OTOMO E LA POETICA DELLA DISTRUZIONE

Nel corso della 61° mostra del cinema di Venezia è stato presentato fuori concorso (e come film di chiusura) Steam boy, il nuovo lavoro di Katsuhiro Otomo, regista di punta insieme a Mamoru Oshii e Hayao Miyazaki del cinema d’animazione giapponese.

Katsuhiro Otomo in un autoritratto. 

Otomo inizia la sua carriera come fumettista, con una serie di storie brevi dal taglio futurista (ma anche satirico), che già testimoniavano l’originalità con cui Otomo si presta all’approccio semiserio delle sue opere.
All’animazione arriva collaborando con il grande Rin Taro in Harmageddon, datato 1982, in cui si occupa del personalissimo character design. Prosegue con alcuni progetti di notevole rilevanza per la sua carriera, e cioè Robot Carnival e I racconti del labirinto. Entrambi sono caratterizzati da una struttura narrativa che Otomo palesemente predilige: storie brevi, a sé stanti, in particolare nel secondo, un vero e proprio capolavoro, veniva affiancato da autori quali R. Taro e Y. Kawajiri, e presentava, nell’episodio intitolato Fermate i lavori!, la storia di un impiegato che per ordini superiori deve bloccare i lavori in un cantiere gestito unicamente da entità robotiche. In questo breve ma intenso lavoro già si palesa la poetica otomiana: lo scontro uomo-automa, la fragilità della psiche e dell’umanità in generale, la pericolosità di un eccessivo sviluppo tecnologico, soprattutto se ingestibile. Il tutto plasmato da uno stile registico mozzafiato, un disegno raffinato, preciso ed attento alla fedeltà della realtà, ed infine un’arte estremamente originale, nel suo mescolare comico e tragico, nella sua sottile denuncia alla società iper-sviluppata del mondo contemporaneo.
Gli anni ottanta rivelano la vera essenza di Otomo, che lavora a tutto campo. Disegna fumetti come Domu- Sogni di bambini, inizia Fireball, il prototipo di Akira, e per l’appunto nel 1982 da alle stampe il suo più grande capolavoro: Akira, che nel 1988 diverrà un film animato.
 

  Tetsuo, un personaggio di Akira  

 

  

Akira il film (il fumetto sarà concluso nel 1990) è uno dei capisaldi del genere e dell’animazione in generale. Fu il primo anime ad essere proiettato nei cinema italiani, divenne un caso internazionale, e ancora oggi stupisce per l’ossessiva perfezione dell’animazione e per la sagacia di aver saputo fondere insieme fantascienza e filosofia esistenziale: 2001: Odissea nello spazio secondo Katsuhiro Otomo, insomma. Akira sbancò i botteghini e fece felici i suoi produttori, che avevano speso una cifra fino ad allora impensabile per un anime, e fece conoscere Otomo al mondo. Akira riassume tutti i temi tipici del regista, non manca l’ironia in sottofondo, ma anche, e soprattutto, un respiro profondo ed epico, tale da fornire al film un taglio decisamente trascendente. C’è un enorme attenzione ai dettagli, un approfondito studio sulla musica, fortemente funzionale, sull’uso innovativo dei colori, che esaltano una neo-Tokio mai vista prima. E poi il finale, tanto sconvolgente quanto stupefacente, vede nella distruzione totale la punizione/purificazione per il degrado a cui è giunto l’uomo, degrado mascherato dalla futile ars politica. E l’atmosfera apocalittica finale ci riporta alla conclusione di Fermate i lavori!, dove l’impiegato si lancia in un’improbabile battaglia verso una creatura robotica.
Ad Akira segue per Otomo un periodo in sordina, dove però la sua presenza nelle grandi produzioni non viene a mancare, sia sul piano fumettistico che su quello dell’animazione.
Scrive infatti la sceneggiatura per i manga The legend of mother Sarah e Roujin z, quest’ultimo nel 1991 diverrà un film animato, in cui Otomo sarà sceneggiatore e mecha designer.
Otomo per certi versi (più privati che pubblici) mi ricorda Terrence Malick: la sua ossessione per il successo (non ricercato), il numero limitato di opere “sue”, dilatato nel tempo, la capacità visivo-sonora tipica del grande regista texano.                                               


                                         
Un’altra immagine di Akira


Nel 1996 Otomo torna all’animazione, dando vita all’ennesimo capolavoro: Memories. È composto da tre episodi di cui l’autore nipponico è supervisore e regista nel terzo. Proprio quest’ultimo ( il primo è affidato alla regia di Koji Morimoto, l’autore dell’episodio Al di là, di Animatrix) evidenzia un’innovativa sperimentazione sia nel tratto, che ricorda quello del francese Moebius, di cui è sempre stato un fan, che nell’uso concettuale delle immagini. Le atmosfere si rifanno a 1984 di Orwell, la storia tratta della giornata tipo di una famiglia che abita in una città, il cui scopo principale è un continuo bombardamento di un nemico che non esiste. Il tema trattato ha la sensibilità tipica europea, e lo sguardo di Otomo, che si posa sulle vite di ingenui idealisti sottomessi, assume gli aspetti di una sorta di piano sequenza, irrealizzabile nella realtà, che dimostra ancora una volta verso quale meta evoluzionistica si sta dirigendo il maestro Otomo.
In seguito a questo progetto, nuovamente ignorato dalla critica mondiale, Otomo  oscura la sua presenza nella scena nipponica, firmando solo la supervisione generale del bellissimo Spriggan (1998) e dell’ottimo Perfect blue (1999). Ha scritto in seguito la sceneggiatura del kolossal Metropolis, girato da Rin Taro e tratto da un manga di Osamu Tezuka. Il successo in patria è ottimo, ma all’estero è blando, non sufficiente per lanciare definitivamente, se ancora ce ne fosse bisogno, l’autore nipponico.
Credo che il nuovo progetto otomiano, Steam boy, possa riservarci grandi sorprese, sia per quanto riguarda Otomo e la sua arte, sia per quel che riguarda la distribuzione ed il successo del film. Certamente l’Oscar, meritatissimo, vinto da Miyazaki per Sen to Chihiro no kamikakushi (ah no! La città incantata, scusate) spingerà le case di distribuzione di tutto il mondo a puntare su Otomo. La speranza è l’ultima a morire, anche se per quel che mi riguarda, Katsuhiro Otomo non ha più nulla da dimostrare.
Andrea Fontana