The Italian
Kings of B’s
Re per una notte
La
discussa e discutibile retrospettiva sui B movie del cinema italiano degli anni
’70 ha riproposto al Lido numerosi titoli di registi “di genere” del
cinema italiano dell’ultimo “periodo d’oro”, cineasti che compivano
quello “sporco lavoro” di botteghino che permetteva ai vari Fellini,
Visconti, Antonioni, Bertolucci, di arrischiarsi in ambiziosi progetti senza
troppi patemi economici. Un cinema, quello dei vari Di Leo, Fulci, Margheriti,
Casellari, Salce, di estrema importanza, coperto, però troppo in fretta dalla
polvere del tempo e finito nel dimenticatoio dei piccoli palinsesti televisivi
privati, prima, e nelle semplici videoteche degli appassionati, poi. Giusto
quindi riscoprire l’importanza di questo cinema “parallelo”, anche perché,
e la presenza dei “padrini” Quentin Tarantino e Joe Dante lo dimostra,
queste opere sono molto più importanti e riconosciute all’estero, per via di
alcuni cineasti, tra cui quelli citati, che attingono a piene mani dai film in
questione. La positività di queste considerazioni pone immediatamente, però,
delle questioni di segno opposto per niente trascurabili. In primo luogo è
difficile spiegare l’assenza di film di un regista come Mario Bava, in un
primo momento annunciato come gran protagonista della retrospettiva. Forse Bava
è un autore di difficile collocazione, in bilico tra “serie A” e “serie
B”, tuttavia nella ricostruzione storica dell’atmosfera di quel decennio è
difficile non prendere in considerazione il talento del regista sanremese. Una
seconda considerazione va spesa invece per frenare i facili entusiasmi che, per
contrasto, si levano anche per opere assai meno meritevoli. Il fatto che il
cinema di quegli anni offra film di assoluto valore è indiscutibile, così come
è fuori discussione anche la necessità di uno studio complessivo del cinema di
“serie B” di quegli anni. Meno accettabile è la tendenza ad urlare al
capolavoro davanti a qualunque opera vista al Lido durante il festival. Infatti,
pur tenendo sempre ben presente il valore storico e sociale dei film proposti,
è innegabile come si siano visti film mediocri e a volte addirittura
imbarazzanti. Per cui, da un lato è stato un grandissimo piacere vedere e
rivalutare opere come La Mala Ordina, Milano Calibro 9, Colpo
di Stato, Quel Maledetto Treno Blindato, dall’altro è stato
impossibile nascondere un certo bonario imbarazzo trovandosi ad applaudire W
la foca!, l’Aldilà, Non si Sevizia un Paperino o Cannibal
Holocaust. Questa considerazione ne introduce immediatamente un’altra
circa la completa mancanza di identità di questa retrospettiva. La definizione
“Re italiani di serie B” era un po’ furbescamente generica, e ha
consentito la presenza nel gran calderone di film non soltanto artisticamente di
valore opposto tra loro, bensì anche di opere che insieme stonano davvero. Cosa
centrava un film, pur gradevolissimo, come I Fratelli Dinamite, di Nino Pagot,
cartone animato del ’49 appena restaurato, con gli altri B-movie degli anni
’70? Cosa centravano i due film di ambientazione storica di Cottafavi? E Viva
la Foca? Quale giustificazione aveva? L’impressione è stata quella del caos,
un caos orchestrato ad hoc da Marco Giusti, stracultiano curatore della
rassegna, che ha mescolato di tutto un po’ e ha ottenuto un ibrido davvero
strano. La speranza è che questa cinefilia snobistica che porta molti
miei-coetanei-come-me-aspiranti-critici ad esultare alle prodezze di Lori del
Santo come a quelle di Mario Adorf senza porre dei distinguo, per poi storcere
il naso davanti alla quasi totalità dei film in concorso, senza distacco, senza
autoironia, sia solo una moda passeggera, che lasci spazio al buon senso.
Simone Spoladori
Forse tutto parte da Kill
Bill, magnifica opera calderone che, tra un duello all’arma bianca da chambara
eiga e feroci zoom con correzione focale annessa da film wuxia,
trova il tempo di citare e rendere omaggio anche il cinema di genere italiano
degli anni a cavallo fra il Sessanta e il Settanta – ovvero molto spaghetti
western, un bel po’ di thriller argentiano e certi suoi epigoni, chissà
quanto poliziottesco. Di certo, l’impatto culturale ed emotivo apportato da
Tarantino, cineasta popolar-feticista quanto mai, ha finito per supportare (e
teorizzare ulteriormente attraverso la pratica cinematografica) un processo che,
da anni, riviste specializzate e singole personalità fuori dal coro stanno
perseguendo con passione e convinzione: la riscoperta, e conseguente
rivalutazione, di una cinematografia ‘bassa’, sommersa, assolutamente
popolare (dal concepimento alla distribuzione), sconosciuta o volutamente
trascurata, troppo facilmente additata come mero monstrum,
talvolta in anticipo sui tempi o, comunque, capace di sussulti di vitalità, di
veraci malumori, di feconde contaminazioni che la critica spesso non è riuscita
e non riesce (non vuole?) a riconoscere con facilità, lungimiranza e obiettività.
