K i l l i n g
Z o e
“Dolore,
sofferenza, oblio”
di
Andrea D’Emilio
“…How
easy it probably is
for
people to misinterpret and
misunderstand
something,
especially
when it’s ambiguous
like
KILLING ZOE.”
Roger
Avary
(un
grazie va ovviamente all’amico Kaplan
per
i numerosi e illuminanti suggerimenti.)
Mi è stato
chiesto: qual è il film più sottovalutato degli anni
’90?
E’
bastato poco affinchè la mia risposta giungesse: è un film
con pochi ammiratori, molti dei quali non ne hanno ancora
compreso pienamente i lati più originali e interessanti; in
compenso, ha pochi detrattori: o meglio, il resto degli
spettatori preferisce essergli indifferente.
Si
chiama “Killing Zoe”, il regista è Roger Avary, famoso
soprattutto per essere stato collaboratore ed amico di
Quentin Tarantino – ha scritto insieme a lui il soggetto
di “Pulp Fiction” (di cui doveva dirigere un episodio),
le parole del presentatore radiofonico nella radio de “Le
Iene” (che sforzo!), e la prima versione di “Una vita al
massimo”, trasformata poi da Tarantino.
Roger
Avary nasce così cinematograficamente come “spalla”,
come personalità minore e semplicemente corroborativa del
genio di Tarantino, il quale col suo ingombrante peso lo
sovrasta su tutti i piani. Frattanto, “Pulp Fiction”
ottiene una Palma d’Oro e il suo regista viene sommerso
dalla fama e dai riconoscimenti (ma ricordiamo che l’Oscar
alla sceneggiatura originale l’hanno vinto insieme),
conclamato quale figura di spicco dell’attuale
(all’epoca come oggi) cinema americano, erede degno di
grandi maestri come Leone e Godard, nonchè spartiacque di
un’intera Storia del Cinema, e involontario promotore di
una autentica moda “pulp” (sic!) - nella quale sarà
ingiustamente catalogato anche Avary - che non avrà limiti
internazionali e che anzi approderà allo stravolgimento di
alcune sostanziali basi culturali perfino in Europa: la
riscoperta dei “generi” (i film di Bava, di Di Leo, di
Margheriti) e degli universi cinematografici trash, oltre ovviamente ai fumetti pulp cui si ispirava; l’appropriazione non più
timorosa da parte di cinema e letteratura della cultura
cosiddetta junk.
Dinanzi
a questo titano, rivoluzionario un pò grazie alla volontà
e un pò grazie al meccanismo reattivo della società
consumista che tenta impalpabilmente di azionare la ruota di
vendita (culturale, si intende) di questo pulp,
dinanzi a questo titano dicevamo, come poteva e può
tutt’ora apparirci un artista così solipsistico e sterile
in quanto a quantità di film? Di cui si sa poco, e di cui
si ha poco. E che
certo non ha avuto l’ambizione o la fortuna di cambiare il
mondo al primo colpo.
Come
può apparire? Ebbene, semplicemente, non
appare, almeno qui da noi. Il suo nuovo film, “Le regole
dell’attrazione” (tratto da Bret Eston Ellis, e che
promette ottime sorprese), tarda ad uscire nelle nostre
sale, decuplicando il nostro frustrato desiderio di
conoscenza di quest’autore tra i più interessanti e
misteriosi della nuova generazione.
Misterioso...
sì sì, misterioso, è la parola giusta. “Killing Zoe”
è un film di mistero. Un mistero sordido e astratto,
ineffabile, silenzioso e nascosto tra le pieghe della
superfice, come l’AIDS di Eric si insinua invisibile nelle
sue viscere. E’ un sentimento di fatalità e di
predestinazione, così come la presenza dell’AIDS indica
al tossicodipendente Eric l’inevitabilità della morte –
dovuta a una puntura/penetrazione di un ago.
Ma
a una fine corrisponde anche un inizio; l’inizio è la
prima penetrazione di tutto il film: Zoe – una prostituta
–, e Zed – uno scassinatore di casseforti –, fanno
l’amore, ma il coito non è “normale”, c’è qualcosa
di diverso, di estatico, di sublime. Tutto è rallentato,
spasmodicamente, in attesa di un momento che giunge infine
nell’orgasmo, ed è un momento che raramente si mostra al
cinema con la felicità che essuda questa scena. E’ amore
vero, Zoe lo fa notare al suo cliente, lui non è come gli
altri, lo sente perchè i loro corpi, dice, combaciano.
