Bastardi senza gloria

(Inglourious basterds)

Un film di Quentin Tarantino

USA/Germania, 2009 – Guerra – Durata: 153‘

Con: Brad Pitt, Mélanie Laurent, Christoph Waltz, Eli Roth, Michael Fassbender, Diane Kruger

La guerra di Quentin

1941, nella Francia appena occupata dai Nazisti il colonello tedesco Hans Landa (Christoph Waltz, attore austriaco finora sconosciuto ai più, ma che in patria ha interpretato quasi cento pellicole ed è stato premiato per questo ruolo a Cannes 2009), tristemente noto come “il cacciatore di ebrei”, fa sterminare l'intera famiglia Dreyfus, nascosta sotto le tavole del pavimento dei contadini LaPadite. Unica superstite è la giovane Shoshanna (Mélanie Laurent), che lo stesso graduato lascia fuggire nei campi.

1944, in Europa il tenente Aldo Raine (Brad Pitt), detto l'Apache, sta organizzando una quadra speciale di soldati ebrei, soprannominati "i Bastardi", ai quali ha imposto un patto: ciascuno di loro dovrà fornirgli cento scalpi di nazisti, pena la morte.

Nel frattempo Shoshanna vive ormai a Parigi sotto il falso nome di Emmanuelle Mimieux e gestisce una sala cinematografica. Il soldato tedesco Fredrick Zoller (Daniel Brühl), eroe di guerra per aver decimato trecento uomini isolato su una torre e protagonista della pellicola "L'orgoglio di una nazione", imperniata sulle sue gesta e voluta da Goebbels, si innamora di lei. Farà in modo che la prima del film avvenga nel suo cinema. Pder lei questo significherà una sola cosa: uccidere il maggior numero di nazisti dando fuoco alla sala.

Nel mentre i Bastardi stanno organizzando l'operazione Kino, mirata ad intrufolarsi in quella serata mondana e far saltare in aria tutti i presenti, Hitler compreso. Ma il destino è beffardo ed imprevedibile...

Il nuovo ed atteso film di Tarantino inizia come una favola, con "C'era una volta nella Germania occupata dai nazisti...", e mantiene lungo tutto il suo abbondante scorrere il tono favolistico. A parte ovviamente scalpi, svastiche incise sulla fronte a suon di pugnale, violenze ed esplosioni. Ma forse non sono anche crudeli le migliori storie per l'infanzia? D'altronde questo è un mondo difficile ed è meglio impararlo fin da piccoli. E il mondo negli anni della II Guerra mondiale era ancora peggiore e più complicato. Ce lo spiega bene il regista americano che, con l'occasione, firma la sua più accorata dichiarazione d'amore al Cinema, attribuendogli un significato salvifico. La settima arte ci salverà, questo sembra volerci comunicare il regista americano, ridando nuova vita alla superstite Shoshanna come proiezionista ed esercente, collocando l'audace attentato ai nazisti nella sua sala e facendo appiccare il fuoco al suo uomo con la vecchia pellicola infiammabile. Uno degli strumenti più usati dalla propaganda nazionalsocialista determinerà la fine di quell'impero del terrore.

E poi infarcisce il film di personali segnali di riconoscimento. Innanzitutto clona molte situazioni dalle sue opere precedenti: il triello che sfocia in strage nella locanda La Louisiane, da Le iene ; il personaggio di Shoshanna, bella bionda e vendicatrice come la Sposa di Kill Bill , tanto che nelle varie riscritture è stato ridimensionato; il momento di stallo ne La Louisiane che evoca in parte i due film appena citati. Poi come sempre saccheggia senza ritegno le colonne sonore da altri film, con un'attenzione particolare a Morricone (che avrebbe dovuto musicare la pellicola, ma era già impegnato con Baarìa di Tornatore) di cui vengono "presi in prestito" numerosi brani, tra cui anche uno da La battaglia di Algeri . Inoltre i suoi personaggi trasudano Cinema da ogni dove: la sala di Shoshanna/Emmanuelle e la sequenza da lei girata per spiegare ai Nazisti che stanno per morire, la propaganda di Goebbels, un soldato diventato attore, un'attrice diventata soldatessa o, meglio, spia per gli alleati, un critico cinematografico britannico arruolato nell'operazione Kino e che per giustificare il suo curioso accento tedesco si fa passare per originario di Piz Palu (omaggiando La tragedia di Pizzo Palù di Fanck e Pabst e con la Riefenstahl), Mike Myers nel ruolo del sellersiano generale Ed Fenech, Raine e due suoi Bastardi (uno dei quali tra l'altro è il regista dei due Hostel Eli Roth) che si fanno passare per cinematografari italiani con i nomi improbabili di Enzo Gorlomi (storpiatura di Girolami, vero cognome di Enzo G. Castellari, che compare sfocato dietro di loro nei panni di un gerarca e che nel 1978 girò Quel maledetto treno blindato , cui questo film è ispirato, volendone essere un lontanissimo remake), Antonio Margheriti e Dominick DeCocco. Non mancano poi le “tarantinate”, cioè i dettagli che rendono unico, ma riconoscibile, ogni film del regista: i dialoghi irresistibilmente prolissi, le didascalie fulminanti (a volte anche eccessive), i ralenti ad effetto, l'uso di ben quattro lingue (inglese, francese, tedesco ed italiano) con risultati fortemente emotivi come all'inizio, i personaggi spesso a piedi nudi, Raine con baffetti a metà tra Clark Gable e Walt Disney (in una scena ha perfino i guanti gialli come Topolino); il film di propaganda "L'orgoglio di una nazione", le cui scene in realtà sono state girate da Eli Roth, e che è già oggetto di marketing virale sotto forma di trailer del film attribuito ad un fantomatico Alois Von Eichberg; in ultimo, l'allusione agli ebrei come ratti che Landa fa all'inizio e che ricorda il fumetto “Maus” di Art Spiegelman, contrappuntata alla fine dal brano “Cat People (Putting out the fire)” di Bowie/Moroder (tolto di peso da Il bacio della pantera di Paul Schrader, remake dell'originale di Tourneur) che fa da sfondo ai nazisti che si aggirano nella sala la sera della prima (e da preambolo alle fiamme che di lì a poco si svilupperanno).

