di quest'ultima e da
siparietti da sit-com, con dialoghi di assurda pacatezza e
beep sonori a coprire il vero nome della protagonista. Poi
la lunga virata giapponese appesantisce non poco la
narrazione e lascia ampio spazio ai tempi morti e alla noia,
con una meticolosa perizia citazionistica che esaurisce la
sua vitalita' nei modelli di riferimento. Difficile
appassionarsi ai pistolotti del maestro Sonny Chiba (icona
del tempo che fu) o lasciarsi contagiare dai riti di
forgiatura della spada che rievocano un cinema epico e
maldestro di cui, non si capisce bene per quale motivo, si
dovrebbe sentire nostalgia. Per non parlare dei tanti
combattimenti, ben girati ma alla lunga ripetitivi e
debitori di coreografie (il solito Yuen Woo-Ping) che da
"Matrix" in poi, passando per "La tigre e il
dragone", hanno inflazionato la loro carica
rivoluzionaria diventando routine. Gli aspetti piu' riusciti
restano la rapida ed irresistibile caratterizzazione dei
protagonisti (all'autore bastano pochi tratti per rendere un
personaggio interessante), la non piu' originale, ma molto
divertente ed efficace, assenza di linearita' del racconto e
l'abilita' in una messa in scena dove nulla e' casuale e
arriva con chiarezza allo spettatore. Niente utilizzo del
digitale, ma una tecnica sofisticata e quanto mai
diversificata che unisce stili diversi per crearne uno
personale. Discorso a parte per la colonna sonora, cui si
deve la riuscita di molte sequenze e che ha una valenza
quasi narrativa, perfetta sintesi della macedonia di generi
al sangue alla base del film. Poi c'e' lei, Uma Thurman, la
musa del regista, colei che ha reso necessario, causa
gravidanza, il posticipo delle riprese. Da sempre
sopravvalutata, si cala con convinzione nella sposa assetata
di vendetta: a volte bellissima, a volte bruttissima, a
volte dolce, a volte feroce, a volte scattante, a volte
indolente, a volte luminosa, a volte cupa, sempre, comunque,
in sintonia con la visione del regista. Quanto ai famosi
comprimari, la miracolata Lucy Liu sembra uscita da un
travestimento per le Charlie's Angels, ma non le si chiede
molto altro, la rediviva Daryl Hannah e', per ora, poco piu'
di una comparsa e di David Carradine si vedono solo le mani.
Ma siamosolo al primo volume e l mini-enciclopedia
sara' completata a febbraio, grazie a una campagna
promozionale della potente Miramax che, cavalcando la moda
dei film a puntate e dilatando l'attesa allo spasimo, ha
creato un vero e proprio evento mediatico. Sicuramente e' il
Dio Denaro ad avere ispirato la suddivisione in due parti,
ma c'e' da dire che un unicovolume di quasi quattro ore
avrebbe rischiato di essere indigeribile, visto che gia' la
prima puntata non scorre proprio inleggerezza. Si attende
quindi, con moderato fermento, il secondo e conclusivo
capitolo.
Luca Baroncini (da www.spietati.it)
Caleidoscopio di generi , di suggestioni
visive, sonore, iconografiche, dai fumetti ai cartoni
animati, dallo spaghetti western italiano alle orientali
pellicole di arti marziali; la grande giostra del cinema
tarantiniano si è rimessa in moto, e mai quanto in questa
occasione non conosce confini geografici, di contenuto, di
stile. Per il suo film più autenticamente di genere
l’autore “di culto” degli anni ’90 sceglie il tema
classico della vendetta. E sceglie, come di consueto, una
narrazione che stravolge l’usuale linea cronologica di
accadimento degli eventi, assurta ormai a cifra fondamentale
ed immediatamente riconoscibile del suo stile sin dai tempi
de “Le iene”. Per cui lo spettatore è immediatamente
catapultato all’interno degli eventi, attraverso un
incipit al fulmicotone dove la splendida ed agilissima
protagonista Uma Thurman ingaggia una lotta all’ultimo
sangue con una donna di colore, interrotta dal ritorno
improvviso da scuola della di lei figlia; ma la vendetta non
si farà attendere troppo. Attraverso questo meccanismo
Tarantino tiene immediatamente desta l’attenzione dello
spettatore, salvo poi spiegare l’antefatto a
giustificazione di quel primo episodio. Fino a qui niente di
nuovo, un’enorme quantità di pellicole di genere,
americane e non, adottano il medesimo stratagemma. Ma non si
tratta d'un elemento di debolezza del film, tutt’altro.