L’estremizzazione paradisiaca del piacere provato dai
personaggi nel toccarsi, è qualcosa di divino ed eterno,
cioè il punto in cui – potremmo considerare –
l’inizio e la fine combaciano, un non-luogo dove la mente
può spaziare liberamente, dove non esistono barriere,
sospinta solo dal pensiero e dai sentimenti. Cioè quello
che sarà il caveu della banca, luogo di raccolta
metafisico, dove il corpo pare librarsi nell’aria come la
m.d.p., che ondeggia morbidamente da un lato mentre Oliver
sembra meditare qualcosa, perso nel suo stesso meditare.
A
rafforzare questa idea di penetrazione tra Zoe-Zed-Eric,
c’è una sequenza magistrale, durante la quale sono
sovrapposti, con una musica di sottofondo che alterna un
motivetto elettronico a un mantra mistico, i due rispettivi
“buchi”: la cassaforte bucata da Zed, e la vena
infilzata da Eric. Poi tutto sfuma sul volto attonito e
impaurito di Zoe, sorta di equilibrio esistenziale tra i
due. Il perno dell’intero film potrebbe essere proprio
questo. E’ come se fra i tre personaggi si instaurasse un
rapporto etereo, o una congiunzione delle anime dettata da
un volere superiore, divino. Tutto il film ruota intorno a
questo rapporto penetrativo. E’ dalle loro tre menti
copulative che si sprigiona la realtà che li circonda:
dapprima sono solo due, Zed e Zoe (più il “Nosferatu”
di Murnau, un personaggio che succhia l’anima della
vittima attraverso la penetrazione carnale dei suoi canini
– preannuncio di quella che sarà la vampirizzazione di
Zed da parte di Eric, vedi dopo), nella lucente camera
d’albergo; e ancora, con Zed e Eric (più le sostanze
allucinogene, filtri
della realtà che privano Zed e Eric di essa attraverso la
penetrazione della vena, o del fumo nel naso e nella gola),
nel viaggio notturno nei bassifondi di Parigi illuminato a
sprazzi da scudisciate di luce che sembrano venire dai
luoghi mentali di Eraserhead; poi diventano tre, unendosi
nella sequenza di cui abbiamo parlato.
Vale
la pena soffermarsi sulla suddetta scena d’amplesso e
dell’ ironico e sintomatico accostamento che Avary fa con
il “Nosferatu” di Murnau. La tecnica, chiamiamola così,
è semplice, anche se non subito comprensibile perchè
talmente ben amalgamata alla scena che, di primo acchito,
sembrerebbe di assistere alla solita e banale citazione di
un capolavoro del cinema: in sostanza, alcune immagini del
film tedesco vengono inframmezzate ai primi piani di Zed e
Zoe in modo da espletare visivamente le loro emozioni, le
loro energie che si scontrano, si allontanano, ma infine si
avvinghiano e diventano tutt’uno. Il risveglio del
Nosferatu che si alza dalla bara, sta a simulare
l’erezione di Zed, che, corrucciato, comprende che
qualcosa di “superiore” sta avvenendo; la donna viene
attratta dallo spirito del Nosferatu, si fa avanti a braccia
tese; l’uomo fugge, atterrito, scappa da qualcosa o
qualcuno; la preda viene letteralmente mangiata dalle foglie di una pianta carnivora:
sono catturati l’uno dall’altro; un uomo e una donna si
abbracciano: è l’unione; il vampiro si affaccia
minaccioso: è Eric? o Zed, come ci confermerà una
dissolvenza successivamente?; una sveglia suona, l’uomo si
volta spaventato, è giunto l’apice: si apre la porta e
un’ondata travolge tutto (è un’ondata che
metaforicamente travolge i sentimenti, ma è anche
prosaicamente lo sperma di Zed che sgorga); infine il
Nosferatu alza il capo soddisfatto dalla sua vittima dopo
averne bevuto il sangue: una dissolvenza su Zed ci fa
dedurre che il vampiro, in questo caso, sia lui: succhia la
linfa vitale da Zoe.
L’ineluttabilità
della morte e il delirio della ragione (dovuto ad essa?),
incarnati da Eric (Zed invece è, appunto, la ragione, il
calcolo; Zoe l’istinto, l’arte, la vita stessa), sono i
temi sui quali verte tutta la seconda parte introspettiva
nella banca.
