MICHAEL MANN: PER UN CINEMA DELLO SGUARDO

MICHAEL MANN SECONDO…

Michael Mann nasce a Chicago il 5 febbraio 1943. Sin dai suoi esordi tradisce un amore viscerale e particolare nei confronti della tv e delle sue potenzialità. In effetti dopo alcuni corti, di solito d’ambientazione sociale, praticamente veri e propri documentari, gira il suo primo lungometraggio Jericho mile, destinato ad un pubblico televisivo, appunto. Ma il primo film manniano viene adattato per le grandi sale, trovando un buon consenso di critica e pubblico (un po’ come era successo con lo Spielberg di Duel). Jericho mile presenta i tratti di quel cinema che diventerà una costante manniana, e che si perfezionerà nel tempo. Il personaggio principale è in effetti il tipico personaggio che vive nel cinema del regista statunitense: è un uomo che fa ciò che sa fare meglio (correre), nonostante l’ambiente in cui si trovi non sia quello adatto a lui (il carcere).  

Mann prosegue il suo percorso cinematografico con Strade violente, con James Caan, il quale interpreta un ladro che soffre della stessa stanchezza esistenziale che accomuna tutti i personaggi del cinema di Mann, figli del suo parto mentale. Vuole finirla con il suo lavoro, costruirsi una famiglia, scoprire l’amore. A fronte di questo desiderio c’è la contingenza di un reale che non da scampo, spietato, che sussurra continuamente di un contrappasso inevitabile. Già si forma la poetica manniana. Già s’approfondisce il discorso sullo sguardo e sul suo significato, s’inseriscono sotto l’epidermide della pellicola i codici profilmici che faranno (e fanno) il suo cinema.

Dopo la sperimentazione de La fortezza, thriller orrorifico d’ambientazione storica (ancora un richiamo al reale ed alla sua pressante pesantezza), Michael Mann firma la regia di quello che diventerà il suo manifesto cinematografico e punto di partenza per l’assolutizzazione del suo sguardo e del suo pensiero: Manhunter-frammenti di un omicidio.

Manhunter è il manifesto del cinema di Mann e degli anni ’80, così tanto amati dal regista. È il manifesto degli anni ’80 perché lo stile, dai vestiti firmati alla perfezione delle cose, dalla continua presenza di specchi e superfici riflettenti all’uso funzionale della musica, trasuda di quell’estetismo estremizzato che tanto ha caratterizzato questo decennio. È il manifesto manniano perché rappresenta la portata a termine di un pensiero che raggiunge in questo caso un punto di non ritorno. E così l’assassino Dollarhyde diventa incarnazione del regista stesso. Egli vuole trasformarsi, vuole subire una mutazione. E Manhunter è il film della mutazione manniana, il punto di non ritorno da cui scaturirà il suo classicismo futuro. Il protagonista Will Graham è un detective che per trovare i ricercati tenta di immedesimarsi nella loro psiche. L’ultimo caso lo ha costretto ad una pausa forzata, l’assassino in questione era Hannibal Lecter. In Manhunter ci sono tutte le caratteristiche del cinema di Mann: il mare, inteso come elemento di tensione verso l’infinito (tensione che inevitabilmente fallirà); la presenza di un uomo (Graham) coerente alle sue convinzioni, solo in un mondo di persone sole, consolato unicamente dall’affetto della famiglia; il significato dello sguardo, che non ha mai una traiettoria concreta e che si perde nell’astratto. Questo punto in particolare colpisce per l’approfondimento esplicito: Dollarhyde s’innamora di una donna cieca, ma prima di uccidere vede luce uscire dagli occhi della vittima. Inoltre durante il rituale dell’omicidio cosparge intorno a sé pezzi di specchi, con cui vedere la vittima stessa. Graham risolve il caso seguendo la meta della sguardo dell’assassino: solo con la coincidenza dei due sguardi si può giungere alla verità. Dollarhyde, morto a terra, realizzerà la sua mutazione (come suggerisce il sangue, che ha la forma di un paio d’ali). E come lui anche Micheal Mann. 

L’ultimo dei mohicani, che segue Manhunter, segna la rinascita di Mann. Sancisce quel classicismo hollywoodiano che caratterizzerà i suoi film futuri. Mann utilizza campi lunghi per rappresentare e dar forma ad una natura ancora incontaminata, abbandona la metropoli pregna di odori assassini, a favore di un’esaltazione del paesaggio puro. Qui le superfici riflettenti non raggiungono la moltitudine di Manhunter, ma s’impongono per bellezza naturale e bella naturalezza, come ad esempio i vari riflessi sull’acqua. Attraverso uno stile semplice (inteso come non eccessivamente virtuosistico) ma calcolato, Mann dà corpo all’astratto, donando fisico a valori etici e morali, ma anche all’atmosfera di un tempo ormai perduto. Come in ogni film di Mann, L’ultimo dei mohicani è un lavoro in cui la coppia ha un ruolo fondamentale. L’amore, concretizzato solo dall’unione dei due, trova libero sfogo nell’esaltazione della coppia, delle coppie. L’unico a rimanere solo sarà Chingachook, perché ultimo di una specie, testimone della parola fine. 