Come detto il regista recupera meccanismi, vezzi,
caratterizzazioni del cinema di genere in toto, ed
approdato ormai alla quarta opera possiamo sostenere che il
suo cinema si ponga l’ambizoso obiettivo, secondariamente
al principale che resta quello di divertire, di nobilitare
la tradizione storica di tutta quella fetta di cinema
immeritosa dell’appellativo “d’autore”. Ormai tutti
conoscono la passione smodata e spesso esplicitata
dall’autore stesso per i polizziotteschi, gli
spaghetti-western, i film di kung-fu eccetera, e la leggenda
dell’adolescente che, come gestore d’un videonoleggio,
passò anni a divorare queste poco note pellicole. Ed allora
come negare che l’obiettivo della sua opera sia analogo a
quello portato avanti attraverso la sua casa di
distribuzione, che restituisce allo splendore del grande
schermo lavori di autori underground (Jack Hill) o
sconosciuti negli States (Mario Bava)? Appare dunque normale
che egli utilizzi i medesimi meccanismi di creazione della
suspense che da giovane imparò a metabolizzare. I
riferimenti più espliciti del film sono evidentemente
orientali, le scene di combattimento, che monopolizzano gran
parte degli avvenimenti narrati, vedono l’utilizzo di
molti strumenti da taglio, coltelli, spade, ma anche lotte
corpo a corpo, il tutto reso ancora più affascinante dal
fatto che i corpi che si affrontano sono quelli di splendide
fanciulle, la Thurman e le sue tre rivali, mentre il
personaggio del titolo in questo primo episodio non fa che
fugaci apparizioni.
Litri di sangue, arti mozzati, plasticità dei movimenti, ed
i personaggi che diventano delle maschere, delle macchiette,
decisamente fumettistici e caratterizzati “con
l’accetta”, nel senso di connotarli attraverso pochi ma
efficaci elementi. Un’inversione di tendenza rispetto al
precedente “Jackie Brown” dove si dava risalto al lato
umano dei protagonisti. Ora Tarantino si riappropria di
tutto il suo immaginario, come e forse più di quanto fece
ai tempi di “Pulp Fiction”, infatti qui appare
addirittura un episodio di cinema d’animazione che narra
la tragedia che convinse la giovane orientale (Lucy Liu) ad
entrare nella squadra delle “Vipere”. Impressionante la
mole dei riferimenti, sui quali ognuno può sbizzarrirsi a
suo piacimento. A me sono venuti in mente, tra gli altri,
molti cartoni animati nipponici, da Ken Shiro a Occhi di
gatto, Charlie’s Angels (il telefilm), e una citazione fin
troppo evidente nell’uso della colonna sonora; gli squilli
di tromba e le epiche melodie della parte centrale del film
non possono che provenire direttamente dal cinema di Sergio
Leone. Non si deve cadere nell’errore di pensare ad un
calderone assemblato alla bell’e meglio, l’impronta
personale del regista (sin dai titoli di testa, con il
celebre logo di ieniana memoria della sua “A Band Apart”)
ed il suo controllo sulla messa in scena sono indiscutibili.
Certo il film non ha una vera e propria conclusione, ed un
giudizio ponderato potrà essere dato solo dopo avere visto
il secondo volume, ma credo tutti gli spettatori fremano per
sapere che ruolo che giocherà il Bill del titolo e
l’esito della vendetta di Black Mamba-Uma Thurman. Da
questo punto di vista l’obiettivo del film può dirsi
raggiunto. E non si può nemmeno contestare l’eccessivo
protrarsi delle scene di combattimenti, assolutamente
inverosimili, dove la bionda protagonista affronta e
sconfigge un’orda interminabile di uomini; pensate alle
pellicole di Spencer e Hill, basate nella loro interezza
sulle celebri scazzottate. Tarantino è coerente fino in
fondo con la sua idea di cinema, forse come mai aveva fatto
in passato. L’influenza più evidente, quella
orientaleggiante, origina l’accostamento con un film tra
poco sugli schermi (visto in concorso a Venezia) di Takeshi
Kitano, la più occidentale delle opere del maestro
nipponico, Zatoichi.
Certo, si tratta di autori che possiedono marcate
differenze, ma non si può negare un’evidente radice
comune d’immaginario, negli zampilli di sangue sgorganti
dai vari arti mozzati, nei lunghi combattimenti. Non voglio
riferirmi ad una banale globalizzazione dell’immaginario,
al contrario parlo di un tessuto comune di riferimenti che
mischia cinematografie di diverse provenienze e di diverse
qualità (nessuno può mettere in dubbio che Kitano sia
autenticamente un autore), dimostrando come la grande arte
non sia l’espressione di esigenze e suggestioni meramente
locali, legate ad una determinata cultura. E dimostrando
come il cinema possa assurgere a straordinario strumento di
diffusione della cultura e della conoscenza. Tutto il
cinema.