Le
pareti mentali dei sotteranei della banca, avvolgono lo
sprofondare di Eric in un rosso sempre più acceso. Questo
è il luogo dove tutto quello che Eric pensa può accadere.
Anche, per esempio, che lo schiocco delle sue dita provochi
una fiammata. E’ il nido del suo sogno dove la sua ultima
e assurda speranza, trovare i lingotti d’oro, corrisponde
al suo tentativo di prolungare l’esistenza, almeno a un
livello spirituale. Quando avrà trovato i lingotti, si
ripeterà, ormai completamente esiliato dalla realtà, che
da ora in poi sarà ricco, dimentico della sua malattia
terminale. Anche in questo caso la realtà si mescola alla
fantasia della mente, come quando Zed vede visivamente le
note musicali suonate dagli strumenti. Ed è qui a nostro
avviso il fascino di “Killing Zoe”: nella miscela, che
riesce a rendere in maniera così cruda e iperrealista,
della realtà empirica e della realtà della mente, così
che il film non si sbilanci né dall’una né dall’altra
parte. Come in molti film e racconti horror e gotici,
potrebbe essere tutto un sogno (non di uno, ma di tutti e
tre i personaggi). Potrebbe,
in un certo senso, ma non lo è. Ed è ancor più
inquietante in quanto vediamo sullo schermo la nostra realtà
ma, al pari di “Eraserhead”, solo leggermente
modificata, con una serie di aberrazioni che ne deformano
l’essenza.
La
discesa negli inferi di Eric, che trascina con sé il povero
Zed (ormai legato ad Eric per un legame penetrativo
indissolubile, come la vittima di un vampiro), è votata
alla distruzione e all’auto-distruzione, ad una morte
sistematica della vita cui accenna il titolo (Zoe, in greco,
significa “vita”. “Uccidere la vita”, ma al
gerundio, “killing”, quindi intesa come azione
contemporanea che può durare all’infinito, la morte è
ora e sempre, è un istante; da confrontare con l’ironia
della rima del “Kill Bill” di Tarantino, dal sapore
gradasso e fumettistico). Non ci pensa due volte prima di
uccidere un ostaggio a sangue freddo, e non fa nulla per
salvare sé stesso quando la polizia irrompe nella banca (e,
prima, si toglie la maschera che gli copre il volto): anzi,
sembra fregarsene, conscio che in un modo o nell’altro
quella sarà la sua fine, ma una fine serena e pacificata,
cullata dalla sua momentanea ricchezza. La sua morte avviene
in effetti come un’estatica catarsi, un’esplosione di
colpi che lo sommerge e lo “anima” come una marionetta
molle: la messinscena della Morte non è mai stata così
poetica, se non nei capolavori di Dario Argento. Un urlo di
mitragliatrici erompe con una furia inaudita sul corpo di
Eric, devastandolo: è come se quei proiettili non volessero
solo uccidere Eric, ma volessero cacciarlo nell’al di là
con veemenza, con rabbia, come una punizione divina. Ma
qualcosa di Eric rimarrà sulla terra: difatti numerosi
schizzi del suo sangue infetto finiscono addosso a Zoe e Zed,
sulle loro ferite aperte. E’ un finale che lascia qualche
dubbio: Zoe e Zed saranno infettati dall’AIDS? O è
possibile una loro salvezza? Nella versione americana, Zed
nel finale annuncia tristemente, quasi tra sé e sé, che
“la maggior parte di quel sangue è di Eric”, ed è
quindi a rischio di contagio, ma Zoe, che non sa che Eric è
infetto, lo rassicura dicendo che più tardi potrà farsi
una doccia. Nella versione italiana la battuta di Zed,
probabilmente per motivi di labiale più che di censura
(crediamo anzi che i doppiatori per sola distrazione non
avessero neanche pensato all’importanza di quelle parole),
viene tradotta con un “Mi sento a pezzi”, che elimina
qualsiasi riferimento all’AIDS e lascia lo spazio ad un
finale ancor più positivo, mentre l’originale sembra
concludersi in un cerchio polanskiano nel quale ora sarà
Zed a prendere il posto di Eric. La contrapposizione tra una
delle prime inquadrature e una delle ultime, con Zed nella
stessa posizione, seduto in macchina, ma prima sereno e
pacificato (sul sedile posteriore) e poi “a pezzi” e
scosso (sul sedile anteriore), sottolinea piuttosto
ironicamente questa scelta narrativa.
