PRENDERE MOGLIE
(VE LAKACHTA LECHA ISHA)

Regia: Ronit e Shlomi Elkabetz
Interpreti: Ronit Elkabetz, Simon Abkarian, Gilbert Melki
Israele, 2004. Dur.: 97 min. ca
Vincitore Settimana Internazionale della Critica 

Il film vincitore della Settimana della Critica proviene dalle terre di Israele, ed è un’opera estremamente forte e coinvolgente. Narra la storia di una madre eternamente in lotta per dare un’esistenza dignitosa alla propria famiglia, in eterno attrito con il marito fedele ai rigidi canoni dell’ebraismo che sembra più preoccupato di fare bella figura in sinagoga che non invece tra le mura di casa. La famiglia è molto numerosa, i quattro figli non agevolano certo il compito della pur forte donna ed oltretutto ci si mette di mezzo un altro uomo, peraltro già coniugato, che assieme al suo amore offre a Vivian, questo il nome della protagonista perennemente sull’orlo di una crisi di nervi, la possibilità della fuga. La tentazione di abbandonare tutto al seguito di un uomo che la desidera e corteggia, pare di capire, da anni, è consistente, ma… La sequenza che apre il film è davvero significativa: un primo piano di Vivian che fuma, mentre intorno a lei si odono le voci di numerosi uomini atti a convincerla che non può abbandonare il marito, onesto lavoratore che non le fa mancare niente. Il primo stacco in controcampo ci rivela che siamo nella cucina della casa dei protagonisti, mentre ad aspettare nella penombra del soggiorno l’esito di quell’opera di convincimento c’è il “povero” marito. Ma il giorno seguente, a riconciliazione avvenuta, nulla in realtà pare cambiato: l’uomo esce di casa lasciando tutto il peso dell’organizzazione di quella chiassosa ciurma umana che sono i bambini alla povera donna, che si svena con tutte le sue energie per far fare pipì al piccolo, aiutare il fratello maggiore nella ricerca di un quaderno e preparare a tutti la colazione. Il film evita ogni trappola del pietismo e non presenta il solito ritratto della donna picchiata ed umiliata da un omone rozzo, grosso e cattivo, come usa fare spesso il cinema americano in film come A letto con il nemico, anzi in quest’opera è la donna ad essere violenta, a pretendere maggiori cure e, almeno una volta ogni tanto, un ringraziamento per tutto quanto fa per la casa e la famiglia. L’originalità sta nel fatto che è il marito a passare per vittima: infatti come accusare una persona che non si ubriaca mai, non usa violenze fisiche o verbali, per di più guida della comunità religiosa locale? Del resto in una società maschilista e nella quale la religione determina la misura di ciò che è giusto e ciò che non lo è non poteva essere altrimenti. La tensione e l’incompatibilità tra i due protagonisti aumenta progressivamente via via che scorrono le immagini sullo schermo, in un crescendo che giungerà alla saturazione quando anche il figlio maggiore rifiuterà di seguire il padre in sinagoga. Il film termina su un lungo, straordinario primo piano del protagonista mentre legge alla comunità un brano sulla reciproca comprensione. Lo stile di regia si mantiene estremamente sobrio, scarno, del resto il budget è ristretto e le locations quasi esclusivamente interni di case non particolarmente adorne. Rimane uno splendido ritratto di donna e l’interpretazione maiuscola di Ronit Elkabetz, già attrice per Amos Gitai ed accostata a ragione, con tutti i distinguo del caso, ad Anna Magnani.
VOTO: 8
Mauro Tagliabue

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