Mauro Tagliabue
C’è
chi ha parlato di capolavoro assoluto, chi di summa del
genere “exploitation”, chi di straordinario omaggio a
generi cinematografici fra i più disparati. C’è chi ne
elogiato la forma scintillante e lo stile accattivante, chi
addirittura ci ha ravvisato significati e contenuti
profondi, riflessioni apocalittiche sulla violenza e sulla
superficialità di chi ne fa uso.
Il quarto film di Quentin Tarantino, a cinque anni da Jackie
Brown, esce dopo un’attesa lunghissima con una precisa
responsabilità: dimostrare, dopo due film “giocattolo”
e uno che costituiva uno “scherzetto” in tono minore,
che il ragazzo onnivoro cinefilo è cresciuto, è maturo, ha
finito di divertire soprattutto se stesso ed è in grado di
mettere il suo grande talento al servizio di un film vero,
di un concetto da esprimere, di un’etica, di un contenuto.
Ebbene, al di fuori di sterili dibattiti generali tra
post-modernisti, modernisti e classicisti, il film di
Tarantino sfugge completamente alla responsabilità cui è
chiamato, caratterizzandosi come la più auto-compiaciuta
delle sue opere, straordinaria sul piano della vorticosa
commistione di generi, citazioni e riferimenti culturali, ma
anche come la più intensamente fine a se stessa, o peggio,
al suo autore.
Frullando suoni, immagini, luci ed ombre il ragazzo del
Tenessee crea sequenze straordinarie, come l’intero
episodio nel locale giapponese, come l’iniziale scontro
tra Black Mamba e Testa di Bronzo o come altre piccole gemme
sparse qua e là, spesso visivamente straordinarie, speso
orchestrate e coreografate come degli irresistibili balletti
(e ci riferiamo soprattutto ai divertentissimi
combattimenti, che senza effetti speciali digitazlizzati o
ritocchi successivi ammiccano ai film di kung-fu e fanno il
verso agli scontri di Matrix spazzandoli via però per
auto-ironia e ritmo) e soprattutto accompagnate da una
colonna sonora strepitosa, anch’essa frutto di un
eccezionale lavoro di copia e incolla che non ha eguali nel
cinema post-moderno.
Le citazioni si sprecano, visive, come la tuta della Thurman
che riprende quella di Bruce Lee in Game of Death
(L’Ultimo Combattimento di Chen), viventi, come la
presenza di Carradine-Bill, mai inquadrato in volto in
questo primo episodio, interprete di molti film di kung-fu
negli anni Settanta, cinefilo-registiche, come alcune scelte
nel montaggio, nelle luci, nelle inquadrature, addirittura
nei titoli di testa, in alcuni stacchi strumentali, che
richiamano talvolta gli spaghetti-western, talvolta i
B-splatter di cassetta degli anni Settanta, talvolta i
sopraccitati kung-fu movies, altre volte ancora il
parossistico cinema di Hong-Kong alla John Woo. Tutto
mescolato con una geometria mirabile, con un ritmo
indiavolato e con una padronanza di ogni genere e
riferimento che lascia sbalorditi e giustifica anche quelle
trovate “postmoderne”, dallo split-screen agli anime
giapponesi, che spesso possono far storcere il naso. E tutto ciò costituisce lo straordinario
“involucro”. E dentro? Ecco il problema. Tutto ciò e
l’involucro e tutto ciò è ... tutto. Non c’è altro.
Anzi, a volte quello che si intravede è addirittura
preoccupante: la violenza efferata e crudele che permea
tutto il film è assolutamente gratuita, non ha
giustificazioni contenutistiche e regge solo grazie alla
sottesa auto-ironia, che a volte, tuttavia, viene meno. E a
quel punto il film disturba, apre squarci su una desolante
assenza di valori che non appare, purtroppo, come un
contenuto elaborato (quanti capolavori costruiti su un
messaggio nichilista di assenza di valori?) ma come una
caratteristiche della psiche dell’autore, scorretto, a
volte, nel colpire lo spettatore con bassezze
ingiustificate. Il boss pedofilo? L’infermiere necrofilo?
Perché? Quale giustificazione trovano simili elementi? E
altre cadute di stile, come il picciotto della Yakuza
sculacciato con la katana? Allentano la tensione o fanno
cadere le braccia? Si diverte più lo spettatore ad essere
maltrattato o Tarantino a colpirlo beffardamente a
ripetizione?
Simone Spoladori
Concordo con alcune delle definizioni
lette sul sito: Il primo vero capolavoro di questo
millennio, al suo cospetto molti altri film diventano
d'improvviso vecchi, 'lenti' e scontati.
Critica soggettiva.