Ad
ogni modo, Eric ha raggiunto la sua fine, e con un sorriso
di soddisfazione si congeda dal mondo (a quel punto, Zoe e
Zed possono tornare in superfice, dove li attende “la vera
Parigi” – perchè, appunto, la Parigi notturna non era
altro che finzione, proiezione, immagine di un Altrove
metafisico). E’ una delle figure malefiche e maledette più
belle della Storia del cinema. Male Assoluto, che uccide
senza pietà e senza scopo, e commovente ritratto di un uomo
che non ha più nulla da dare o da prendere alla vita,
inadatto al mondo in cui vive e nel quale tenta di
instillare la sua “visione”, persona che ha sofferto
(diviso tra 6 mesi negli Stati Uniti con la madre e 6 mesi
in Francia con il padre), che ha lottato (è stato un
convinto anti-fascista, come vedremo), che ha studiato
(filosofia africana, in Algeria), ma che riceve in cambio
dalla vita la delusione più grande, una fine indegna. Ad
anni luce di distanza dalla classica caratterizzazione
manicheistica buono-contro-cattivo del cinema americano.
Eric
scherza con la sua morte, quando fa finta con Oliver di
essere stato colpito dallo scoppio di una bomba. Eric,
sicuramente, non ha un piano di fuga dalla banca, come
invece dice di avere. Parla di un fantomatico aereo che li
verrà a prendere, ma non si capisce chi lo guiderà, né da
dove viene, né dove andrà. Non gli interessa: la sua fine
(e quella degli altri suoi compagni) è segnata tra quelle
mura insanguinate. Eric crede che i telefoni della banca
siano isolati, ma non è così. Eppure, dice Oliver, prima
non si sentiva niente! Da dove proviene la linea telefonica
allora? Dall’ennesimo, totale e disperato tentativo di
auto-distruzione della testa di Eric. Si può considerare
una sfida che
egli intrattiene contro il Destino, un desiderio di riscatto
e di dominio nei confronti della Morte ineludibile: morire prima
che la Morte stessa giunga. Una delle caratteristiche di
Eric è proprio la volontà di comandare, di dare un
giudizio superiore sulle cose, di orchestrare quello che
succede attorno a sé secondo le sue regole. Quando è
contraddetto, si lamenta e va su tutte le furie come un
bambino presuntuoso: quando uccidono Ricardo, (e una
stupenda macchina a mano segue la sua “scia” di furore),
o quando la polizia gli nega l’aereoplano, o quando Zed
non vuole liberarsi della puttana (cioè Zoe), o ancora
quando Zed lo contraddice mentre minaccia il direttore della
banca. E’ convinto solo della sua
realtà, e delle sue idee e della sua etica. Non è un
nichilista, come ci conferma la sua attività anti-fascista
che svela parlando con Zed, ma ciò appartiene ormai al
vecchio Eric, l’Eric vivo,
mentre l’Eric morto,
sempre più prossimo all’oblio, non ha più alcuna fede
nella realtà in ogni sua forma (ci appare quasi come un
guerriero sconfitto che va incontro al suicidio per
l’onore), se non la realtà alternativa della sua mente
(realtà alternative cui accenna Oliver in macchina,
parlando, se non erro, del telefilm “Il prigioniero”).
Rimane un esempio delle sue opinioni politiche l’uccisione
del turista americano tronfio e pieno di sé e del suo
bigotto americanismo macho
(ed è al contempo una bella frecciata lanciata da Avary al
suo paese).
La
sostanziale differenza con Zed, sta nella morale. Eric
rapina una banca per disperazione; Zed per talento, senza
alcuna concessione alla violenza: probabilmente è il solo
lavoro che sa fare. Di Zed sappiamo solamente che è “il
miglior scassinatore del mondo”, e che ha avuto una moglie
che non rivedrebbe volentieri. Anzi, la manderebbe su
un’isola deserta, così da non poterla vedere mai più.
