Matrix revolutions
THE MATRIX REVOLUTIONS  USA 2003 di The Wachowski Bros. (Larry e Andy Wachowski) con Keanu Reeves, Carrie-Anne Moss,  Laurence Fishburne, Hugo Weaving, Jada Pinkett-Smith, Monica Bellucci, Helmut Bakaitis, Mary Alice, Lambert Wilson.

Dopo il "platonico" Matrix, e "l'aristotelico" Matrix Reloaded, avremo "l'hegeliano" Matrix Revolutions? la risposta qui sotto.

Un tentativo di interpretazione del terzo film
(solo per chi l'ha già visto!)

Matrix: la trilogia

Il terzo film della saga Matrix è suddivisibile geometricamente in due sezioni.
Una prima di circa 30 minuti che chiude in parte quello che era rimasto in sospeso in Reloaded; una seconda ben più corposa identica al secondo episodio del Signore degli Anelli (battaglia e viaggio verso il male in contemporanea).
Il paragone sembra più che palese, ma purtroppo LOT era ben altro...il tema merita un approfondimento a parte.
Matrix revolutions ha raccolto un coro così unanime di critiche ("Matrix Involutions" la più carina) da sembrare inverosimile. Perché?
La ragione è semplice, la sintesi hegeliana, necessaria nel terzo episodio della triologia ("Tutto ciò che ha un inizio deve avere una fine"), lascia l'amaro in bocca...
Per come si arriva a quel finale, con un film che alterna momenti di simil-noia, a spettacolari e roboanti combattimenti. Per il finale stesso, frettoloso e pasticciato, che lascia ancora parecchi interrogativi aperti. Probabile un ulteriore sequel.
Vito Casale

Ultimo capitolo di un giocattolone in fibra sintetica che, nel bene o nel male, ha rivoluzionato l’iconografia cinematografica, Matrix Revolutions lascia da parte le ridondanze e le vacuità del secondo episodio per stendere l’epilogo in una prosa più distesa e calibrata. Del primo Matrix, cioè della rivoluzione che fu – grazie al mix visivo, narrativo e filosofico – non c’è più traccia. Sono rimaste solo le complicate fila della trama da tirare ed intrecciare nella parola “Fine”, ma niente conserva l’istinto metafisico primordiale, affidando ai classici canoni del cinema fantastico l’onere di chiudere il sipario.
Una degenerazione stilistica che nasce proprio dalle incertezze dell’episodio precedente, allorché tutti gli ingredienti che avevano decretato il mito matrixiano venivano sbrodolati all’eccesso e al contempo diluiti dall’estensione dello spazio iconico al cosiddetto mondo reale, quello dove risiedono le macchine e la città di Zion.
Quella ibridazione così poco ispirata, altro non era se non un estremo tentativo di traghettare la dimensione scenica dalla virtualità alla realtà. E’ così che si consolida in questo capitolo finale il vero limite dell’intera epopea: non sa, non può inventare quella realtà fuori da Matrix, se non riciclando schemi ed immagini dai classici della fantasia.
In particolare fa scuola il secondo Alien, quello di James Cameron, militare e cupo, con addirittura il recupero di un personaggio, (Vasquez, la mascolina ispanica dai capelli a spazzola), ma non mancano richiami a Star Trek, Highlander e Guerre Stellari. Tutto rivitalizzato dagli sfarzosi effetti speciali, fulgido nell’apparenza ma patinato nella sostanza. A dire il vero uno spunto visivo originale c’è: è l’apocalittica incursione della trivellatrice all’interno di Zion, contrastata con un turbine di saette che schizzano verso l’alto; in quel campo lungo c’è l’unico scatto grintoso del film, paragonabile alla danza tribale che scuoteva Matrix Reloaded.
Ingabbiato in questa crisi visiva, la leggendaria potenza delle sue immagini si dissolve in un fantasy che eredita una complicatissima filosofia da sbrogliare, trascinando avanti decine di simbologie e costretto a chiamare in causa la metafora dell’equazione da bilanciare per spiegare gli intricati meccanismi di un software immenso come la vita. Alla fine Neo, il Cristo che sa negoziare il sacrificio per il quale era stato programmato, non è solo il fulcro simbolico e narrativo, ma assurge ad emblema della teologia del film; libero ma già destinato: in questo consiste l’ordine dell’universo matrixiano, dove ogni profezia si avvera secondo azioni e decisioni che sembrano negarla.
E’ su questo assunto che si struttura il terzo episodio, il quale si libera dalle pregresse frenesie d’azione per caricarsi di un pathos escatologico che non lascia traspirare alcuna previsione e sulle basi di questa attesa narra con ritmo più misurato, coi tempi e le pause giuste che erano mancati in Reloaded.
Quando il teatrino si chiude rimangono i fotogrammi – perfetti ma al giorno d’oggi non più folgoranti - di un mondo immaginario; quei corpi metallici dai movimenti sciolti, quelle navicelle spaziali così suggestive… ma quei grattacieli, oggetti della nostra contemporaneità, che si deformano come morbide Fruit Joy sotto l’impatto di un elicottero, appartengono ad un altro genere, un’altra storia, un altro Matrix.
Francesco Rivelli

° Ormai le macchine stanno prendendo il controllo su tutto: la roccaforte di Zion si sta difendendo dentro le proprie stesse mura, mentre Neo deve tornare dentro la matrice per sconfiggere una volta per tutte l’emissario Smith. Terzo e ultimo capitolo della saga dei fratelli Wachowski, primo film a essere uscito nelle sale in contemporanea in tutto il mondo (il 5 novembre 2003 alle 15 ora italiana): siccome “ogni inizio ha una fine”, nella sua conclusione l’avventura si concentra sull’estrema resistenza umana a Zion e non tanto sugli svolazzi virtuali della coppia Neo/Trinity. All’altezza dei tempi e delle aspettative dei fan, i Wachowski innalzano la confusione narrativa al livello di idea, il bailamme orgiastico di effetti speciali a conditio sine qua non di un cinema che vorrebbe fare avanguardia ma sa bene di essere banale e prevedibile, vecchio e pauperistico: come già nel secondo segmento, non c’è più uno straccio di originalità (nella difesa contro le macchine-polipo pare di rivedere un episodio a caso di Guerre stellari), la filosofia è andata a farsi benedire ed è stata soppiantata da un apparato dialogico rozzo e inconsistente (meglio lasciar perdere le disquisizioni su “amore” e “karma” e gli sdilinquimenti sentimentali fra i due innamorati) e persino la raffinatezza trendy del prototipo è morta sotto i colpi della frettolosità commerciale. Gli appassionati di informatica diranno di essere gli unici in grado di capire o, di colpo, a mo’ di intellettuali contrari alla speculazione a oltranza, non accetteranno quella che invece era già la logica soffocante del primo sequel, i neofiti resteranno basiti: in realtà, c’è ben poco da capire (metafore sull’attualità e sui virus comprese) e meno ancora da ammirare. Dopo avere acceso la matrice, i due fratelli ci si sono protetti dietro e hanno premuto il tasto off prima del tempo: lo schermo-monitor resta acceso, ma celebra soltanto l’infinito abisso comunicativo della rete e la cupa morte della passione. E per loro è venuto il momento di dimostrare che sanno di nuovo creare: non vorremmo dover tornare al cinema con un joystick fra le mani. L’Oracolo, dopo la morte dell’attrice Gloria Foster, è qui interpretato da Mary Alice.          FANTASC          129’          *
Roberto Donati

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