Tre anni dopo L’ultimo dei mohicani, Mann dirige quello che normalmente è considerato il suo film più potente, profondo, per contenuti, per respiro e per stile: Heat- la sfida. Il progetto risaliva a molto tempo prima, ma a causa delle difficoltà di realizzazione che richiedeva tale mole di lavoro, Mann aveva tratto dalla mastodontica sceneggiatura un film per la tv, L.A. takedown. Heat vede al suo capezzale attori del calibro di Al Pacino, nella parte del detective Vincent Hanna, e Robert DeNiro, in quella del ladro Neil McCauley.
Heat
è un film sul confronto. È un film sull’uomo e tutto ciò che ne concerne. È un’apologia sullo sguardo.
Il confronto si realizza fra Hanna e McCauley, l’uno l’opposto dell’altro, almeno dal punto di vista strettamente lavorativo, perché in effetti i due sono assolutamente speculari. Malinconici nei confronti della vita, soli ma alla ricerca di un amore che gli possa donare stabilità e serenità, perfetti nel campo in cui agiscono.
Lo studio dei personaggi e il loro approfondimento psicologico è puntiglioso, tanto da sfiorare l’ossessione antropologica. I rapporti e le relazioni sono l’essenza del film, e sottolineano in continuazione la solitudine dei due protagonisti.
Inoltre c’è una filosofia sulla maieutica della sguardo e sul suo percorso, sul suo significato. C’è una costruzione fisica dello sguardo, che assume i tratti di una parabola, la quale comincia il suo percorso in ascendenza (i personaggi danno vita allo scambio di sguardi), un momento di stallo in positivo (i personaggi sorridono, guardandosi) e si conclude con una discendenza (i personaggi smettono di sorridere, s’intristiscono e spezzano lo sguardo). Lo sguardo stesso ha il valore del significato, tutti lo utilizzano per comunicare con un altro. Solo Hanna e McCauley perdono il loro sguardo verso l’infinito, sia esso l’oceano o le luci notturne di Los Angeles.
Dopo il boom di Heat, Mann si eclissa per quattro anni, per poi sfornare due film dall’altissimo valore artistico: Insider e Alì. Effettivamente i due lavori potrebbero considerarsi una sorta di dittico sulla società americana. In senso stretto continuano l’opera in atto ormai da anni di rappresentazione di personaggi particolari, catapultati in un mondo a loro ostile. Ma il contesto in cui Jeffrey Wigand e Cassius Clay vengono collocati, fanno pensare anche ad una descrizione storica del mondo America. 

Insider tratta della storia vera di Jeffrey Wigand (un Russel Crowe in stato di grazia), licenziato da una società di tabacco, deciso a denunciare le terribili verità che si celano dietro la produzione di sigarette, perseguitato e abbandonato. Solo il giornalista Lowell Bergman si sacrificherà per aiutarlo. Come in seguito con Alì, Insider si apre e si chiude con un evento chiave speculare ma differente nel significato: la cessione di un incarico lavorativo.Il film ha dalla sua la miglior regia di Mann: leggera, sospesa, perfetta nella scelta di ralenti e nella costruzione dell’inquadratura, in ideale armonia con le bellissime musiche di Lisa Gerrard e Pieter Bourke. La stupenda fotografia di Dante Spinotti, assiduo collaboratore di Micheal Mann, dà rappresentazione ad un mondo triste, offuscato dalla menzogna, in cui la battaglia di due uomini (Wigand e Bergman) si fa ricerca di Verità. Sarà una ricerca sofferta, ma comunque compiuta, tanto che Bergman prenderà la sua decisione di dimettersi tranquillamente, per la prima volta abbraccerà il mondo sotto una nuova luce, mentre il compagno amico Mike continuerà la sua carriera, immergendosi nel buio dello studio (la sequenza finale). Anche Insider approfondisce la tematica manniana dello sguardo, tanto da trovare qui la sua più alta glorificazione, nella sequenza (tra le più belle della pellicola) in cui la tanto agognata intervista viene trasmessa in TV: tutti la guardano, anche le figlie di Wigand, che capiranno il gesto del padre. Solo lo stesso Jeffrey non cercherà con gli occhi tale intervista, perché impegnato a osservare le figlie, con amore e soddisfazione, malinconia e felicità.

Come Insider, Alì racconta di una battaglia, pur assumendo questa i toni di un incontro di pugilato. Ma non è un film sul pugilato, né una semplice biografia su Muhamed Alì. È il ritratto di un periodo storico particolare (il decennio che va dal 1964 al 1974), che si apre con la vittoria di Clay nei confronti di Liston: Clay è campione del mondo. Si chiude con l’ennesima vittoria, ma forse ancor più importante della precedente, quella a Kinshasa contro Foreman, che sancisce la ritrovata credibilità del pugile più amato della storia. In mezzo si alternano eventi sportivi a drammi familiari e affettivi, alcuni dei quali riguardano la morte dell’amico Malcom X, o la carcerazione per rifiuto alla leva (durante la guerra in Vietnam). La ricostruzione storica è sorprendente, ogni dettaglio è curato nei minimi particolari, dalla morte di Malcom X all’incontro finale contro Foreman. Se a questo si aggiunge una fotografia stupenda, le bellissime musiche di Lisa Gerrard e Pieter Bourke, una regia esaltante, abbinata ad un montaggio legato strettamente alle cadenze musicali (Alì è effettivamente una sorta di musical), si ottiene un film che, oltre a dimostrare ulteriormente il valore del regista, diventa simbolo di un America del passato e di un’idea di cinema quasi scomparsa. Solo la sequenza iniziale, che riassume presente e passato di Clay, documenta la perfezione stilistica cui è giunto Michael Mann.

Andrea Fontana

Recensione del suo ultimo film, Collateral

Recensione di Ali

Recensione di Heat-la sfida