E’ un uomo solitario che ama la sua solitudine, cosa che
gli permette di concentrarsi sul suo lavoro; ha girato molti
letti, ha conosciuto molte donne (molte prostitute), tanto
che sorride appena quando il taxista dice di potergli
procurare una donna per la notte; non è seriamente
coinvolto nella serata allucinatoria nei bassifondi di
Parigi, perchè il suo forte senso della morale gli dice che
“non dovrebbe”, dovrebbe starsene a casa a studiare il
piano per la rapina; non è un arido, nonostante sia un
rigoroso professionista, anzi è capace di provare
sentimenti che Eric e la sua banda non sfiorano neanche; ha
un senso del dovere e una coscenza critica della sua vita da
scassinatore (quindi anche l’accettazione della lotta
contro la polizia, della rincorsa gatto-topo, di cui Eric
letteralmente se ne frega), che ritroveremo in maniera così
accentuata solo nel Neal MacCuley di “Heat”, il
capolavoro di Michael Mann.
Di
Zoe, conosciamo lo stretto necessario. E’ una studentessa
delle Belle Arti che paga i corsi lavorando come prostituta
(anzi, come “accompagnatrice”), e part-time in una banca
(“un lavoro molto noioso”). E’ un’artista, fa delle
“cose, oggetti”, ma dice di studiare “niente di quella
vecchia merda”: le sue non sono solo sculture, “è la
vita”. Zoe è quindi la vitalità, la speranza, la luce
(la luce domina quando lei è in scena, mantenendo la sua
“purezza”, mentre Zed verrà corrotto dalle tenebre dei
bassifondi e del caveau), la redenzione di Zed. L’unica
cosa che la accomuna a Eric è l’odio verso
l’istituzione: dal suo punto di vista è l’arte
accademica, “la vecchia merda”; dal punto di vista di
Eric è la società, lo Stato, la popolazione francese
(“ma non avevano abolito la pena di morte?” – chiede
Zed, - “Sì, certo, questo è quello che raccontano” -,
risponde Eric, frustrato). La rapina non a caso avviene
sotto gli occhi indifferenti de “Il giuramento degli Orazi”
di David, simbolo di patriottismo, di arte accademica ecc...
Anche
la “maschera” è una cosa che infastidisce entrambi: Zoe
si arrabbia quando Zed la classifica come “puttana”, cioè
le affibbia un ruolo della Società ottusa; Eric è il primo
a togliersi la maschera che gli nasconde il viso durante la
rapina.
“Killing
Zoe” è un film fatto di tante superfici: la Parigi grigia
e luminosa, meta di turisti, contro i colorati e cupi
bassifondi; il gelido piano terra della banca, contro il
piano inferiore saturo di rosso. Ai cui interni si animano
tante piccole e diverse realtà.
E
una superficie è anche il velo da b-movie che il film
indossa, cosa che, ahinoi, ha condotto molti spettatori e
critici a fuorviare gli intenti di Avary.
Al
contrario de “Le iene”, che sin da subito si pone come
un film di “serie A”, questo possiede uno spirito
b-moviesco che non sfuma neanche col trascorrere del film,
ma che anzi si acuisce e diventa sempre più fumettistico
– nella delirante carneficina finale –, ma è una
superfice che va oltrepassata, se si vuole cogliere davvero
il sentimento (serissimo, tetro, bressoniano) che Avary ha
della vita (e “Killing Zoe” è, senza ombra di dubbio,
un film che esprime un’idea di cinema e una della vita).
Il suo cinema filma lo stato dell’anima dei suoi
personaggi, si pone interrogativi metafisici, lascia spazio
alle interpretazioni dello spettatore, ed è sorprendente
come la m.d.p. dia responso di questi temi attraverso una
gamma linguistica vastissima, e già matura per affrontare
un’operazione simile.
La
macchina a mano (o Stedicam mossa, intelligentemente
“nascosta”) è preferita spesso all’uso del
cavalletto, per meglio rendere il flusso di coscienza
nevrotico e allucinato dei personaggi in quasi tutte le
sequenze, come nell’entrata di Eric nella stanzetta
d’albergo all’inizio (un’entrata circoscritta da un
eccessivo alone di buio, simile a quello che avrebbe un
vampiro): una macchina a mano esagitata rompe impietosamente
la freddezza quasi asettica delle scene precedenti, o come
nell’irruzione nella banca: macchina a mano e musica
techno, i personaggi prede di un’esaltazione smisurata e
grottesca: l’effetto è devastante.