Diviso in cinque capitoli, Bastardi senza gloria non è forse il migliore film di Tarantino, ma senz'altro un'opera importante e fortemente voluta (e per questo naturalmente imperfetta), alla quale è arrivato dopo circa dieci anni di continue riscritture, e che, com'è solito, mischia i generi (western, guerra, commedia), attingendo al suo sterminato immaginario personale e un po' troppo anche alle pellicole precedenti. Il regista che ha portato in auge il “Pulp”, ne tiene ancora alta la bandiera e verso la fine spiazza lo spettatore, riservandosi anche lo sfizio di cambiare la storia. Non aggiungeremo nient'altro che possa pregiudicare la visione del film, ma che il tono era favolistico l'avevamo detto fin dall'inizio. Quentin, nel momento di maggiore tensione drammatica, quando tutto sembra compromesso, butta lì un'improbabile svolta che sembra quasi uno scherzo, infine si inventa un'innocua ma evidente menzogna storica. Se avesse osato di più, facendo sembrare gran parte degli eventi un sogno (di Raine? Di Shoshanna?), il risultato sarebbe stato molto più poetico e riuscito. Ma i bastardi non sognano e in fondo, si sa, anche Tarantino è un gran “bastardo”...

Voto: * * * * .

Paolo Dallimonti

Capolavoro assoluto dal genio poliedrico di Quentin.
L'unico artista capace di rivitalizzare i generi e un cinema che ormai sembra aver detto tutto.
Sempre meno necessario.
Castellari contribusice solo col titolo del film (storpiato). La sporca dozzina in parte in modo più sostanziale.
Ma i Basterds sono solo un pretesto il film parla di altro non solo di un plotone di ebrei in cerca di vendetta nella francia nazista.
La vendetta infatti è soprattutto quella di una ragazzina ebra, punita dalla crudeltà dei nazisti e in cerca di vendetta metaforica e reale...
Primo capitolo di pura tensione, poi vediamo susseguirsi scene che richiamano vagamente il tarantino de Iene o Kil Bill II (anche dalla colonna sonora), geniali nella loro essenzialità e nella cura formale dei minimi particolari (si vedano solo i manifesti cinematografici, o le cameriere della serata Nazi, o la pipa di Landa...).
Una sorta di western shakesperiano, inizia come John Ford, prosegue come Dreyer, finisce quasi alla Sergio Leone...
L'olocausto e il nazismo sono solo un pretesto per riflettere sul cinema e sul suo potere salvifico. Nessuna pretesa storica.
A tratti si affacciano i fantasmi visivi di Dreyer, Murnau e addirittura il cinema di Leni Riefenstahl.
Dreyer il regista tanto legato al cinema ebraico, non a caso contribuisce nel finale all'immaginario salvifico del film (non diciamo altro...).
Si ride e si applaude in sala alle geste a volte paradossali, a volte tragiche dei personaggi di questa tragicommedia. In fondo non è che la metafora della vita...
Colonna sonora inevitabilmente morriconiana, con vette eccelse di puro lirismo alla John Ford.

Raramente capita di vedere applausi scroscianti alla fine di una proiezione in tutte le sale, Tarantino riesce sempre a fare eccezione.

VC