Passano i giorni e il film resta lí, le scene non vogliono
proprio finire nel dimenticatoio, anzi le scene si
affacciano sempre piú spesso nella memoria.. "Bang
Bang, Bang bang, my lady shot me down" Merito del
regista, della musica (merito del regista che ama com
noi certi riff di chitarra), della scenografia (ancora
merito del regista), della sceneggiatura rigorosa (idem) -
merito di una stratosferica Uma Thurman, bellissima diva,
umanissima diva. Piangiamo con lei il suo immane dolore,
amiamo tutto di lei, i suoi occhi, il suo scatto, il suo
sorriso da ragazza timida, il suo risveglio dal coma (qui sí
che il ralenty è azzeccato, mica come nei combattimenti di
Matrix!), amiamo perfino i suoi piedoni (ad occhio diremmo
minimo un 43..) ben inquadrati in primo piano. In questo
film, ti sorprendi ad appassionarti di Katane e di cartoni
animati giapponesi (robe che in altri contesti potrebbero
non farti impazzire), riesci anche a ridere e tra le righe
ci vedi Quentin che ti strizza l'occhio.
"Bang Bang, Bang bang, my lady shot me down"
Pensateci: prendete un qualunque fotogramma di Kill Bill,
fatene un poster e appendetelo nella vostra cameretta!
Jean Bodò
…
cinema allo stato puro.
Questo e molto altro è Kill Bill, ultima fatica di quel
genio e mostro che è Quentin Tarantino.
Genio perché non si può non trovare assolutamente geniali
certe intuizioni giocate tanto sulla suspence quanto sulla
sorpresa. Mostro perché solo lui a volte sembra capace di
tanta crudeltà.
Ma nonostante tutto Kill Bill è un film umile. Non pretende
di inventare niente, ma anzi va a pescare stereotipi già
visti.
E lo fa sfoderando un sottile quanto perfetto gioco di
contaminazione che forse rappresenta il punto più alto
della genialità del regista.
Tutto, trama, scenografia, musica, è contaminato. I
combattimenti, il sangue, i duelli e quell’insano
desiderio di vendetta che anima tutto il film non sono
niente di mai visto. Il bello è che si propongono comunque
come un’innovazione approfittando di elementi vecchi per
dar vita un autentico “nuovo”.
Così per esempio sono i sottofondi musicali alla Morricone
che fanno da sfondo a scene di una violenza esorbitante in
cui Uma Thurman lotta come un’invasata indossando la
mitica tuta gialla a righe nere che portava il re del Kung
Fu di tutti i tempi: Bruce Lee. O la ripresa del fumetto
manga giapponese che come un flash spiazzante quanto
divertente racconta, sempre con tracotante violenza, una
storia dentro la storia, quella di Cottonmouth
- "Mocassino Bagnato" - una delle giovani e
belle assassine di Black Mamba, diventata boss della mafia
giapponese, a cui viene persino dedicato l’onore del
combattimento finale.
Ogni personaggio, buono o cattivo, ha nel film di Tarantino
la sua storia e in realtà è difficile persino riconoscere
il male visto che anche le azioni più crudeli vengono
vissute con un sentimento pervaso dal senso dell’onore e
del dovere. Il dovere della vendetta.
La bellissima quanto agguerrita Uma-Black Mamba ha infatti
un unico scopo nella vita. Risvegliatasi dopo 5 lunghi anni
di coma deve uccidere i colpevoli: suo marito Bill (reo di
aver fatto ammazzare anche la figlia che lei portava in
grembo) e il resto della squadra di cui anche lei faceva
parte, le "Deadly
Viper Assassination Squad", un’organizzazione di
killer al femminile.
A poco a poco la bionda protagonista riesce a perseguire il
suo scopo e per farlo non si ferma davanti a niente. La cosa
buffa è che anche nelle scene più forti e violente il film
rimane profondamente ironico e divertente. Il merito và
sicuramente alla velocità e all’assurdità di certe scene
e ambientazioni ma anche al mix di
elementi opposti e da continui cambi di stili e
generi cinematografici.
Kill Bill è il senso di Tarantino
per il cinema, un cinema tutto suo, unico e inimitabile
costruito sulla base, forse irrazionale, dei gusti personali
del regista. Ecco così colonne sonore alla spaghetti
western o la musica di uno struggente flamenco fare da
sfondo ai combattimenti più cruenti e scene di morte venir
consumate nei colori vivaci e allegri di una cucina da
tipica famiglia americana, tra i corn flakes e le torte di
mele… Irrazionale quanto imprevedibile, Tarantino è
questo ma anche molto altro… d’altro canto siamo solo al
Volume I.
Giorgia Zamboni
Kill
Bill volume 2