La
macchina fissa subentra specie quando il suo sguardo si fa
severo e morale, e inquadra lo spazio in maniera da
avvolgere le persone, di creare un rapporto sintomatico tra
l’esterno e l’interno, la realtà e la mente. Un esempio
è l’ingresso di Eric e Zed nella casa del primo, dove li
attendono i cinque sballati criminali: la m.d.p. sembra
suggerirci un pericolo incombente, un sentore di angoscia,
con quelle “pesanti” inquadrature dal basso. In una di
esse, un gatto morto fa da elemento di contrasto alla scena
ironica e svela le piccole contraddizioni di carattere che
dividono Zed da Eric; ma il gatto rapidamente “muta” in
simbolo mortuario, il secondo del film dopo il “Nosferatu”,
influenzando la nostra percezione delle immagini a seguire:
un piccolo passo verso la morte è compiuto.
Oppure,
un altro esempio: Eric scende le scale in fretta, entra in
una stanza del caveau, e si posiziona in primissimo piano
dopo aver fatto “esplodere” la fiamma da una mano, il
volto deformato dal grandangolo. Eric pensa,
silenziosamente, e sente delle voci nella sua testa, mentre
fa delle smorfie grottesche. E’ il culmine del suo
delirio, e tutto quel vuoto attorno a sé non fa che
amplificare il senso di dispersione della mente, di
fluttuanza, come il pulviscolo soffiava minaccioso dietro la
testa di Henry di “Eraserhead”. E’ anche (la macchina
fissa) un contraltare razionale e ragionato ai flussi della
droga quando sono in scena i criminali, in uno dei loro
tanti siparietti di assurdità e di rozzezza – perchè,
ricordiamo, la visione di Avary è soprattutto morale, come
anche in Tarantino, al contrario della maggior parte dei
degradati registi della loro generazione.
I
carrelli sono rari e rigorosi: esprimono una gelida fermezza
(morale) proprio mentre Eric è nel pieno della sua follia,
agitato dietro un vetro insanguinato che ci separa; o
introducono morbidamente una sequenza particolarmente
rilassata e “soft”, cioè l’arrivo di Zed nell’hotel;
o conducono la Morte lentamente verso Eric, subito dopo che
la raffica di colpi lo ha colpito. Usati quindi in forme
solenni e ieratiche, quasi kubrickiane (e i criminali in
azione nella banca ricordano molto gli atteggiamenti
surreali dei drughi, anche per le maschere simili; oppure
Oliver che nel finale entra in scena, con un buco in testa,
insanguinato, ricorda vagamente il Mr. Grady di “Shining”;
così come a “Shining” rimandano quelle metafisiche
pareti rosse).
Narrativamente,
ad Avary non interessa la verosimiglianza dell’intreccio
poliziesco: “Killing Zoe”, chiaramente, non è un film
su una rapina, ma su un menage à trois delirante e
metafisico, di cui Zoe è l’elemento turbante e al tempo
stesso equilibrante.
Eric
ha un rapporto con Zed che resiste anche dopo più di dieci
anni di separazione: Zed è tornato in America mentre Eric
è rimasto in Francia. Un’amicizia che Eric tende ad
ostentare, riempiendo Zed di complimenti ed elogi sinceri.
E’ in fondo una persona che crede fortemente nel profondo
legame d’amicizia che può nascere tra due uomini.
Fino
a quando Eric non muta. A quel punto, una seconda personalità
irrompe in lui devastante. Eric non è più Eric, è un
essere senza più nulla da vivere, senza più dignità
d’uomo, tanto che invita Zoe a sputargli in bocca. Non ha
più nulla da perdere e si aggrappa al delirio della
disperazione, per anestetizzare la sua prima metà, troppo
infranta dal dolore di una morte ignominiosa. Così tradisce
sia Oliver che Zed: “la nostra amicizia non significa
niente per me!”. Non è affatto vero, lo abbiamo visto:
Eric è ormai impazzito e parla senza ragione, le parole che
gli escono di bocca sono l’ultimo tentativo di vendicarsi
del mondo, portando del male che, se non è fisico, è
almeno morale. Prova anche a distruggere il rapporto tra Zed
e Zoe: effettivamente, nella sua follia, deve aver incassato
il doppio tradimento
(prima nell’hotel, adesso nella banca) di Zed nei suoi
confronti, il che lo spinge a riconquistarne la fiducia e
l’amicizia. Poi, mentre lo sta per uccidere, gli manda
“un bacino” come estremo saluto, un bacio già
dall’inferno, una pallottola, così come già Frank Booth
di “Velluto Blu” mandava “lettere d’amore” a
Jeffrey (in un contrasto psicologico padre/figlio che Michel
Chion individua argutamente nel film di Lynch, e che calza a
nostro avviso anche nel duo Eric/Zed).
