COLLATERAL
di Michael Mann
con Tom Cruise

MICHAEL MANN: PER UN CINEMA DELLO SGUARDO

COLLATERAL

Descrivere Collateral può essere un’operazione tutto sommato semplice, quasi quanto descrivere una sontuosa ricetta elencandone gli ingredienti: ingolosisce e accende la fantasia, sebbene il palato pretenda, in seconda battuta, una prova diretta. Nel caso specifico, si prenda Michael Mann, senza dubbio tra i più grandi autori del cinema americano contemporaneo, e lo si metta a dirigere una straordinaria sceneggiatura del giovane Stuart Beattie. Si ponga come condizione che la fabula di questa sceneggiatura racconti di un killer, Vincent, il quale, mentre si  trova, per lavoro, ad uccidere in una sola notte cinque supertestimoni di un processo per droga, a causa di alcuni eventi “collaterali” è costretto a rapire Max, mite ed ordinato tassista. Si aggiunga ora che l’intreccio della suddetta fabula porti il nucleo del film verso il complesso rapporto che si crea tra vittima e carnefice, con zone d’ombra, inversione di ruoli e ambiguità del caso. Non si dimentichi, a questo punto, che Mann è uno dei cineasti più entusiasmanti nel mettere in scena, con mille sfumature, i dialoghi, rinverdendo l’epos della classica figura retorica del campo/controcampo, e si aggiunga a ciò che Collateral è soprattutto un film di dialoghi, straordinari ed eccezionali dialoghi. Si prenda poi un attore, Tom Cruise, di discreto livello, e gli si cucia addosso la parte più congeniale della carriera, uno dei quei ruoli in controtendenza con i precedenti, che spezza la monotonia nella carriera di un attore; gli si cambi aspetto, immaginandolo brizzolato, in completo grigio, in un personaggio risoluto, senza scrupoli, affascinante; gli si ponga di fronte Jamie Foxx, già apprezzato in Alì, bravissimo a dare grande profondità al tranquillo tassista Max, preferito all’ultimo dalla Paramount a nientepopodimenoche Robert De Niro (e meno male che ci è stata risparmiata una riedizione di Taxi Driver). Si pensi ora, come sfondo dell’intera vicenda, alla città di Los Angeles, come al cinema non si è mai vista: una sfavillante giungla notturna di luci e ombre, morbida, avvolgente ed inquietante, straordinariamente fotografata in digitale da Paul Cameron e da Dion Beebe, che nel controverso In the Cut di Jane Campion aveva straordinariamente ritratto una New York da incubo. Come tocco finale si completi il tutto con un cast di comprimari d’eccezione, da Jada Pinkett Smith (Alì, Matrix) a Mark Ruffalo (In the Cut) fino a Javier Bardem (Coppa Volpi a Venezia per Mar Adentro). Ora si tenti di immaginare tutto insieme, tutto condensato in due esplosive ore che passeranno davvero troppo in fretta, tra una sequenza d’antologia e l’altra (la sparatoria in discoteca al ritmo di Ready Steady Go di Paul Oakenfold, la sequenza di raccordo commentata dalla canzone degli Audioslave Shadow on the Sun, il dialogo iniziale tra Foxx e la Pinkett Smith filmato alternando i piani focali, solo per fare degli esempi) e otterrete Collateral, il film più bello transitato dalla 61a Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. E se qualcuno dovesse obiettare che il film cali nella seconda parte, che le coincidenze che corroborano la storia (e che non sveliamo) siano alquanto prevedibili e improbabili, se storcesse il naso davanti ai loghi Paramount e Dreamworks, beh, lo si rabbonisca con un sorriso tra il sereno e il compassionevole e ci si limiti a pensare che questi ha semplicemente avuto la sfortuna di non capire due ore di grandissimo cinema. Siamo nei dintorni del capolavoro.
Simone Spoladori

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