In ogni caso, la pratica
accentratrice di questa nuova, giovane critica ha permesso, quest’anno, la
messa in scena di una retrospettiva che sta portando fanatici italiani e non
solo al Lido: Storia segreta del cinema
italiano – Italian Kings of the B’s è la dicitura completa,
schizofrenica – nella mescolanza di italiano e snobistico inglese, di velata
presunzione (‘storia segreta’…) e di efficace verità (il termine
‘Kings’ non è certo del tutto fuori luogo) – almeno quanto la scelta
delle pellicole e quanto, in fondo, la natura stessa della cinematografia che
essa intende esplorare e far rivivere.
Attaccati fin da subito (se non prima ancora: forse ormai celebre - e del resto,
almeno per chi scrive, bellissimo e onesto - l’attacco di Goffredo Fofi
sull’ultima pagina di un numero di FilmTv antecedente la mostra) per i loro
discutibili elitarismi da critici ‘stracult’, i curatori Marco Giusti
(soprattutto) e Luca Rea hanno dunque approntato una rassegna sì vitale e
feconda ma anche, tutto sommato, insicura di sé stessa e non del tutto
espressa: anzi, a essere onesti, la natura appare proprio quella del convivio
giovanil-tarantinesco a base di popcorn, tamarraggini (Tarantino stesso –
onnipresente padrino putativo insieme a Joe Dante e a sparute apparizioni di
relitti dell’epoca, da Barbara Bouchet allo sceneggiatore Dardano Sacchetti
all’allora aitante Mark Damon – era il primo a ridere grassamente nei
momenti più inopportuni e in maniera finanche fastidiosa), rutti e peti, e
revival cieco e oltranzista. Ma se al Lido l’accostamento di vere e proprie
chicche d’autore – come i poliziotteschi di Di Leo, un thriller solare e
agreste di Fulci, un esempio di fantapolitica stranamoriana del sempre troppo
sottovalutato Luciano Salce e molto altro tra cui due splendidi
spaghetti-western – a operazioni di rara e scontata abiezione come W
la foca ha prodotto gli immotivati plausi degli scalmanati ‘nocturniani’
di turno e le insoddisfazioni viscerali di chi già nutriva dubbi sui reali
valori di tale cinematografia dimenticata (e di chi, per contro, vi si accostava
incuriosito per la prima volta) e sul senso di una rassegna orientata in tale
direzione, c’è da dire che ha ragione chi dice che la questione non è film
brutto o film bello ma riuscire ad apprezzare, nonostante tutto, la possibilità
offerta di poter vedere su grande schermo tanto un film di Damiano Damiani
quanto uno di Nando Cicero o di Piero Vivarelli. E in questa prospettiva, a mio
avviso, la rassegna si è dimostrata quantomeno interessante, sicuramente vivace
e qualitativamente dignitosa.
Per quanto mi riguarda, spinto da onnivora fame cinefila, ho seguito quasi
completamente (e ho spinto a farlo) la successione delle pellicole, talvolta
godendo in segreto e en solitude (maldido chi
si è perso Colpo di stato di Salce ma
non ha saputo rinunciare al trash involontariamente di inizio millennio del film
di Placido!) e talaltra in piacevole compagnia (serberò un ricordo sempiterno
della visione di La mala ordina e dei
suoi momenti cult – dal mitico incipit con le “mignorenni”
all’inseguimento mozzafiato in una Milano sicula e ostile – condivisi con
persone che erano entrati con lo spirito e l’ardore giusti).
Per rispetto degli autori e dell’integrità non compromissoria delle volontà
di Giusti e Rea, o forse (e forse soprattutto) soltanto per mancanza di voglia,
non mi va di elencare, dei film visionati, quelli che forse avrebbero meritato
ben altra retrospettiva e quelli che invece avrebbero potuto essere tralasciati;
forse conviene osservare che un regista come Tarantino (ma non scordiamoci di
Raimi, di Rodriguez, di Demme, …) non esisterebbe in cotanta misura senza
questa “storia segreta del cinema italiano” per comprendere la giustezza, se
non proprio la necessità, della retrospettiva veneziana.
Roberto Donati
Italian
kings of the B's: il programma
Una
riflessione critica: ... e Mario Bava?
Speciale Mario
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