Zoe
è quindi l’armonia, la purezza, l’angelo salvatore, ma
è anche colei che innesta l’effetto drammatico in una
solida storia di amicizia.
Avary
ha studiato in una scuola di cinema, e odia
le scuole di cinema, proprio perchè le conosce, dice, per
la loro impronta accademica. Nel suo cinema si respira un
caloroso anti-accademismo, al limite dello sperimentale,
lontano dal classicismo Tarantiniano, e ancor più
“d’autore” di lui. Come dire che se Tarantino è
Sergio Leone, Avary è Antonioni. L’introspezione nei temi
del dolore, della sofferenza e dell’oblio, avviene con la
sperimentazione di soluzioni visive sempre nuove e quasi mai
simili alle precedenti (non mi pare di trovare due
inquadrature uguali in tutto il film, tranne ovviamente la
prima e l’ultima, che aprono e chiudono il cerchio). Sono
toccate tutte le possibilità, gli angoli di ripresa, i
colori, gli obiettivi, le deformazioni della macchina da
presa, in uno stile figlio della più geniale tradizione
espressionista. Quel verde onirico che illumina a fasci le
gite notturne della banda di criminali, è una trovata
geniale che dà a quella sequenza un tono particolarmente
allucinato e vicino alle sensazioni lisergiche delle droghe;
un grandangolo su una macchina a mano segue Eric trascinare
un ostaggio fuori sul marciapiede, e ucciderlo lì disteso:
la camminata è completamente “perduta” negli spazi
oscillanti intorno alle due figure, e sembra davvero di
vedere il mondo barcollante dal punto di vista di Eric; un
carrello si allontana dal primissimo piano di Zed, e
scopriamo che lui è sdraiato e che la m.d.p. è rovesciata:
girando su se stessa, provoca una vertigine che ben rende la
situazione mentale di Zed in quel momento, preda dei postumi
della nottata (inquadratura simile allo “scuotimento” di
Henry Fonda quando viene chiuso nella cella ne “Il
ladro” di Hitchcock, altro capolavoro influenzato
dall’espressionismo).
Tutto
il film è costellato di queste scelte ardite – nulla a
che vedere però con l’insensatezza linguistica dei
videoclip: Avary è un regista rigoroso –: come ne
“L’ultima risata”, la concezione di inquadratura è
aperta a vasti territori; è un flusso mentale, di cui
registra i mutamenti con rispettivi movimenti della m.d.p..
Elementi
che ci spingono a considerare Roger Avary autore più che
completo e di enorme intelligenza, vittima di uno dei più
clamorosi fraintendimenti cinematografici da parte della
critica, bollato come mera propaggine della svolta
tarantiniana o al limite come un buon regista di b-movie.
“Killing
Zoe” sembra infatti ricollegarsi palesemente ad un film
come “Le iene”: apparentemente, stesso clima
claustrofobico, stesso gioco al massacro, stessa rapina. Ma
mentre “Le iene” è improntato a una teatralità netta,
classicheggiante nei temi e nella caratterizzazione dei
personaggi, “Killing zoe” è estremo, folle,
parossistico. In uno, genialmente, la rapina non ci viene
mai mostrata; nel secondo, genialmente, la rapina ci viene
mostrata ma sotto un’ottica completamente sfasata dal
reale. Sono due approcci cinematografici agli antipodi: se
ci si concede ancora il paragone con due maestri del
passato, in quanto a ricerca formale e narrativa, se
Tarantino è l’Hitchcock più classico, Avary è Herzog.
Da
Herzog, Avary mutua molte delle atmosfere mistiche che
sublimano alcune scene, come quella dell’amplesso.
Inoltre, i mantra dei Popol Vuh che, inquietanti,
aleggiavano sul Jonathan Harker nel rifacimento del
“Nosferatu” (film amato da Avary), hanno molto in comune
con le angosce elettroniche dei Tomandandy. Così come da
Herzog (o da Kubrick) deriva l’uso di macchine a mano con
grandangoli dagli accenti metafisici: in tutti e tre i casi,
l’impressione è di uno shock interno, di un mutamento di
quello che vediamo. La capacità, cioè, di rendere
“altro” un’immagine anche banale che abbiamo davanti,
il recupero di un primitivismo visivo che rende lo
spettatore un bambino di fronte a qualcosa che non ha mai
visto. Possiamo citare ad esempio le figure dei poliziotti,
i quali, in quelle loro comunissime divise, ci appaiono più
come entità venute da un altro pianeta, che veri
poliziotti. O la pluri-citata scena dell’amplesso: quante
ne abbiamo viste? Eppure, in questa, qualcosa preme per
uscire, un sentimento, una sensazione. E non ha Eric da
spartire smanie megalomani e deliri auto-distruttivi con un
personaggio gigantesco e titanico come Aguirre? El Dorado
come il caveu di una banca.
Una
peculiare caratteristica del film di Avary (e anche, in
parte, del futuro “Mr. Stitch”), è l’assoluta
mancanza di didascalicità dei dialoghi e delle situazioni.
Tutto scorre fluido nei ricami della storia, senza alcun
intoppo pesantemente metaforico, e senza cadere nel tranello
tipico del cinema americano della “spiegazione”. In
questo Avary è autore dalla forte sensibilità europea,
colta, profonda, che nulla ha da spartire con la becera
cultura da pop-corn e hamburger degli americani. Peccato che
proprio questo suo pregio, questa sorta di “invisibilità”
del messaggio, si sia ritorta contro di lui: cosa pensare di
un regista che gira un film su una rapina, prodotto da
Tarantino, subito dopo “Le iene”? Ovviamente, che è un
infimo figlioccio di quest’ultimo. Cosa non vera.
Oltretutto,
si può parlare, del rapporto Tarantino/Avary, per
ricollegarci ironicamente al film, di un’autentica
vampirizzazione. Tarantino ha usufruito spesso infatti delle
idee del suo amico. La sceneggiatura di “Una vita al
massimo” (smembrata ulteriormente poi al montaggio) è la
rielaborazione di una copia originale di 70 pagine, breve e
incompleta, di Avary. In quella di “Assassini nati”,
Avary scrisse una scena come un favore da amico per
Tarantino, ma questi si “dimenticò” che la scena non
era sua quando la gente cominciò a dire che fosse la
migliore... “Pulp Fiction”, doveva essere inizialmente
un film ad episodi diretto da tre registi, due dei quali
erano Tarantino e Avary. Poi, dopo l’abbandono del terzo,
e dopo “Le iene”, Tarantino decise di girarlo da solo, e
insieme durante un viaggio ad Amsterdam, mescolarono la
vecchia sceneggiatura (“Pandemonium Reigns”):
l’episodio di Butch, ora modificato, viene dalla mente di
Avary. Questo è il film che pone fine anche alla loro
amicizia, avvenimento intorno al quale esistono storie su
storie. Infine, all’uscita di “Killing Zoe”, leggendo
i manifesti, sembrava di stare per vedere un film di
Quentin Tarantino, piuttosto che prodotto da lui: come se,
vampirescamente, si fosse appropriato del film.
Ma
Avary, come abbiamo detto, ha una poetica e una personalità
registica tutta sua, non lontanissima ma certamente diversa
da quella tarantiniana. Egli si fa avanti come un rigoroso
indagatore dei meandri più oscuri della mente, come
esploratore di un’anti-umanità lynchiana (nel senso
eraserheadiano del termine) colma di disperazione e che
della vita reale mantiene solo i suoi tratti più brutali. I
“suoi” esseri umani sono spesso privi di qualunque
speranza e di qualunque capacità d’intelletto (a parte
ovviamente Zed e Zoe), ridotti a uno stato primordiale e
sospinti solo dalle emozioni più violente, dalle droghe
pesanti al sesso feticistico, dalle immagini della vita
della mente alla Morte pura e catartica, in un costante killing
zoe.
E’
questa fascinazione per la morte, intesa nel suo lato
disperato ma anche in quello catartico, questa sottile
capacità di instillare un senso di apocalisse nella
normalità del reale (come in Herzog), a rendere Avary un
cineasta unico e di spessore inaudito.
Cosicchè,
quando l’acme del delirio sarà raggiunto, quando tutto
starà per cadere, quando la polizia irromperà nella banca
e per nessuno ci sarà più speranza di uscirne vivo, Oliver
griderà, estatico, sentendo il peso della Morte sempre più
vicino, e noi con lui: “Questo è il giorno più bello
della mia vita!”.